Tiroide, un libro tutto da ridere

7 Gennaio 2016 By Elena Bottin

Stefano, studente universitario fuorisede, è un «lupo solitario» avulso dalle relazioni vuote che si instaurano in società per dare una parvenza di normalità. Il suo unico problema, un ipertiroidismo curato a pasticche di Tapazole dimenticate tra un matrimonio forzato con i parenti e ritrovi alcolici con ex compagni del liceo, è l’unica cosa in grado di agitarlo nella sua etica che gli impedisce di falsificare la presenza ai seminari o di rispondere per le rime agli scrocconi. Lui è pacifico, quasi anonimo, immerso in un “limbo” di non ascolto: vorrebbe solo essere lasciato in pace in biblioteca a leggere, ma puntualmente arriva la chiamata del molestatore di turno, compresa la madre. Stefano cerca di districarsi senza successo tra stereotipi di serate romane in cui pseudointellettuali comunisti organizzano cineforum che a definire scontati è dir poco o in cui gruppi underground suonano più tardi del previsto, per fare i “fighi”, in un parapiglia che ricorda il solito minestrone politico. Definito “borghese” e “napoletano” o con altre etichette appiccicose, il ragazzo trova infine il coraggio di fuggire via da una serata che stava diventando di troppo. Al giorno d’oggi in un mondo in cui «si è perso quasi ogni aspetto del mistero quotidiano», Stefano sembra uno dei pochi che sa essere “onesto”, guardando se stesso senza le sovrastrutture che ormai sono intollerabili. A corredare le sue avventure ci sono le parole di Oluwafemi, un nigeriano appena sbarcato in Italia che ha dimenticato il suo quadernetto malconcio in biblioteca. Il suo è un italiano stentato e i suoi piccoli temi sono in funzione di un miglioramento linguistico, ma sono veri, sinceri. Oluwafemi, chiamato Olu, distingue amico da non amico in base agli aiuti che esso riceve, la strada fino a Roma non è facile tra il caldo, la fame e la mancanza di lavoro. Senza rendersene conto Stefano fa sue quelle parole, le legge giorno per giorno come se fossero le avventure di un personaggio picaresco. L’ironia dell’autore Marco Parlato ci fa scivolare in un magma di idiosincrasie quotidiane in cui la malattia, raffigurata in uno sferragliare di organi e ormoni, diventa un tutt’uno con la città caotica, divisa tra cinesi e “arabi” e altre stranezze.

Camilla Bottin