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Ghetto


Limiti: da via della Sirena (tratto orientale di Via s. Martino e Solferino), via Urbana, Corte Lenguazza, Via dell’Arco, e Via delle Piazze.


La bellezza del ghetto sta nelle sue vie anguste, nelle altissime abitazioni, nelle piccole botteghe d’antichissima tradizione, che si sono diffuse anche nelle vie circostanti dopo la soppressione del Ghetto.
Il tempo di percorrenza del ghetto e delle vie circostanti è soggettivo; varia a seconda della curiosità di ciascuno: si consiglia di percorrere le strette viuzze osservando le suggestive facciate di alcuni palazzetti “col naso all’insù”, ma curiosando anche tra i piccoli negozietti.
Sinagoga: visita su prenotazione: tel. 049.8751106 (comunità israelitica, Via S. Martino e Solferino 9): tempo di visita 15 – 20 minuti
Palazzo Antico Ghetto: aperto solo in occasioni di particolari manifestazioni, quali mostre e convegni (Via delle Piazze 26)
Scantinati dell’ex sinagoga tedesca (via delle Piazze 28): entrata dalla Padua Art Gallery: galleria d’arte contemporanea, aperta dal martedì al sabato dalle ore alle ore 10.30 alle 13; domenica su prenotazione; telefono 049.652057
Corte Lenguazza (Via S. Martino e Solferino 14): case di proprietà privata, chiusa da cancello nel passo carraio, aperto dalle ore 06 alle ore 17

GLI EBREI A PADOVA:
Notizie certe delle presenza degli ebrei a Padova risalgono alla metà del XIV secolo presso le zone di Borgo Savonarola e di S. Leonardo. Nel corso di un paio di secoli questo gruppo crebbe notevolmente, grazie alla nascita dell’Università, che, a differenza di tutte le altre site in Italia ed in Europa, accettava studenti di religione ebraica: le provenienze erano disparate: ebrei provenienti da Pisa, Roma, Bologna, Ancona e, con la metà del XVI secolo anche migrazioni di ebrei spagnoli e levantini.
Visto che non erano ammessi presso le corporazioni di Arti e Mestieri, essi praticavano il prestito del denaro, attività vietata ai cristiani e che garantì a molti prestatori il diritto di residenza grazie all’intercessione dei Signori feudali, che avevano sempre la necessità di procurarsi rapidamente il denaro per mantenere le proprie milizie. Il primo banco ufficiale gestito da un ebreo risale al 1372 preso ponte Molino; un altro cominciò la sua attività nel 1369 in piazza delle Legne (attuale Cavour), dove pare sorgesse anche una sinagoga. Esercitavano inoltre l’arte della “strazzeria”, cioè il piccolo commercio di cose usate, in botteghe molto frequentate anche da studenti e professori per prestiti e pegni. Pian piano le loro attività cominceranno a gravare intorno alla zona dove sorgerà successivamente il ghetto.
Nel 1423, sotto la dominazione veneziana, furono privati del diritto di possedere beni immobili e nel 1430 fu imposto loro il segno distintivo; in questi anni sorsero inoltre profondi conflitti per la gestione dei banchi: dopo una prima chiusura si consentì l’apertura per soli tre giorni della settimana.
Nel 1541 iniziarono le pratiche perché fosse, come a Venezia, “deputato un loco stabile et separato, né alcuno cristiano in quello potesse star, ovvero tegnir bottega”, ma per molti anni l’idea della creazione di un luogo separato per gli ebrei non fu di fatto messa in pratica. Pochi anni dopo, nel 1547, fu definitivamente proibito l’esercizio del prestito in tutte quelle città nelle quali fosse in funzione un istituto di credito. Per molti anni e con non pochi conflitti all’interno delle autorità, la segregazione degli ebrei rimase solo sulla carta; la decisione definitiva di creare un luogo chiuso risale al 1601 e la realizzazione si concluse nel 1603.
Il regime di uguaglianza instaurato da Napoleone nel Veneto parificò gli ebrei agli altri cittadini; i ghetti furono definitivamente aboliti con la dominazione asburgica: gli ebrei ebbero il diritto di proprietà, la liberà di esercitare qualsiasi professione, di accedere ad ogni ordine di studi. Le ultime leggi limitative nei confronti degli ebrei furono abolite durante gli anni intorno all’unificazione, quando ad essi fu anche garantita la libertà di culto.
Nel corso del XIX secolo il ghetto entrò a pieno diritto nella vita cittadina, soprattutto studentesca. Arnaldo Fusinato ricorda da dove deriva il modo di dire “restare in bolletta”: gli studenti squattrinati vendevano il loro tabarro nel ghetto in cambio del quale ricevevano una carta bollata (bolletta).
Dopo l’applicazione delle leggi razziali del 1938 la comunità ebraica di Padova contava circa 300 iscritti e dopo la liberazione erano circa 200. I deportati senza ritorno furono 46. La sinagoga di Via delle Piazze fu incendiata nel 1943 e le funzioni religiose vennero dal quel momento celebrate nella sinagoga di rito italiano in Via S. Martino e Solferino.
IL GHETTO
Limiti: da via della Sirena (tratto orientale di Via s. Martino e Solferino), via Urbana, Corte Lenguazza, Via dell’Arco, e Via delle Piazze. Era chiuso di notte da quattro porte: via delle Piazze a nord, via S. Martino e Solferino ad est (sbocco di via Roma) via s. Martino e Solferino ad Ovest, (imbocco Fabbri), via dell’Arco imbocco via Marsala a sud. Le quattro vie terminavano con quattro porte, custodite ciascuna da due guardiani uno ebreo e uno cristiano. Queste porte impedivano l’uscita degli ebrei dopo le due di notte; nel 1797 furono abbattute e gli ebrei vennero chiamati a far parte della municipalità. Rimangono tracce dei cardini presso il lato occidentale della Chiesa di S. Canziano e preso una parete di un edificio all’incrocio di via S. Martino e Solferino con via Roma.
Popolazione: erano attivi 63 negozi e 84 unità abitative; nel 1615 la popolazione era di 665 persone; nel 1630 erano 721; dopo la peste erano 300 e nel 1680 circa 800 persone. Da 75 nuclei familiari nel 1603 si passa a 144 alla fine del 1600 per poi ridursi a 95 nel 1797.
Sinagoghe: oltre alle tre sinagoghe maggiori e alle stanze utilizzate dalle confraternite di carità abbiamo documentazione di almeno altri due spazi destinati a funzioni religiose. Uno è la scuola cattelana e l’altra quella diretta da Mosè Luzzato, di cui abbiamo solo testimonianze documentarie risalenti al Settecento.
Sinagoga Italiana: secondo le notizie forniteci da una lapide, la sinagoga risalirebbe al 1548, ma questa lapide fu probabilmente rimossa da un altro luogo, dove poi sorgerà nel 1617 la scuola di rito spagnolo, confinante con la scuola tedesca. Tra il 1680 e il 1694 furono fatti parecchi lavori di adeguamento. La struttura tipologica è bifocale, cioè con due centri di attenzione, l’Aron (Armadio sacro che custodisce i rotoli delle Torah o pentateuco, cioè i primi cinque libri della Bibbia) e la Bimah (Podio dal quale vengono letti i rotoli della Torah). Il primo, sulla sinistra, sinagoga3gè in marmi policromi: i fusti delle colonne sono grigio scuro venato, le basi e i capitelli corinzi e le modanature del timpano spezzato sono bianche; la struttura riprende sostanzialmente quello di molti altari seicenteschi delle chiese padovane. La Bimah invece è in legno; due rampe di scale semicircolari danno accesso all’alto podio sul quale si eleva un baldacchino a pianta ottagona irregolare sostenuto da piccole colonne composite. Sulla parete di fondo si apre il matroneo, destinato alle donne. L’assetto attuale è dovuto a parecchi rifacimenti compiuti nel corso dell’Ottocento che semplificarono l’aspetto decorativo. Nel 1831 furono eliminati i Cori d’oro, paramenti di cuoio dorato che foderavano le pareti; queste furono intonacate a marmorino secondo il disegno a svecchiature incorniciate da paraste tuttora visibili. Tra il 1860 e il 1863 fu eseguito l’ultimo restauro statico. Tra il 1892 e il 1945 con l’unificazione dei riti la sinagoga non fu più utilizzata, in quanto i riti erano compiuti in quella tedesca; dopo l’incendio di quest’ultima nel 1943, la sinagoga italiana divenne nuovamente il luogo di culto ebraico.
Sinagoga Spagnola: la presenza a Padova di ebrei di rito spagnolo è da ridursi a poche famiglie. Nel 1617 fu ceduto ai fedeli di rito spagnolo quel locale che fino al 1603 era occupato dalla sinagoga italiana. La sua vita fu piuttosto breve: nel 1629 fu distrutta da un incendio ma fu ricostruita e riarredata. La sistemazione del locale fu completata nel 1733. Rimase, in funzione fino al 1892, quando cadde in disuso per l’unificazione dei riti. Oggi di essa non restano che poche testimonianze fotografiche databili agli anni immediatamente precedenti alla seconda guerra mondiale
cantine1gSinagoga Tedesca: la scuola tedesca subì molti rimaneggiamenti durante i secoli. Di essa non restano molte tracce, se non negli scantinati, grazie ai quali si possono comunque ricostruirne almeno le dimensioni.
Prime fasi tra il XIV e il XV sec: già verso il 1470 esisteva in questo luogo una sinagoga di rito tedesco, affiancata da case e adiacente ad una corte, ma non se ne conoscono né l’esatta posizione, né le sue dimensioni, né tanto meno la forma. Entrati nella Padua Art Gallery, si scenda al piano terra: qui rimane qualche brano di muratura che ci permette di ricostruire in parte l’impianto antico dell’edificio. In base a due tronconi di muro e soprattutto grazie a due spigoli di pilastri appena affioranti dal vano, è possibile concludere che le cantine erano voltate a crociera. La scoperta più inattesa, in queste cantine, è quella del miqweh, una vasca per il bagno rituale databile tra la fine del quattrocento e gli inizi del cinquecento. L’immersione rituale avveniva scendendo una rampa di sette gradini in mattoni: di forma quasi quadrata, profonda almeno un metro e mezzo, la vasca cessò di essere utilizzata alla fine del sedicesimo secolo. Le murature soprastanti di quest’epoca (dove sorgeva quindi la più antica sinagoga), sono completamente scomparse; gli edifici probabilmente occupavano due larghi lotti poco meno di sei metri e mezzo ciascuno
Primi del Cinquecento: iniziarono moli rimaneggiamenti;si procede alla realizzazione di una sala completamente nuova con il pavimento più alto rispetto alla strada. Sono abbattuti i muri esistenti all’interno, cantine comprese, e si costruiscono due ampi ambienti sotterranei coperti da volte a botte ribassate. Fu successivamente creata una nuova parete portante posata su pilastri, colonne a archi e di scarico. Non è ben chiaro comunque l’uso di questi scantinati, che dovevano essere più ampi di quanto può a noi apparire. La sala della sinagoga doveva essere ampia circa cento metri quadrati, pianta quasi quadrata, un accesso da via delle Piazze, forse due dalla corte.
Tra il XVI e il XVII secolo: i lavori tra il 1530 e il 1600 sono molto documentati da fonti scritte, dalle quali si evince che la sinagoga era in pessime condizioni. Le due scale in mattoni cha davano accesso dalla corte agli scantinati sono tuttora visibili, così come le tre basse panche in muratura. A ridosso della parete sud delle cantine è stata rinvenuta una vasca in muratura: spesso vi era promiscuità tra attività sacre e profane: la bottega dei macellai era, infatti, dentro la sinagoga e la vasca era forse legata alla macellazione degli animali.
Tra il 1682 e il 1892: nel 1682 risulta completata la nuova aula di culto al primo piano dell’edificio. La nuova sala misurava oltre 170 metri quadrati ed era illuminata da grandi finestroni sovrastati da lunette; l’aspetto esteriore è ben riconoscibile nelle strutture attuali. Presso la facciata occidentale la finestratura è composta a formare un’unica grande pentafora: le cinque finestre sono un elemento ricorrente nell’architettura sinagogale veneta, “forse un’allusione alle cinque parti della Torah, intese ognuna come manifestazioni della luce originaria” (prof. Ennio Concina). All’aula di culto, dotata di due livelli di matronei, si accedeva mediante una o due rampe di scale che conducevano ad un piccolo spazio sul quale si affacciava un grande portale in pietra.
I lavori ottocenteschi: a questo periodo risale lo scalone monumentale dotato di due rampe simmetriche una proveniente dall’ingresso della Corte Lenguazza e una dall’ingresso da Via delle Piazze.
Ultime vicende: radicalmente trasformata nel 1892 per accogliervi i fedeli degli altri oratori di rito italiano e spagnolo, già nella vicina via S. Martino e Solferino, subì un primo tentativo di incendio nel 1927. Dalla devastazione subita nel 1943, si salvò il monumentale altare barocco: l’Aron Ha Kodesh (arca santa), che nel 1955 venne trasferito a Tel-a-Viv e posto nel tempio di Yadan Eliahu. L’incendio distrusse completamente la copertura
Il Palazzo Antico Ghetto: dopo anni di abbandoni nel 1998 è cominciato il recupero del fabbricato. Aprendo l’antico portale su via delle Piazze, ci accoglie la sontuosa scalinata in marmo con balaustra originaria di ferro battuto che ci accompagna fino alla prestigiosa sala illuminata da grandi finestroni ad arco. Oggi all’interno di questa ex sinagoga vi è una confortevole sala dotata delle più moderne tecnologie. Può ospitare convegni, congressi, riunioni, conferenze, corsi (150 posti a sedere), mostre ed eventi culturali, defilè di moda, concerti, feste, colazioni di lavoro, cene di gala, uniche occasioni quindi in cui il Palazzo è aperto al pubblico. A fianco dell’entrata vi è la Padua Art Gallery, una raffinata galleria di artisti locali contemporanei. Al piano interrato vi sono le cantine della vecchia sinagoga; oggi questa è suggestiva sede di corsi di pittura.
Abitazioni private: il ghetto presenta tuttora un interessante aspetto urbanistico, caratterizzato da case a campanile che una ovvia economia dello spazio imponeva di costruire. Queste tipiche case-torre, ricche di elementi architettonici di recupero, sono ancora visibili.
* Begli esempi si notano in via dell’Arco, dove sorge quella che fu l’antica Accademia Rabbinica, che aveva sede nell’edificio che ospita attualmente l’Hotel Toscanelli.
– Al n. 1 si noti la casa d’angolo cinquecentesca con finestre al primo piano del secolo XVI con portale e bifora settecenteschi: sulla facciata verso via S. Martino e Solferino due teste reggono le canne fumarie, lo stesso motivo si ripete al n. 10, su una casa settecentesca con poggioli e mensole ornate con teste virili e muliebri ed eleganti ringhiere in ferro battuto.
– Al n. 13 una vecchia casa gotica rimaneggiata nel 1500 presenta il portale in pietra, fiancheggiato da una lapide gotica con le iniziali A. N e due caratteristici comignoli del sec. XVI.
* La corte Lenguazza (via s. Martino e Solferino n. 18): su questa corte si affacciano oggi, oltre all’entrata posteriore del Palazzo dell’Antico Ghetto (ex sinagoga tedesca) anche una serie di abitazioni private. L’accesso quindi non è permesso, ma se si è fortunati molto spesso il cancello del Passo Carraio risulta aperto. Questa corte fu il nucleo principale del Ghetto; conserva un aspetto pittoresco dovuto all’accostamento degli edifici più diversi sorti nel corso dei secoli, che conferiscono all’ambiente una configurazione ed un carattere scenografico. Verso est prospetta il retro settecentesco della Sinagoga di Via delle Piazze: la finestratura è composta a formare un’unica grande pentafora; le cinque finestre sono un elemento ricorrente nell’architettura sinagogale veneta; verso ovest un loggiato porticato del sec. XVIII fiancheggiato da una porta recante nella serraglia un cartiglio con l’iscrizione: MOISE Q: JACOB / TRIESTE. A nord un porticato conduce ad un altro cortile e a varie scale. Verso sud un altissimo edificio cinquecentesco, con un cornicione a vele.
* Lungo via S. Martino e Solferino si possono notare altri interessanti esempi di edifici:
– Le colonne doriche presso il civ. 36 appartenenti ad una casa neoclassica;
– Al n. 29-31: fondaco fatto costruire da Palla Strozzi con interessante finestrata rivolta al cortile interno
– Una facciata cinquecentesca presso il civ. 13;
– Al civ. 16-12 si noti una casa settecentesca a cinque piani, costituita da più corpi di fabbrica di costruzione, forse anteriore che presenta colonne di varia provenienza (notevole una in marmo rosso con capitello gotico fiorito munito di stemma) e poggioli con panciute ringhiere barocche in ferro;
– Al n. 8 casa con due bifore architravate del sec. XVIII
– Al n. 7 dov’era un tempo la sinagoga di rito Italiano si nota ancora il portale in pietre, cinquecentesco, che reca nei pennacchi un iscrizione ebraica. Presenta una rosta in ferro e una porta lignea del sec. XVIII. La facciata presenta un’aerea loggia cinquecentesca in pietra di Nanto al primo piano ed una porticato con colonne gotiche di recupero. Dopo l’ultima guerra mondiale fu murata sulla facciata un’iscrizione che ricorda l’olocausto.
– Al n. 5 casa settecentesca con porticato munito di colonne in trachite di varia provenienza; al n. 3 casa cinquecentesca con portico a colonne gotiche di riporto
* Via delle Piazze:
– Sul lato destro presenta un breve e strettissimo portico con bei capitelli in trachite; di taglio quattrocentesco ma di sapore goticizzante.
– Al civ. 4, dove finisce il portico, vi è un palazzotto trecentesco con trifora al piano nobile e bifora al piano soprastante.


ISOLATO DI S. URBANO (vie Fabbri –S. Martino e Solferino [civ 28-34] – Squarcione- Gritti)
L’isolato di S. Urbano è compreso fra le vie dei Fabbri e Squarcione, lungo via S. Martino e Solferino, dov’era collocata la chiesa trasformata ad uso abitativo all’inizio del 1800 dopo la soppressione del 1806. Il convento e la chiesa dedicata a s. Urbano papa furono edificati a partire dal 1185 dai Benedettini di Praglia per offrire un ricovero e un luogo di preghiera ai monaci che dovevano recarsi in città. Talvolta qui si rifugiava l’intera comunità monastica in caso di guerra. Nel 1200 è testimoniata l’ospitalità a studenti e professori: nel monastero Benedettino adiacente alla Chiesa, infatti, era la sede dell’Università degli artisti durante i sec. XIII e XIV. Anche i negozi a piano terra erano di proprietà dei monaci ed erano dati in affitto. Oggi non rimangono che poche tracce di questo complesso; tuttavia se si osserva il lato meridionale di Piazza delle Erbe, compreso fra le vie dei Fabbri e Squarcione, si nota che l’omogenea struttura porticata ricorda quella di un unico edificio, che riprese quella dell’antico complesso. Se si ha la fortuna di trovare il cancello aperto, si può entrare nella corte presso il civ.34 di via S. Martino e Solferino, e ammirare verso est (lato destro) i pochi, ma suggestivi resti del convento.
All’interno di questo isolato restano inoltre tracce di interessanti palazzi di epoca successiva: in Via Dei Fabbri, dove avevano sede le botteghe di fabbri e calderai, si noti al n. 9 un palazzetto settecentesco con a fianco una piccola loggia su tre archi aventi corda diseguale e con due elegantissime colonne ioniche di pietra d’Istri. Sull’altro lato della via ai numeri 28-38, fabbrica con portico su quattro archi a pieno centro i cui rimaneggiamenti grossolani della facciata non riescono a spegnere l’originaria eleganza della costruzione che risale al sec. XV. Proseguendo lungo via S. Martino e Solferino, sulla sinistra si incontrano via Squarcione e via Gritti: entrambe erano ricche di osterie e trattorie a basso costo. Via dello Squarcione era detta via delle Caneve (antico nome delle osterie) e via Gritti si chiamava via Leon d’oro e poi via delle due Lune, forse dal nome di due taverne lì site. Tra i numeri civici 8 e 36 di via Gritti si può osservare che la strada si interrompe: qui partiva un vicolo che sbucava presso il civ. 21/27 di via Manin, vicolo di cui non si ha più traccia dell’antico nome.

VIA SONCIN
Una famiglia Soncin risalente al XV secolo pare abitasse in questa zona. O forse il nome deriva dalla corruzione di Leoncino, antico nome della via. Qui si trovavano gli stalli: inizialmente rimesse per i cavalli che eseguivano servizio di “taxi” verso Bastia, Bovolenta, Mestrino e Monselice e punti di noleggio di carrozze per scampagnate, divennero poi i ricoveri per i banchi in legno del mercato. Uno di questi è ancora visibile in fondo alla strada, presso il civico….. Di fronte allo sbocco di via Squarcione, nel 1784 un certo Gobbato aveva un’osteria, e nel 1848 un suo discendente aprì un caffè al n. 48; appassionato di scultura adornò i lati della bottega con due medaglioni, a destra Tiziano e a sinistra Raffaello. Ma subito gli studenti battezzarono le terrecotte “Gobbato e so mojere”. (=Gobbato e sua moglie)
Anche lungo questa strada si possono osservare interessanti esempi dello sviluppo dell’architettura civile dal periodo medioevale a quello rinascimentale:
* Civico 10: all’angolo con via Gritti c’è interessante una casa torre del XIII secolo. Costruita a scopo difensivo, ma anche emblema di un certo prestigio di casato, pur essendo stata pesantemente manomessa, presenta ben individuabili quattro piani con frequenti aperture costituite da vaste monofore a tutto sesto con ghiere decorate da motivi assai semplici. Questo tipo di abitazioni turrite, tra l’altro non molto diffuse a Padova, fu proibita dal comune nel 1280, per motivi di austerità.
* Civico 23-27, casa dei podestà forestieri: palazzetto risalente al tardo Trecento dotato di polifore trilobate che si aprono sulla facciata decorata con medaglioni floreali policromi completamente ridipinti negli anni 50. Pare che questo edificio fosse di proprietà del comune che lo destinava ad i Podestà forestieri. Tutti questi elementi rimandano in parte al gusto tipico veneziano (gli archi acuti trilobati) sia a modelli tipici dell’entroterra veneto.
* Civico 32: al di sotto degli inserti rinascimentali e nonostante i pesanti restauri si nota l’origine duecentesca del palazzetto; al periodo rinascimentale risale il rifacimento della facciata che testimonia una perdita del forte decorativismo di gusto scultoreo, per dare maggior spazialità alla struttura architettonica: è un tramontare del gusto lombardesco.
* Altri interessanti elementi, verso la fine della strada sono un antico stallo, presso il civ 31; e, presso il civ. 24, all’angolo con via degli Obizzi, un interessante palazzetto trecentesco, che testimonia come in questi anni si usava l’unione di due o più casinetti in un’unica abitazione.

VIA MANIN (già Beccheria Vecchia)
Questa via ebbe sempre un’importanza fondamentale nei secoli: qui, infatti, vi era domus macellatorum, da cui deriva il nome di via Beccherie vecchie, e qui vi abitavano i Maluta, facoltosa famiglia di commercianti e patrioti. Della domus macellatorum non rimangono più visibili tracce: probabilmente essa era situata presso l’attuale civico 19, uno dei primi esempi di case porticate risalenti alla seconda metà del 1200; nei secoli ha comunque subito molti rimaneggiamenti.
Da ricordare pure il piccolissimo cinematografo Vittoria poco più di una sala stretta e lunga dove si recavano gli innamorati per appartarsi più che per guardare i film…curiosità: molto spesso si rompeva la pellicola e la sala si illuminava improvvisamente.
Lungo tutta questa strada vi sono interessanti edifici, ad esempio presso il civico 11-23, dove si trova un’interessante palazzina medievale fortemente rimaneggiata con bella facciata quattrocentesca, o presso il civico n. 31, la cui facciata, risalente ai primi decenni del XVI secolo, è legata a schemi quattrocenteschi.
Procedendo verso via Monte Pietà, tra i civici 21/27, ad un certo punto il portico si interrompe: qui fino al 1700 si apriva una stradina che portava all’attuale via Gritti dove infatti è ancora visibile il punto in cui il vialetto si immetteva.
Casa Dello Speziale: sorge all’angolo tra via Manin e Via Vandelli. La farmacia è detta anche dello Speziale Al Pomo D’oro. Nel 1528, lo speziale G. B. Meneghini incaricò i capomastri Francesco di Lorenzotto e G. M. Da Castelfranco di ricostruirne le due facciate e il lapicida Bartolomeo Cavazza da Sossano (primo maestro di Palladio e autore dell’altare dei SS Alberto, Giacobbe e Sebastiano nella Chiesa del Carmine) di eseguirvi la decorazione architettonico- scultorea sulle facciate medesime. Le decorazioni a fresco occupavano una fascia sotto il cornicione (di cui oggi rimangono soltanto poche tracce); furono eseguiti da Domenico Campagnola (XVI sec.).

VIA VANDELLI
Strada aperta agli inizi del ‘900. Agli inizi del secolo, lungo questa via c’erano le cucine economiche.
Casa Bonaffari, civ. 2: appartenne nel 1370 a Jacobello da Milano, più tardi a Baldo de’ Bonaffari, consigliere e oratore di Francesco Novello da Carrara. La parte destra del portico ha carattere duecentesco, ma per tutta la parte superiore l’intervento di ripristino del cinquecento appare evidente. Interessante il cortile interno con tre ordini di logge sovrapposte (di cui la terrena oggi accecata).
Caffè Gancino: presso il civ. 1 si trova il Caffè Gancino: scendendo al piano interrato si possono notare visibili sotto il pavimento in vetro un tratto di via silice strata di epoca romana, con andamento N-S, costituita di grandi basoli in trachite dei colli Euganei. Questa strada parrebbe correlata a quella che uscendo dal lato settentrionale della città romana sulla direttrice di Ponte Molino, collegava Padova al Trevigiano.

 

VIA S. MARTINO E SOLFERINO – da Via Vandelli a Via Fabbri
* Palazzo Morassutti: presso il civ. 103, all’angolo con Via Barbarigo, risale al XVI secolo ma subì parecchi rimaneggiamenti. Da notare il poggiolo con balaustre in pietra al piano nobile e lo stemma sulla piattabanda del portale d’accesso.
* Teatro Concordi: Si chiamava in origine teatro Obizzi; era il più antico e l’unico della città fino alla metà del XVIII secolo. Fu costruito da Pio Enea Degli Obizzi accanto alle proprie case ed inaugurato il 13-05-1652; fu ampliato nel 1782 da Tommaso degli Obizzi, che vi fece eseguire le scene da Antonio Mauro, scenografo veneziano.
Nel 1803 passò in eredità ad Ercole III d’Este, duca di Modena e nel 1824-25 fu restaurato da Ferdinando IV d’Este arciduca d’Austria; nel 1827 fu nuovamente restaurato e denominato nuovissimo per distinguerlo dal teatro nuovo, poi Verdi. Nel 1882 fu acquistato dalla società Concordi. In questo teatro furono rappresentate commedie, tragedie, e vi si svolsero feste carnascialesche; nel 1775 la compagnia dei Gruviani vi rappresentò per la prima volta in Padova, le commedie di Goldoni, che vi assistette applauditissimo; nel 1884 vi recitò Eleonora Duse. Il teatro venne chiuso nel 1884.
* Al civico n. 92-94 si noti un palazzetto settecentesco porticato con trifora e poggiolo balaustrato in pietra e due monofore al piano nobile. Gli archi del portico e dei fori di porta e di finestra sono muniti di serraglie in pietra tenera, decorate con mascheroni e il cornicione pure in pietra è munito di protomi leonine
* Al civico 75 vi è un edificio che conserva le originali arcate romaniche del portico con ghiere decorate a motivi fittili diversi (XIII secolo) al primo piano; le finestre sono fornite di balaustre in trachite (sec. XVI-XVII)
* Al n. 30 grande edificio quattrocentesco con alto ed elegante portico sorretto da colonne munite di interessanti capitelli. Le finestre arcuate del primo piano conservano l’incorniciatura in pietra di Nanto e il paramento ad intonaco delle facciate rivela tracce di bugne a graffito.
* Al civ. 35, di fronte, casa tardogotica trasformata nel sec. XVI. Della costruzione primitiva rimangono le colonne in pietra con interessanti capitelli (il primo a oriente è munito di uno stemma con banda decorata con tre mezzelune). Delle aggiunte posteriori, la parte più interessante è la serliana cinquecentesca al piano nobile

VIA DEGLI OBIZZI
Palazzo Manzoni già Maffetti (civ. 29): ora abitazione privata, l’edificio non presenta nulla di notevole dal punto di vista architettonico, è solo interessante per il complesso di affreschi che vi eseguì il pittore palmarino Giuseppe Bernardino Bison alla fine del sec. XVIII, probabilmente fra il 1787 e il 1791 anno in cui il pittore si trovava a Padova e al Catajo. L’attribuzione è confermata dalla firma che l’artista segnò alla base di una candelabra del salone. I dipinti decoravano le pareti e il soffitto dello scalone, del salone e di una sala di riunione.
Prima di essere adibito ad abitazione privata risultava così ripartito: Scalone: le pareti sono scompartite da lesene ioniche in stucco appoggiate su un’alta zoccolatura, e recano ciascuna due scene policrome divise da una finta nicchia contenente figure monocrome, di Diana sulla parete settentrionale e di Apollo su quella meridionale. Su queste le scene rappresentano: la lettera in villa e gli sposi in villa. Sul soffitto l’aurora scortata da putti. Una bella intonazione argentea caratterizza i dipinti delle pareti e richiama l’ascendenza tiepolesca che si manifesta anche dal lato tipologico.
Salone: le pareti sono divise da lesene decorate con candelabre a fresco che reggono una cornice in stucco a motivi floreali. Sulla parete settentrionale è raffigurato il ratto d’Europa bicolore, su quella meridionale Deianira e il centauro Nesso fra amorini. Nei sovrapporte scene monocrome con soggetti pagani. Sul soffitto al centro scena allegorica con due figure femminili e putti; ai quattro lati altrettante scene a tema pagano. Il complesso presenta un accentuazione di gusto neoclassico.
Sala Minore: le pareti e i sovrapporte sono decorati da Paesaggi a fresco: tali dipinti caratterizzati da una pennellata vivace, riassumono in chiave preromantica tutta la tradizione veneta del paesaggio animato da figurine che trae origine da Marco ricci passando attraverso lo Zais.

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