Ottavia Piccolo in ‘Donna non rieducabile’
10 Aprile 2014Si apre uno spiraglio di luce sull’arpa di Floraleda Sacchi, fin dall’inizio ci si accorge di avere lo sguardo proiettato su qualcosa d’altro: non ci sono orpelli, la scena è spoglia con un tavolo e una sedia, il tendaggio è scuro, la coscienza è aperta, infinita. Non c’è nulla, solo la testimonianza gigante di Ottavia Piccolo che riporta il testo di Stefano Massini ispirato alla biografia e agli articoli della giornalista russa Anna Politkovskaja: presi dall’ansia nella platea ci sentiamo osservatori di fatti che stanno avvenendo qui e ora nel teatro, in quel preciso istante. Nel frattempo il cerchio si stringe sempre di più sulla giornalista russa, la luce viola inaugura interrogatori, minacce, percosse: è l’impossibilità di prendere una decisione, di scegliere da che parte stare, con la Santa Madre Russia o con i terroristi ceceni. Sì, dico Santa Madre Russia, quella che nel primo canale nazionale sfodera soldati giovani e belli, pronti a partire per una guerra giusta, a debellare i cattivi, brutti e sfigurati: sulle note dell’inno russo Ottavia Piccolo, vestita di bianco, un abbigliamento che ha creato nella mente un’associazione spontanea con la purezza e la giustezza di intenti, un colore che risalta ancora di più una volta macchiato di sangue, ha interpretato con tono asciutto e invasivo una ventina di quadri, di situazioni che si fanno drammatiche nella loro crudeltà. E’ un’istantanea della guerra in Cecenia, donne stuprate senza diritti di rivalsa, reiette all’interno della loro stessa famiglia, militari di diciannove anni che si divertono a far esplodere “fagotti umani”, un Paese in cui non c’è acqua, né cibo e difficile è circolare senza un controllo insistente dei documenti. «Signora, è la guerra, cosa si aspettava», questa l’accusa di una lettera pubblicata da un gruppo di ufficiali russi, nascosti dall’anonimato: Anna non si nasconde, lei affronta a viso aperto la brutalità di un mondo in grado di assassinare bambini inermi, il suo compito non è quello di giudicare, bensì di raccontare, lei riporta solo i fatti. E proprio per questo il suo monologo si chiude con le luci spente, nel nulla. Ma noi non dobbiamo dimenticare, è il proposito del Comune di Este in collaborazione con il Centro Veneto Progetti Donna di Padova e l’associazione Spazio Aperto: Anna Politkovskaja, donna non rieducabile, diventa l’occasione per fermarsi a riflettere nuovamente sulle violenze sulle donne ed offrire loro degli strumenti per potersi riscattare.
Camilla Bottin


