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L'autore di 'Sulla via Francigena'   
Intervista a Giannino Scanferla

Intervista a Giannino Scanferla


Intervista a Giannino Scanferla, autore di 'Sulla Via Francigena. A.D. DCCLXXIII. Sulle orme di Giuilsa e Nantelmo', un libro che ripercorre le dieci giornate di cammino percorse dallo scrittore lungo un tratto della Via Francigena attraverso il Piemonte e la Lombardia.


E’ sotto la protezione di San Michele Arcangelo, a cui è dedicata la famosa Sacra, «ardito manufatto» che si staglia sui mille metri di uno sperone roccioso «a cielo terso», che si compie il cammino del Viandante Giannino Scanferla: il protagonista del percorso morale e fisico raccontato nel libro “Sulla Via Francigena. A.D. DCCLXXII – Sulle orme di Giuilsa e Nantelmo” si attiva per percorrere in pochi giorni un tratto del sentiero dei Franchi. Una presenza si perpetua nel livello concreto, quasi tangibile di vesciche ai piedi e di ricerca di indicazioni stradali e in quello onirico vissuto nell’Italia longobarda durante la discesa di Re Carolo: è il Re della Valle, il camoscio, che accompagna i pellegrini, in particolar modo i due giovani Giuilsa e Nantelmo, una curatrice e un pastorello. La Bestia aveva «disseminato di carogne e cadaveri i pascoli tanto rimirati», è in corso la guerra: Giannino Scanferla la rivive di notte dopo ore di fatiche, con «pensieri leggeri e volubili» come le nubi che lo sovrastano. Il libro, edito da Cleup, è un diario di viaggio che alterna sogni a visioni reali del paesaggio che secoli prima ospitò le vicende storiche: la penna parla per l’occhio esploratore e per i piedi macinanti chilometri, per non cadere nella suggestione, per restare viva.
Ne parliamo con l’autore.

Sei un pellegrino, hai percorso vari “cammini” che affondano le loro radici nella Storia e nella Religione: com’è nata questa passione?
C’è una data precisa: il 2 agosto del 2007, quando da Saint Jean Pied de Port (Francia) ho valicato il passo che conduce a Roncisvalle (Spagna) e ho iniziato il viaggio di ottocento chilometri che mi ha condotto fino a Santiago de Compostella. Un’esperienza coinvolgente che ho voluto raccontare e riproporre in seguito con modalità diverse percorrendo alcune Antiche vie dello Spirito. Ma vorrei chiarire, usando alcune riflessioni riportate nel mio primo diario di viaggio “Nel Cammino di Santiago”, che:
“[…] Non sono un turista! Non mi sento ancora Pellegrino. Mi sento peregrino!
C’è differenza? Per me sì!
Il Pellegrino è colui che crede indubitabilmente e che in forza di ciò chiede l’intercessione di un mediatore per rafforzare la sua richiesta alla Divinità. Il peregrino è colui che cerca, camminando e soffrendo, senza sapere perché e per che cosa. Forse non ha neanche meta e porta con sé il vizio capitale dell’invidia nei confronti del Pellegrino. Perché non gli è concesso di Credere!”
I personaggi che popolano i tuoi sogni durante il cammino lungo la Via Francigena, Giuilsa e Nantelmo, sono realmente esistiti?
Giuilsa e Nantelmo sono due personaggi inventati, come i loro nomi, che come tutte le persone semplici non trovano spazio nei documenti ufficiali se non incidentalmente. Le principali vicende e i fatti storici, o le leggende, in cui sono coinvolti sono invece riscontrabili in vari documenti compresi quelli di forma agiografica.
Che fonti hai consultato per documentare con efficacia la discesa di Carlo Magno (re Carolo) in Italia e il conflitto con i Longobardi?
Le fonti principali sono costituite dai manuali di storia medievale che di solito si utilizzano per sostenere un esame universitario, ma è stata una precisa scelta narrativa quella di contestualizzare la parte immaginaria di questo viaggio in una fase storica carente di documentazione per consentire quei collegamenti tra le vicende, sulla base dei pochi riscontri a me disponibili, che avrebbero permesso una rilettura romanzata ma realistica. Se nella fase di revisione, pur a distanza di quasi duecento anni, le “Notizie storiche” che introducono la tragedia manzoniana dell’Adelchi hanno consentito un’organica verifica non c’è dubbio che la principale fonte diretta per definire il substrato storico su cui si innesta il racconto è costituita dall’Historia Langobardorum di Paolo Diacono. Accanto a queste hanno avuto rilevanza per particolari spunti le cronache e gli annali (da Sigeberto ad Anastasio Bibliotecario, da Vita Karoli di Eginardo alla Vita Stephani III) che mi permisero di dare spessore e indiscutibile ruolo alla figura di Hunaldo. Ma per qualità, freschezza e rigore dei saggi, se pur colpevolmente consultati a spizzichi, molto devo al medievista Aldo Settìa.

La figura di Adelchi non può che richiamare l’eroe tragico di Manzoni. Quanto ha in comune la tua visione con quella manzoniana?
Alessandro si rivolta nella tomba se rispondo a questa domanda, ma sa che corrisponde al vero quanto affermo: lessi per la prima volta l’Adelchi dopo aver stampato in copisteria la prima bozza di questo libro e fin dalle prime battute, con mia grande sorpresa, incontrai personaggi, luoghi, e vicende divenute quasi familiari. Scoprii che quanto avevo tentato di evidenziare, molto rozzamente, attraverso il racconto onirico frutto dei pensieri che si accavallavano durante le ore di cammino solitario, Manzoni lo aveva già sistematizzato in una concezione filosofica della storia dell’umanità che alle ingiustizie e alla violenza organizzata opponeva il Dio della ricompensa ultraterrena. Con singolare coincidenza narrativa, i protagonisti, l’Adelchi e nel mio caso Giuilsa e Nantelmo, dovendo assolvere ad un compito arduo, si affidano al soprannaturale ma risultano entrambi perdenti. Adelchi dal Manzoni viene ucciso per riaffermare la vanità delle vicende umane, invece i due giovani si fortificano, gettano semi di Bene, operano per migliorare sé stessi, pur nella consapevolezza dei loro limiti umani e nello sconforto che li travolge quando assistono alle devastazioni della Bestia. Si nota anche una piccola variazione del punto di vista del perdente che non scrive la storia e delle persone semplici che fanno la Storia: Carlo Magno e i vari pontefici perdono l’alone elogiativo, la crudezza della guerra viene esaltata nella materica descrizione e l’animo umano scandagliato nella doppiezza delle sue manifestazioni.

Nel corso del romanzo – anche se sarebbe più corretto parlare di un diario di viaggio – a volte noti la mancanza di ospitalità e la scortesia di alcune persone nei confronti dei viandanti. Cosa bisognerebbe fare per incentivare questa attenzione verso l’altro secondo te?
La scortesia in realtà corrisponde alla paura per il diverso. Il camminante stanco, sporco e magari puzzolente che attraversa paesi poco abituati a questo genere di incontri è una persona da evitare soprattutto se si è soli; se incroci il diverso passi sull’altro lato della carreggiata perché sei intriso di quel timore che viene dispensato a piene mani per finalità politiche o egoistiche. Questo lo si nota soprattutto quando si cammina da soli, mentre quando il gruppo dei pellegrini è numeroso prevale la curiosità, magari accompagnata da commenti poco edificanti se l’incontro avviene lontano dai luoghi sacri o, al contrario, da apprezzamenti e sostegno se avviene nei pressi di un monastero o di un santuario. Io però ho incontrato anche gli angeli della Via, non solo dileggio e poca ospitalità. Attualmente stiamo assistendo ad un incremento significativo delle persone che praticano questo approccio lento con la natura e il paesaggio, alla ricerca di sé stessi per allargare gli spazi interiori sia con motivazioni spirituali sia per motivazioni religiose. La maggior frequenza e l’inevitabile e auspicato, se pur per ora piccolo, ritorno economico dovrebbero ridurre pregiudizi e aumentare gli spazi di accoglienza. Se le comunità interessate da questi percorsi ne comprendessero l’importanza e le amministrazioni comunali fossero protagoniste della loro promozione forse qualcosa potrebbe cambiare in meglio. Una cosa però potremmo fare tutti fin da subito quando incontriamo un camminante; poco costosa e gratificante. Un bel ciao, con sorriso e occhi luminosi, accompagnato da l’augurio di buon cammino!

Camilla Bottin

 

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