La Fiorina
10 Febbraio 2014ll ricavato della serata, promossa dall’associazione S.O.S. onlus – solidarietà organizzazione sviluppo – in collaborazione con il Comune di Padova Consiglio di Quartiere 4, verrà devoluto “agli ultimi”, alle persone emarginate, ai bambini che vivono negli angoli più depressi del mondo.
Secondo la consuetudine classico-rinascimentale, la commedia si apre con un prologo, che si figura rivolto a un pubblico cittadino e altolocato, attraverso il quale l’Autore esprime la propria poetica dello “snaturale”: dal propugnare l’uso della lingua nativa padovana, il pavano, contro la “lengua tosca” delle Accademie, a favore del cibo semplice e contro la cucina sofisticata, fino a vezzeggiare le mode dell’epoca (gli sbuffi dei pantaloni maschili, e nelle donne l’incipiente uso di allargare le gonne e la “bizzarria” degli orecchini e di altre acconciature), contrarie al vestire sobrio. Ma gli attori premono alle spalle, e subito il Prologo lascia spazio all’azione vera e propria. Fiore, figlia di Pasquale, è contesa dal pastore Ruzante e dal contadino Marchioro. All’appassionato corteggiamento del primo, che già in precedenza l’aveva voluta e poi lasciata, e che nell’enumerare le sue pene d’amore arriva a paventare il suicidio in caso di rifiuto, la ragazza preferisce il rude approccio del secondo, col quale medita addirittura la fuga d’amore. Inevitabile lo scontro tra i due giovani pretendenti: pur carico di ardimento, Ruzante soccombe al rivale, che lo carica di botte; e solo l’arrivo del padre di Fiorina evita il peggio. Ma il pastore non disarma, e si determina a voler rapire Fiore, con l’aiuto di un paio di compagni. Alla scena del ratto assiste una vicina di casa, Teodosia, che mette al corrente Marchioro del triste destino della ragazza, e presto corre ad avvertire Pasquale. I propositi di vendetta del giovane sono però inaspettatamente placati dal padre di Fiorina e da Sivelo, padre di Ruzante, i quali – accettando il fatto compiuto del rapimento di Fiore, e in ragione dell’antica amicizia – quasi per rafforzare il legame familiare, convincono Marchioro a prendere in moglie la sorella di Ruzante, al quale Sivelo – decantandone le qualità – accorderà una ricca dote… Tra la tradizionale struttura del mariazo o maridazo, rappresentazione rituale di un matrimonio rusticano (genere propriamente veneto, in voga tra Quattrocento e Seicento) e la fresca invenzione poetica del Beolco, la breve “commedia di Fiore” si conclude con la formula con cui il decano del villaggio, il degan (in questo caso Pasquale; lontano ma riconoscibile parente di un arcaico capotribù) convalida la promessa di nozze. Il Ruzante, nei suoi testi, usa in massima parte il linguaggio rustico del contado di Pava, ossia Padova. Sulla scorta dell’esperienza dei maestri “pavani” moderni, anche la Compagnia “Città di Este” condivide il pensiero dello stesso Ruzante, il quale – nel prologo della sua Vaccària – ammetteva d’altronde che “molte cose stanno ben nella penna, che nella scena starebben male“; e in questo allestimento si è pertanto cercato di chiarificare alcune espressioni oscure per lessico o per riferimenti storici e materiali, sacrificando talune parole o modi di dire originali, a vantaggio di una maggiore comunicazione.
“Ringraziamo la Compagnia Città d’Este di essersi resa disponibile a mettere in scena questo spettacolo, bello e divertente, organizzato non solo per godere di una piacevole serata in compagnia ma anche per condividere un momento di riflessione e solidarietà” scrive S.O.S. onlus nel pieghevole di presentazione dell’evento.
S.O.S. onlus è un’associazione di volontariato, laica, nata a Padova nel 1989 e divenuta Onlus nel 1998; crede che le popolazioni meno fortunate debbano essere prima ascoltate e poi aiutate. Ispirandosi ai principi della solidarietà, dei diritti umani, della pace, l’associazione opera a favore dei paesi del Continente Africano, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Ruanda, Somalia e Benin e di quelli dell’America Latina, Perù e Brasile. L’impegno dei volontari si dipana su diversi fronti: dalla sanità, alle condizioni di vita e di salute delle donne, dei bambini, all’istruzione, per raggiungere un obiettivo importante che è quello di sostenere le popolazioni fragili favorendone l’autosviluppo attraverso la realizzazione, appunto, di progetti mirati e concreti, nel pieno rispetto della cultura d’origine. E da qui si dipana la fitta rete di contatti tra i volontari dell’associazione e i referenti del luogo: missionari, volontari laici, direttori di scuola, capi villaggio, tutti rapporti vivi che intensificano amicizia e solidarietà.