Italina
27 Agosto 20151918: la guerra non è ancora finita. Nell’entroterra veneto vive una donna tenace, senza cultura, ma di grande coraggio e sensibilità: si chiama Italina. E’ una delle molte madri e mogli italiane, angosciate dall’assenza del marito o del figlio al fronte. Vive in campagna tra le poche galline rimaste e le figlie che non hanno ancora un marito. Molte bocche da sfamare. Dalle trincee del fronte carsico ritorna il povero marito Giovanni per andarsene poi per sempre sul letto dove son nati i suoi figli. L’eredità della guerra passa al figlio minore, l’unico maschio rimasto: il dolce Giacomo, uno dei ragazzi del ‘99. La madre ne attende trepidante il ritorno, sola, senza più un compagno, ma sempre piena di speranza.
Si commuove e si agita, ma non si perde mai d’animo. Sa anche sperare e sorridere mentre ricorda quando era giovane, faceva filò, cantava e ballava sull’aia. Un dramma esistenziale il suo, ma rappresentativo di tanti. Una donna che narra di sé e che costituisce un paradigma di dolore delle donne di tutti i tempi, delle vedove di sempre, delle madri coraggio che nei periodi di guerra dalle città e dalle campagne devastate hanno alzato il loro grido straziante.
Tra sogno, commozione, pianto e gioia, Italina racconta la sua storia, parlando in lingua veneta, con le parole che usavano i nostri antenati delle terre venete, lavoratori infaticabili della terra, eroi del quotidiano e spesso martiri al fronte. Il dialetto che Italina usa è comprensibile a tutti, proprio perché accompagnato dal gesto, dal movimento, dall’azione scenica, come il teatro esige da sempre.
Bruna Mozzi