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3 Settembre 2012 By Valentina

C’è bisogno di coraggio per raccontare apertamente, senza la stampella del “politicamente corretto”, alcune realtà. Quello che ha trovato Daniele Ciprì con E’ stato il figlio, il film tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Alajmo, con Toni servillo, Gisella Volodi, Fabrizio Falco, Aurora Quattrocchi, Benedetto Raniero e Alfredo Castro. Nella periferia di Palermo, popolata dai cani randagi, rischiarata dai falò delle bombole a gas usate, resa decadente dalle carcasse di automobili bruciate, fotografata con maestria notevole da Ciprì e Mimmo Caiuli, vive la famiglia Ciraulo. Moglie, due figli e nonni, sopravvivono sulle spalle di Nicola (Servillo) che, per campare, come una iena disossa quel che rimane del ferro vecchio delle navi alla deriva. A seguito di una tragedia, la famiglia riceve un sussidio dallo Stato. Il triste evento viene presto dimenticato. Ora la famiglia Ciraulo dispone di una insperabile somma di denaro. Questo evento sconvolgerà definitivamente il precario assetto di valori di Nicola che trascinerà l’intera famiglia e sé stesso nella più cupa delle tragedie, facendo emergere quali sono i punti di riferimento reali sui quali si regge il disperato ménage familiare. Strozzini, auto nuove fiammanti, sparatorie, omicidi, sono gli ingredienti di questa “commedia drammatica”, nella quale toni Servillo interpreta magistralmente il parassita, vanaglorioso, tenero italiano che per nessun motivo al mondo è in grado di vivere una vita diversa da quella che il destino gli ha assegnato.
Manca invece di coraggio, il film di Silvia Giralucci e Luca Ricciardi, presentato fuori concorso. Il tema affrontato è doloroso e importante: il primo attentato delle Brigate rosse a Padova, nel quale persero la vita due inermi militanti del MSI: Graziano Giralucci, padre della regista, e Giuseppe Mazzola. La pellicola sembra avere una tesi: autonomia operaia e brigate rosse sono due facce di una medesima medaglia e costituiscono il problema terrorismo in Italia. Sostenere fino in fondo la tesi, contro alcune evidenze processuali, però, è troppo difficile per la regista che ripiega su un generico “pari e patta”, rappresentato dalla dichiarazione di un’ex militante di destra che ritiene di chiudere la partita affermando che è stato tutto “un brutto gioco”da non fare più.
Sono invece dedicati all’amore, alla poesia e alla fotografia i due film di Terrence Malick e Susanne Bier. Il primo, To the Wonder, piacerà senz’altro a chi ha amato The tree of life.
Una giovane donna (la modella ucraina Olga Kurylenko) e il suo compagno (l’attore americano Ben Affleck) vivono una storia d’amore, immersi nella poesia (recitata durante tutto il film da una voce fuori campo) e nel desiderio di fusione totale tra i propri sensi. Parallelamente un giovane sacerdote (Javier Bardem) cerca Dio nelle cose del mondo: aiuta i diseredati e predica il vangelo. Ben presto, per tutti arriverà il disincanto.

La giovane moglie si rende conto di nutrire un amore unilaterale e non completamente corrisposto. Il sacerdote entra in piena crisi vocazionale. Ambedue i personaggi cercano l’amore, cercano un luogo dove depositare il proprio amore, ma resteranno entrambi delusi. Come un terzo soggetto che un tempo era giunto, ora l’amore sembra aver abbandonato i protagonisti, privi di punti di riferimento e prossimi alla disperazione.
Il film di Malick è privo di dialoghi, i soggetti non devono compiere alcuna azione. Tutto si svolge nelle immagini e nel pensiero di chi osserva lo schermo. Un film piuttosto faticoso.
Al contrario si deve dire di Love is all you need, della regista danese Susanne Bier, presentato fuori concorso. Due giovani decidono di sposarsi in Italia, dove il padre di lui, ricco commerciante di frutta e verdura (Pierce Brosnam, sorprendente), possiede una limonaia. L’intreccio tre le due famiglie è ricchissimo di colpi di scena: tradimenti, amori mai rivelati che si manifestano in modo assolutamente inopportuno, omosessualità scoperte e accettate e, soprattutto, un grande amore della mezza. Love is all you need è una commedia divertente, piena di speranza. Si ride molto, ci si commuove e si riflette sul fatto che, quando tutto sembra ormai sopito, perso, trascorso, c’è ancora una vita da ricominciare. E non importa se questa nuova vita durerà dieci minuti, un anno o trent’anni. L’importante è accettarla e viverla come si sarebbe mai creduto di poter fare.