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Il Leone di Vetro – Speciale

Il Leone di Vetro – Speciale


Speciale dedicato al lungometraggio in fase di realizzazione per conto della Venicefilm che ripercorre le vicende di due famiglie, entrambe produttrici di vino, i Biasin e i Querini, all’alba del referendum con cui il Veneto è stato annesso all’Italia. Intervistiamo Salvatore Chiosi (regista), Maximiliano Hernando Bruno (attore e produttore) e Andrea Pergolesi (attore).


Domande al regista Salvatore Chiosi
‘Il leone di vetro’ a cui fa riferimento il titolo è l’etichetta che attualmente contraddistingue le bottiglie del Consorzio Vini Venezia? Vuoi raccontarci come si è arrivati a questo sodalizio tra cinema e prodotti del territorio?
Le bottiglie con il leone inciso e con su scritto ‘Biasin Raboso’ sono state create apposta per il film. Ovviamente contengono il buon vino Raboso del Piave e sono state appunto presentate dalla Venice Film con una piccola brochure del film proprio nello stand espositivo del Consorzio Vini Venezia. Alessandro Centenaro e Massimiliano Hernando Bruno con Venice Film realizzano da tempo opere legate al territorio. Secondo me è stato – oserei dire – “quasi naturale” raccontare una storia che parlasse anche di un prodotto ‘simbolo’ di queste terre.
La prova sta proprio nel sostegno e nei patrocini che il film ha avuto: dal Consorzio Vini Venezia, dalla Regione Veneto, dalla Treviso Film Commission, dalla Associazione Borgo Malanotte e da tante realtà territoriali, vorrei ricordarle tutte, per esempio Ca’ di Rajo dove abbiamo girato delle scene, Ca’ Marcello dove abbiamo girato tutte le scene dei nobili Querini e molte altre. Insomma per me regista è stato proprio un piacere lavorare in questi luoghi e lasciarmi coinvolgere da questa meravigliosa avventura.

Borgo Malanotte è una perla del turismo culturale, un posto che si è conservato immutato nei secoli. Quali scene sono state girate in questa location e che tipo di studi sono stati fatti affinché non ci siano discrepanze con gli eventi storici realmente accaduti?
Come meraviglioso ed emozionante è stato girare a Borgo Malanotte, un luogo dove sembra che il tempo si sia fermato.
In genere nel cinema quando si fanno film storici, in costume, e si gira – come si dice – ‘dal vero’ si deve intervenire molto a livello scenografico.
A Borgo Malanotte gli interventi sono stati minimi. E questo la dice lunga sulla particolarità del luogo.
Lì abbiamo girato le scene del Municipio, il seggio elettorale, l’ufficio del Podestà, l’osteria e ovviamente la bellissima strada principale del Borgo.
Abbiamo girato sia di giorno che di notte. E sono davvero grato a tutti i residenti per aver non solo collaborato con noi, ma anche per aver ‘sopportato’ i nostri ritmi lavorativi e le nostre esigenze tecniche e artistiche (cito solo come esempio l’aver accettato di tenere spenti i televisori e i condizionatori d’aria per garantire una buona presa diretta). Per quanto riguarda poi la fedeltà storica mi sono affidato agli sceneggiatori e alle ricerche fatte da loro. È chiaro che anche io ho fatto le mie doverose ricerche per raccontare con scrupolo un momento della Storia d’Italia particolarmente delicato e tutt’ora oggetto di discussione. Devo anche dire che ho trovato interessante e stimolante il fatto che i produttori abbiano scelto me, meridionale di Napoli, per raccontare una storia sull’annessione del Veneto all’Italia. Una bella scommessa per me e per Venice Film! Nelle mie ricerche sull’annessione del Veneto all’Italia poi, ho trovato notevoli affinità con ciò che qualche anno prima accadde nel meridione in quello che era il Regno delle Due Sicilie. Confesso che il mio studio su quel periodo storico mi ha dato modo di guardare la mia Storia… la nostra Storia, con occhi nuovi ma soprattutto mi ha spinto a pormi di fronte alla sceneggiatura de ‘Il Leone di vetro’ – posso dirlo con estrema sincerità – con rispetto ed onestà. Chiudo aggiungendo solo questo: mi auguro di essere riuscito a raccontare con ‘Il Leone di vetro’ una ‘piccola storia’ con il cuore, una ‘piccola storia’ che in fondo appartiene a tutti noi.

Domande a Maximiliano Hernando Bruno:
Nel film ‘My name is Ernest’ di Emilio Briguglio interpreti il Caporale Amedeo. Come ti sei preparato per poterti calare in maniera ottimale nel personaggio?
Per interpretare il caporale Amedeo ho cercato di rivivere il mio periodo da caporale nell’esercito italiano, quando ero un paracadutista della folgore. Ho semplicemente rivissuto quella esperienza riportandola sul set. Era l’unica cosa più vicina ad uno scenario di guerra nella mia vita… fortunatamente. Anche se nulla può paragonarsi ad una guerra vera, ho semplicemente ricreato il malessere di dover essere lontano da casa, dai propri cari, dalla ragazza per un lungo periodo. Solitudine, mancanza di libertà, essere costretti a fare qualcosa che non è stato scelto da te…. ma imposto da qualcun altro. Ho tirato fuori tutto questo e l’ho riportato nella mia interpretazione.

Sei produttore de “Il leone di vetro”: cosa ti ha spinto a credere nel progetto?
Quando mi è capitato fra le mani il soggetto di “Il Leone di vetro” ho subito pensato ad una storia avvincente. Una storia poco conosciuta che valeva la pena di essere raccontata sul grande schermo. Qualcosa avvenuto più di cento anni fa ma per molti aspetti una storia molto attuale. Per esempio si parlava di referendum, tasse, famiglie costrette ad immigrare in cerca di una vita migliore. Ma anche guerra, amore, tradimenti… insomma tutti gli ingredienti per un bel film.

Domande ad Andrea Pergolesi unico attore veneto ad andare al Festival di Cannes 2011 in quanto comprimario nel film ‘Impardonnables’ diretto da André Téchiné
Hai un’ottima formazione teatrale all’interno del teatro A l’Avogaria di Venezia e hai avuto ruoli in primo piano in spettacoli tratti dai testi di Durrenmatt e Brecht. Che tipo di differenze hai riscontrato nel lavorare a teatro e al cinema?
La formazione teatrale a mio parere è indispensabile per essere un bravo attore (ciò non vuol per forza dire che io lo sia, naturalmente). La differenza è che se a teatro si gioca a “buttar tutto fuori”, cioè a canalizzare l’interpretazione verso l’esterno, verso gli spettatori, al cinema è la macchina da presa che viene a cercare la tua interpretazione, cosicché ci si può permettere di essere più intimisti. In un primo piano basta muovere un sopracciglio per far diventare fortissimo un movimento, ad esempio. Bisogna anzi stare attenti a non far troppo, anche se questo non significa che invece uno sul palco debba dimenarsi come un pazzo, è però un indirizzamento, un contenimento differente delle proprie caratteristiche espressive.

Hai frequentato un workshop intensivo presso il Teatro Stabile del Veneto. Mi puoi dire qualcosa di più?
Il workshop è durato quasi un mese, con i maestri Massimiliano Civica e Duccio Camerini, quello di Civica si è concentrato su un testo di Tiziano Scarpa che ha seguito con noi le lezioni, mentre quello di Camerini su un testo scritto da lui. E’ stato lo Stabile a chiamare e  a scegliere gli attori, per lo più della Terrani (Padova), poi c’era uno della Garrone (Bologna), uno della Nico Pepe (Udine) e io dell’Avogaria. La cosa più innovativa è che lo Stabile ha investito sulla formazione, quindi pagando gli attori che partecipavano, con minimo salariale giornaliero, come fosse uno spettacolo.

Camilla Bottin

 

Borgo Malanotte




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