Intervista a Manuele Faccenda

30 Dicembre 2014 By Elena Bottin

Che effetto fa essere, insieme a Omar Bartoli, uno dei pochi italiani premiati all’European Geosciences Union? Come trova che sia l’attuale stato di ricerca in Italia e nello specifico, nel suo campo, le scienze della terra? Lei si ritiene soddisfatto del Suo percorso professionale o necessiterebbe di ulteriori spazi e risorse?
Il riconoscimento dell’Eupoean Geosciences Union è certamente una grande soddisfazione, che da un lato premia l’impegno continuo che da diversi anni io e Omar Bartoli, collega del Dipartimento di Geoscienze di Padova, dedichiamo alla ricerca, e dall’altro fornisce un ulteriore stimolo per affrontare questo lavoro con maggiore motivazione.
Credo che sullo stato attuale della ricerca in Italia non ci sia molto da aggiungere: l’Italia è uno dei paesi europei dove si investe meno. E’ un vecchio problema il nostro legato forse ad una politica di rinnovamento del Paese miope e molto conservativa. Basti pensare che già Enrico Fermi se ne lamentava 80 anni fa. Certamente serve un cambiamento di visione del futuro dell’Italia e anche un po’ più di coraggio per puntare maggiormente sulla ricerca che puo’ fare da traino allo sviluppo e alla ripresa del nostro Paese. Insomma, non dico nulla di nuovo.
Detto ciò, vorrei spezzare una lancia a favore dell’Ateneo patavino che, nonostante le difficoltà legate ai tagli continui degli ultimi anni, si è spesso dimostrato all’altezza di altri presitigiosi istituti europei nel campo della ricerca. L’Università di Padova è una delle poche realtà italiane a elargire fondi per progetti di ricerca meritevoli, e per un numero consistente di borse di dottorato e post-dottorato. Il risultato è che, secondo le valutazioni ministeriali, l’ateneo patavino è primo fra quelli italiani per quel che riguarda la ricerca, e il Dipartimento di Geoscienze è tra quelli che contribuisce maggiormente alla buona reputazione dell’Università di Padova tramite delle eccellenze di livello internazionale.
Sono molto soddisfatto del mio percorso professionale fin qui affrontato. Dopo 7 anni passati all’estero, dove ho imparato i “segreti” della modellizzazione numerica dei processi geodinamici, rientrare in Italia con la possibilità di insegnare le conoscenze acquisite è stato molto piacevole. Purtroppo per molti dei miei colleghi italiani sparsi per il globo non è stato così e non lo sarà a breve termine, questo mi fa spesso sentire come un’anomalia del sistema.
In ogni caso, al momento mi trovo molto bene a Padova, sia dal punto di vista professionale che umano. Per quel che riguarda le risorse, non sempre quelle fornite dall’ateneo patavino sono sufficienti, ma fare ricerca significa anche riuscire a raccogliere fondi da enti esterni a quelli statali, come per esempio quelli sostanziosi che l’Unione Europea distribuisce annualmente. Questo è sicuramente l’obbiettivo principale della mia futura carriera professionale.

Ci vuole brevemente accennare qualcosa sulla ricerca che ha presentato, relativa alla modelizzazione dei processi geodinamici?
Considerando che la massima profondità raggiunta con le perforazioni è di circa 12 km, l‘interno della Terra (6371 km di raggio) è per lo più inaccessibile. Come se non bastasse, la maggior parte dei processi che governano la dinamica del nostro pianeta e ne modellano la superifice avvengono a scale temporali (milioni di anni) molto maggiori di quella umana. La modellazione numerica dei processi geologici e geodinamici riesce ad ovviare a queste difficoltà apparentemente insormontabili approssimando il sistema Terra mediante la risoluzione di equazioni fisiche che ne descrivono il comportamento di prim’ordine. Oggigiorno, la modellazione numerica permette di riprodurre in poche ore/giorni i lentissimi (pochi cm all’anno) movimenti convettivi della Terra che, nel corso di milioni di anni, portano alla formazione dei continenti, delle catene montouse, dei bacini oceanici e a variazioni climatiche drammatiche. Il mio impegno nella ricerca di base è di fornire quindi una finestra virtuale sulle dinamiche interne del nostro pianeta che condizionano (seppur in tempi geologici) la vita in superficie. In particolare, ultimamente ho cercato di ricostruire il ciclo dell’acqua, che dagli oceani viene immagazzinata nelle rocce dei fondali oceanici mediante reazioni chimiche, trasportata all’interno della Terra durante lo sprofondamento delle vecchie e pesanti placche oceaniche, e in parte restituita all’atmosfera attraverso processi magmatici. Questo può sembrare roba da poco, ma durante l’età della Terra, una massa d’acqua pari a circa 3-4 volte quella contenuta negli oceani ha partecipato a questo lento ma inserorabile ciclo da cui dipendono i fenomeni magmatico/vulcanici e atmosferici.

Camilla Bottin