Intervista a Danilo Arona
8 Agosto 2014Il paese di Montebuio de “L’estate di Montebuio” esiste veramente?
Mi piacerebbe sapere quali elementi presenti nel romanzo si ritrovano anche nel paesaggio circostante. Come è maturata in Lei l’idea di ambientare un romanzo horror in questi posti, dopo una gita forse?
Allora, Montebuio è “nom de plume” di Montemaggio, paese che normalmente conta 32 abitanti, sull’Appennino Ligure, sopra Savignone e Busalla. D’accordo con il patron Gargoyle, Paolo De Crescenzo (che purtroppo oggi non è più), si decise di cambiare il nome del paese per non urtare qualche sensibilità e si optò per Montebuio, perché “risuona” bene per una location e una storia gotica, horror o comunque la si voglia chiamare. Il posto lo conosco bene perché da ragazzino ci trascorsi delle vacanze… Vacanze che in qualche modo racconto nel romanzo con un po’ di trasfigurazione e qualche tocco di fantasia. Ma sostanzialmente tutta la prima parte, intitolata “L’estate di Mister Hidden”, è autentica per un buon 90%, e autobiografica. Da sempre scrivo romanzi e racconti ambientati in Italia. Solo in un caso, “Santanta”, mi sono permesso una capata molto ben accolta dal mio pubblico a Marina Del Rey, California. Il nostro stivale funziona alla grande per storie di paura. Per completare, le descrizioni fisiche e paesaggistiche che si trovano nel romanzo, colonia compresa, sono quelle di Montemaggio, né più né meno. Leggere “L’estate di Montebuio” lassù potrebbe svelare un valore aggiunto. Sei sul luogo del delitto.
“L’estate di Montebuio” ha anche un seguito, “L’autunno di Montebuio”, scritto insieme a Micol Des Gouges edito da Nero Press: come mai ha scelto di scrivere a due questo romanzo, voleva un punto di vista femminile? Come è nata la collaborazione?
“L’autunno di Montebuio” è uno spin-off, un’altra vicenda minimamente collegata alla prima il cui punto di vista è una ragazzina di 10 anni, Lisetta, che ne “L’estate” era marginale. Avevo per forza necessità di una scrittura più fresca, quasi infantile, per dar voce alla Lisi e l’ho trovata nell’allora quindicenne Micol, mia concittadina, bravissima e talentuosa, di cui avevo già letto alcune cose, e per la quale persino il sommo Alan D. Altieri aveva manifestato anni una sconcertata ammirazione. La collaborazione è stata naturale, senza nessun problema, un capitolo a testa come in una jam session. E a me, sessantenne, ha fatto benissimo interagire con una ragazzina piena di idee e di energia, al contempo capace di concretizzare sulla pagina la fragilità e i troppi dubbi di quell’età. Certo, ho dovuto funzionare per lei anche da memoria storica, perché la Lisetta doveva parlare e agire come una bambina nell’autunno del ’62. Ma Micol ci è riuscita alla grande, vincendo una scommessa quasi improponibile sulla carta.
Lei ha molto in comune con Morgan Perdinka, il protagonista de “L’estate di Montebuio”: è uno scrittore di romanzi horror, è musicista, assomiglia a Jack Nicholson, è fascinoso con le donne… Da qualche parte forse esiste anche una Sua Cassandra Marsalis. Quanto mette di Lei nei personaggi che inventa solitamente?
Beh, fascinoso con le donne, tenderei a escluderlo. E assomiglio a Jack Nicholson con un po’ di fantasia solo quando lo mimo mentre scaccia Wendy dal suo antro creativo. La mia Cassandra Marsalis esiste ma non fa l’agente letterario. Insomma, sicuramente c’è molto di me in Perdinka, non lo si può affatto nascondere. Del resto la sua adolescenza e la sua iniziazione alla scrittura sono le mie pari pari. Macchina Continental, zio prete compreso, e pure Miriam e Lisetta. Un sacco di scrittori proiettano sé stessi nella pelle dei propri personaggi. Alla rinfusa mi vengono in mente King, Genna, lo stesso Altieri. E’ normale, soprattutto se il romanzo è declinato dal punto di vista di un io narrante. I miei personaggi sono quasi sempre giornalisti, detective del paranormale, musicisti… Ovvero, parti di me. Ma esistono anche altre parti di totale fantasia. Ne “L’estate di Montebuio” Morgan Perdinka si suicida per una motivazione neppure troppo chiara sulle prime ma che in sottotraccia esprime una forma di titanismo esplorativo dei limiti del reale. Garantisco che Danilo non lo farebbe mai; al massimo si limiterebbe a due galloni di rossa presso la Tana degli Orsi.
Camilla Bottin

