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Gorilla Sapiens   
Alessandro Sesto e Moby Dick

Alessandro Sesto e Moby Dick


Da Houellebecq a Vonnegut, da Proust a Dostoevskij passando per Bukowski e Anna Frank, una raccolta di racconti dissacranti su autori e libri santificati.


“Moby Dick e altri racconti brevi” (Gorilla Sapiens 2013) è il prodotto di un uomo, Alessandro Sesto, il quale «può permettersi molta, moltissima iattanza senza incorrere in sanzioni sociali di alcun tipo» proprio grazie al suo sguardo ironico e dissacrante: lui non dice mai sul serio, lui sdegna gli «interessanti sviluppi frontali», i suoi eroi sono full time o part time, impelagati in lavori inesistenti o proprio perchè esistenti centrali nel romanzo. Nessuno può rendere meglio i «sonni tormentatissimi» fino a pomeriggio inoltrato del poeta maledetto o la scarsità di materia prima che porta Anna Frank a cedere ai primi turbamenti adolescenziali con il primo che passa il convento. Che siano «indistinti brodi cellulari» o alieni «esattamente identici alla classe media americana e europea del XXI secolo», gli extraterrestri hanno un prontuario di azioni programmate da svolgere per la conquista della Terra: parodizzando gli estremismi dei B-Movie Alessandro Sesto passa poi a quelle utopie letterarie in cui non ci sono solo «ragazze in tute aderenti e tuniche corte» ma anche ideologie strambe o spioni in agguato. Il libro, con una copertina che mescola in un efficace artwork Leopardi con Dostoevskij e altri autori in un parco, intenti a passeggiare nel tempo libero come universitari, insiste su quei paradossi che solo la letteratura può fornire: situazioni tanto più improbabili quanto vissute nella realtà, nessuno riuscirebbe a trasferire quell’”alone” magico nella vita di tutti i giorni. Ci prova anche Aldo Marino, amico fittizio dell’autore, con successi e insuccessi a dir poco assurdi: è una variabile nuova nelle ascisse e delle ordinate dei piani cartesiani delle varie situazioni. E’ un genio della mediocrità, un sant’uomo dei nostri giorni.

“Moby Dick e altri racconti brevi” è una sorta di “Classici for dummies”, un viaggio dissacrante all’interno della Grande Letteratura: sei indubbiamente un fervido lettore, cosa ti ha spinto a prendere in giro quelli che sono considerati venerandi maestri?
Quando leggi un libro che ti piace poi ci ripensi, lo rileggi saltando i capitoli, fantastichi di fare parte della storia e risolvere le cose, ne parli in giro annoiando il prossimo, finché quel libro, e con lui l’autore, diventano una cosa del tutto familiare, un vecchio amico. E gli amici si prendono in giro.
Inoltre, mi diverte l’effetto che si ottiene rappresentando i grandi della letteratura e della filosofia, o scampoli maltagliati del loro pensiero, in un contesto ordinario e contemporaneo. Questa “strategia” narrativa è una delle molte declinazioni possibili di un fondamentale dell’umorismo: l’accostamento del nobile al vile. Per me il testo “modello” dell’uso di questa tecnica è Vite degli uomini illustri di Achille Campanile, ma facendoci caso la si può notare impiegata in molte opere di diverso genere, non solo letterarie, come ad esempio i film di Woody Allen.

Secondo te qual è lo scopo che si prefigge l’ironia?
Di per sé è solo un modo di esprimersi, quindi, alla lettera, il suo scopo è quello di ottenere un effetto umoristico o sarcastico mentre si dice qualcosa. Se però ci riferiamo all’ “atteggiamento ironico”, cioè a quell’inflessione, quella scelta di parole da parte di chi fa un discorso, che lascia intendere di essere consapevole che in lui e in quello che dice potrebbe esserci anche un aspetto ridicolo, e che è pronto a coglierlo, ecco questo atteggiamento ha appunto lo scopo, per me, di rendere la realtà migliore e più accettabile. L’ironia come balsamo del realismo, per cui anche se il mondo è poco comprensibile e tutto sommato ostile, si può almeno riderne. Poi, riprendendo il pensiero di Wallace al quale accenno, senza pretese, nel mio libretto, l’ironia ha senso se esiste però anche qualcosa che ci sta davvero a cuore. Se invece tutto quello che diciamo è sempre e solo ironico, allora lo scopo diventa quello di mostrare che ci crediamo superiori alle cose di cui parliamo, e questa è una posa, insensata e insopportabile.

L’amico del narratore, Aldo Marino, diventa perno centrale in molti racconti. Esiste veramente?
No. E’ la sommaria incarnazione dell’idea, forse banale, che la libertà da vincoli materiali e culturali più che superuomini nietzschiani produce mostri, anzi mostriciattoli. Però un po’ mi somiglia.

Cosa rappresenta agli occhi di un letterato un personaggio simile?
Questo dovremmo chiederlo a un letterato. Non essendoci in questa stanza letterati a cui passare la domanda, mi arrangio così: chi conosce “Un eroe del nostro tempo” di Lermontov coglie la battuta implicita nel titolo del racconto “Un eroe del nostro tempo”, e quindi il paragone scherzoso tra Aldo e Pecorin, personaggio in cui Lermontov “riassumeva” lo spirito romantico. Considerata l’improponibilità del paragone, speriamo che i letterati leggano altro.

Se qualcuno dovesse scrivere un racconto su di te quali aspetti della tua personalità metteresti alla gogna pubblica esponendoli al ludibrio?
Direi che ho esposto i limiti e difetti della mia persona già scrivendo il libro che commentiamo.

Credi nel karma?
No, non credo che qualcuno stia tenendo i punti. Il cielo stellato sopra di noi, e la legge morale dentro di noi, molto piccola e subordinata allo stomaco.

Camilla Bottin

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