Toni Boni. Un padovano nell’arte del Novecento

7 Dicembre 2013 By Elena Bottin

E’ stata inaugurata venerdì 6 dicembre alle ore 12 a Palazzo Zuckermann la mostra “Toni Boni, un padovano nell’arte del Novecento” composta da sculture in marmo, terracotta e bronzo, graffiti su marmo e disegni selezionati tra i proventi della collezione Rinaldi Tonello che riunisce opere realizzate dallo scultore padovano tra gli anni Trenta e Settanta del Novecento. «La mostra offre un contenuto pertinente al contenitore artistico metropolitano RAM – spiega l’Assessore alla Cultura Andrea Colasio – in cui l’impegno profuso dall’Amministrazione era quello di valorizzare la città attraverso un linguaggio artistico contemporaneo». Grazie all’«intuizione» del direttore dei Musei Civici Davide Banzato, si è riusciti a dare voce alla «produzione dei giorni nostri», con il notevole supporto della dottoressa Elisabetta Gastaldi che ha dato un grande contributo dal punto di vista della critica storiografica. La mostra, aperta al pubblico fino al 26 gennaio 2014, coglie l’artista Toni Boni in una «fase storica particolare» di Padova: nato nel 1907, è figlio d’arte e attraversa la storia patavina con le sue esposizioni. Il lavoro dell’allestimento è filologicamente rigoroso e riprende la partecipazione alle mostre sindacali d’arte del Veneto ripristinando la «centralità della figura umana» in termini austeri ed essenziali. Le produzioni artistiche di cui si sono innamorati Rinaldi e Tonello – oltre duecento opere – raccontano alcuni spaccati significativi che hanno come matrice formativa l’Istituto Pietro Selvatico, ma si trovano ad evidenziare anche il dopoguerra degli anni Sessanta in cui Toni Boni conosce la metamorfosi realista che incontra una cifra narrativa di estremo interesse che coinvolge il mondo circostante. Cari furono a Toni personaggi e momenti legati alla quotidianità popolare come “Ea Gaetana” o il suo soffermarsi da «curioso» sulla corporeità de “Il pugile sconfitto”, un perdente che ha una forza che traspare, una dignità da tutelare: questo avviene nel momento del massimo consenso al regime fascista (1935-36), l’attenzione che rivolge allo sconfitto è una sua cifra interpretativa, non disdegna i mondi periferici e marginali, tra cui quello dei contadini, dei mendicanti, automatismi che affronta con grande rigore stilistico.

Camilla Bottin