Regista, sceneggiatore e scrittore   
Intervista a Umberto Lenzi

Intervista a Umberto Lenzi


Intervista al regista di culto di tanti film di genere anni Settanta, autore di riferimento di un cineasta doc come Quentin Tarantino e a sua volta cinefilo coltissimo, riscopertosi negli ultimi anni come valente scrittore con una serie di sei romanzi aventi come protagonista l'investigatore Bruno Astolfi.


Il Suo protagonista, l’investigatore privato Bruno Astolfi non è romano. Anche Lei non lo è, infatti è originario della provincia di Grosseto, in Toscana. Nel romanzo “Il clan dei miserabili” compare un riferimento all’eccellenza della cucina toscana quasi con una punta di nostalgia.
Immagino che Lei si sia trasferito per motivi di studio (Centro Sperimentale di Cinematografia) e poi per lavoro in quanto regista di talento. Ora dove risiede? Da quello che si nota nel Suo libro Lei ha una conoscenza approfondita di Roma: si può dire che sia diventata una nuova casa o Le è sempre mancata la Toscana?
Sono toscano di Massa Marittima (GR), laureato in Giurisprudenza all’Università di Pisa, ma il giorno stesso della laurea vinsi il concorso per l’ammissione ai corsi di regia del CSC e mi trasferii a Roma. Ho esordito al cinema, subito dopo il diploma, nel 1957, come aiuto regista in una grande produzione americana girata in Italia, “Raw wind in Eden”, diretta per la Universal dal regista Richard Wilson e interpretato da un grande cast, Esther Williams, Rossana Podestà, Jeff Chandler, Eduardo De Filippo. Da li alla regia il salto fu breve, esordii nel 1961 con un film di pirati, “Le avventure di Mary Read”, con Lisa Gastoni e Jerome Courtland. Ho lavorato e vissuto sempre a Roma, ma da qualche anno, da quando mi sono dedicato alla scrittura, mi sono trasferito con mia moglie sul mare, a Ostia, che poi è un quartiere di Roma. Ma sono rimasto toscano doc, amo il Chianti, le pappardelle alla lepre, la ribollita, la bistecca alla fiorentina. E non solo.
Ovviamente conosco Roma molto bene, avendoci abitato e lavorato per moltissimi anni, ma Firenze e Pisa sono sempre nel mio bagaglio di ricordi e amori felici.

Il titolo dell’ultimo romanzo pubblicato dall’editore Cordero “Il clan dei miserabili” è a doppio senso: i miserabili sono dei delinquenti ma anche i “Miserabili” di Victor Hugo nella versione cinematografica di Riccardo Freda sul cui set avviene il delitto di Tiberio De Sanctis. Questa compenetrazione tra giallo e storia del cinema (capita infatti di trovare nel corso del romanzo personaggi come Valentina Cortese, Suso Cecchi d’Amico, Cesare Zavattini, Totò, Alberto Moravia con la moglie Elsa Morante) è il Suo punto di forza: i Suoi romanzi si distinguono proprio per questa componente inedita, dal sapore vintage. Vuole raccontarci come si è approcciato a questo tipo di studi? Quanto invece è frutto di conoscenza diretta?
La trovata più divertente nei miei sei romanzi è stata appunto quella di fare interagire il protagonista con personaggi del cinema e dell’arte realmente esistiti, che ho conosciuto di persona, qualcuno magari occasionalmente, come Moravia, la Morante, Guttuso, Fellini e Totò. Ma di costoro avevo approfondito il carattere, le psicologie, le manie, il background attraverso testimonianze e conoscenze comuni..

Lei è considerato un maestro del film poliziesco all’italiana: se volesse consigliare ai Suoi lettori un film che per spirito è più affine all’atmosfera che si è venuta a creare ne “Il clan dei miserabili” quale indicherebbe? E perché?
Il mio film “Sette orchidee macchiate di rosso“, dove l’indagine è portata avanti da un personaggio comune, non dal solito commissario di polizia. E come nei miei romanzi, i delitti sono molti e conseguenti a una concezione distorta della lotta per la vita.

Camilla Bottin

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