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L'autore che ha innovato le figure di vampiri e zombi   
Intervista a Claudio Vergnani

Intervista a Claudio Vergnani


Intervista a Claudio Vergnani, autore della saga vampiresca inaugurata da 'Il 18° vampiro' e de 'I vivi, i morti e gli altri', un'apocalisse in cui i morti tornano a essere non morti.


Lui, di Modena, conosce “zone dove lo stesso Mike Tyson rischierebbe di essere brutalizzato”, è un ex commiltone, uno che sa quello che vuole comunicare a noi lettori, una sorta di onestà che evita la ripetività. Lui che mal tollera le minestre riscaldate, la banalità camuffata da innovazione, il già detto, il già sentito, cerca sempre di proporre testi originali e decorosi unendo i temi tipici dell’horror (ma senza farsene imprigionare) ad altri più ampi. Come? Ricorrendo all’ironia e all’autoironia, secondo lui si può scrivere un horror senza per forza dover rinunciare a profondità, spessore, realismo e a qualche sorriso.

Il personaggio di ‘I vivi, i morti e gli altri’, Oprandi, ha molto in comune con Lei, è un ex commilitone (entrambi avete avuto una breve parentesi militare ai tempi del primo conflitto in Libano), un uomo inquieto che salta da un lavoro all’altro senza trovare pace. Il Suo protagonista finisce per diventare quello che serve, uno che uccide i morti che tornano a vivere, mentre Lei diventa uno scrittore originale che uccide gli stereotipi, le banalizzazioni dei romanzi con componenti horror arrivando a rivalutare la figura del vampiro in un periodo in cui non se la “filava” nessuno. Mi è piaciuta molto la scena del colloquio di lavoro con la signorina Orsini: anche Lei è così, si reinventa di fronte a nuove sfide?
Diciamo che, come Oprandi, cerco di fare di necessità di virtù. Se dal lato “narrativo” cerco di sfuggire gli stereotipi, le mode e il già visto per cercare di battere sentieri letterari originali – pur conscio da un lato che il “già visto” è rassicurante e paga, e dall’altro che l’originalità fine a sé stessa è solo un contenitore vuoto -, come uomo riconosco che i tempi e la collocazione geografica mi obbligano a reinventarmi di continuo, come accade del resto a molti di noi. Che io lo trovi ragionevole o meno aprirebbe un discorso lungo e immagino noioso per chi ci legge. Probabilmente il lato positivo del doversi mettere continuamente in discussione è quello di obbligarci anche ad una maggiore introspezione e, in definitiva, ad una accresciuta conoscenza di noi stessi. Che non guasta, credo, anche se a volte ciò che impariamo guardandoci dentro può non piacerci.

Gli zombi nel Suo romanzo sono pure classificati, divisi per categorie: nemmeno dopo la morte c’è parità. Lei a che categoria di zombi potrebbe appartenere?
La loro descrizione mi ha ricordato molto le atmosfere di Romero, c’è questa decadenza, questa disgregazione di carne putrefatta che aleggia intorno alle tombe: è questa l’Apocalisse secondo Lei, un’invasione di non morti?
Gli zombi di Romero sono la figura di riferimento cui ho guardato. Nostalgia, anche, oltre ad affinità di gusti. Uno zombi cinematografico più che letterario, il mio, di conseguenza (confesso di non aver trovato zombi “letterari” soddisfacenti, a oggi). Anche Snyder (rifacendosi a sua volta a Romero) credo abbia detto molto. Il resto, per ora, mi pare ripetizione non indispensabile o discutibile re-interpretazione del tema. Mi riferisco, ad esempio, alla serie The walking dead, che se è validissima come soap opera sembra assolutamente impotente e inadeguata quando vuole toccare i tasti essenziali della vita, della morte e della non morte. Meglio allora le innovazioni di alcuni videogiochi, più oneste e coraggiose..
Che zombi sarei? Bella domanda! Dovremo aspettare un po’ per saperlo con certezza, ma mi vedrei bene nella categoria degli Erranti. Perchè fermarsi in un luogo, quando ci sono ancora tanti bei percorsi da compiere?
In quanto all’Apocalisse … Be’, mi si conceda un momento di dramma a buon mercato. La vedo già in corso, e mi pare sia ampiamente sotto i nostri occhi, solo che il suo decorso è più lento e meno spettacolare di quanto ci aspettavamo. Ma non per questo meno letale.
I morti non mi preoccupano, i morti sono il meno.

Il Suo romanzo sfodera un’analisi psicologica molto profonda in particolare di quei vivi che pur essendo tali hanno perso la loro umanità e sono “morti” dentro. Secondo Lei quali sono le condizioni che portano alla “morte” interiore?
Difficile rispondere senza apparire un predicatore da strapazzo. Parlando di esseri umani, diciamo che non basta respirare per vivere e aver smesso di farlo per essere morti.

Camilla Bottin

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