La fabbrica del panico

5 Luglio 2014 By Elena Bottin

Giovedì 3 luglio, presso la suggestiva villa dei Vescovi di Luvigliano di Torreglia, si è tenuta la presentazione del Premio Campiello Opera Prima 2014, ovvero de “La fabbrica del panico” di Stefano Valenti, un romanzo che racconta una storia familiare secondo una grande «trasparenza». La location in cui si è tenuto l’esclusivo – se così possiamo definirlo – “party” letterario, in quanto i lettori hanno trovato ad accoglierli un aperitivo di benvenuto preparato dai responsabili dell’enoteca San Daniele di Torreglia, è la meravigliosa struttura acquisita dal FAI nel 2005, aperta al pubblico solo dal 2011. Lo scopo del FAI, ente che esiste da quarant’anni, è quello di far conoscere le bellezze italiane salvandole dal degrado e mettendole a disposizione dell’utenza: stavolta, complice la Letteratura, si è trasformato in un ottimo luogo deputato all’ “otium” nella versione cicerionana, la quiete della natura che ti permette di fermarti a riflettere un attimo sui massimi sistemi del mondo. Lo sfondo agreste dei Colli Euganei, con vigne e prati, un po’ contrastava con il tema del libro, la fabbrica: il panorama, inviolato al tramonto, si viveva con intensità, l’autore Stefano Valenti rispondeva con semplicità alle domande di Marilena Poletti Pasero, presidentessa dell’Unione Italiana Lettori. Lui non ha mai scritto nulla, la sua formazione è essenzialmente artistica (ha frequentato l’Accademia di Brera): il libro, maturato grazie alla sua professione di traduttore, è un vero e proprio exploit sbocciato dopo anni di gestazione. «“La fabbrica del panico” – spiega Marilena – è un romanzo che si potrebbe codificare come appartenente al cosiddetto filone della “letteratura di fabbrica” in voga negli anni Sessanta, quando c’era l’entusiasmo per la rinascita dell’industria italiana nel dopoguerra». Il movimento, nato grazie all’affetto riversato verso grandi industriali come Adriano Olivetti che cercavano di dare un volto umano alle fabbriche, aveva incentivato una letteratura in cui il centro di ogni perché era la fabbrica, vissuta con forte senso di appartenenza, con quella sensazione di orgoglio che solo un’impresa italiana può dare. «Con Stefano, invece – continua Marilena – viene evidenziato un altro aspetto della fabbrica, quello negativo». In un periodo in cui era avvenuta una rivoluzione antropologica, la classe operaia emersa in tutta la sua potenza, il padre di Stefano, artista pure lui, muore per un mesotelioma, un cancro alle vie respiratorie, tipica malattia professionale in chi ha lavorato tra fibre d’amianto disperse. Operaio negli anni Cinquanta alla Breda Fucine di Sesto San Giovanni, il padre di Stefano rivive sotto altri nomi nel romanzo che è un’espressione del panico vissuto dall’autore, figlio unico, alla perdita del genitore. «Difficile per me è stato inoltre descrivere il lavoro in fabbrica dove non ho mai lavorato – racconta Stefano – non ho fatto l’esperienza direttamente, ho conosciuto la realtà attraverso i racconti di mio padre. Ho dovuto documentarmi a lungo e molti operai mi hanno aiutato nel descrivere i particolari delle lavorazioni e le condizioni di lavoro, anche molto dure». Stefano ha da poco tradotto “I lanciafiamme” della Kushner e altri romanzi dal tema sociale che trattano storie di campagnoli trasformatisi in operai o della tragedia delle miniere, sicuramente la sua esperienza come lettore ha contribuito a dargli una formazione da scrittore.

Camilla Bottin

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