Langenwang, ovvero Il disastro della puntualità
20 Luglio 2015È il settembre del 1951, Giuseppe e Luigia Bruni, marito e moglie, in quell’Italia del dopoguerra che tentava faticosamente di rialzarsi, compiono una tardiva “luna di miele” a Vienna organizzata dai colleghi ferrovieri austriaci. A raccontare la loro storia è la nipote, la scrittrice e giornalista Annalisa Bruni, che ha svolto una vera indagine presso i testimoni, a sessantatrè anni dall’evento, per fare luce su un evento che in famiglia era quasi “sommerso” dal dolore dei figli, inclini a non parlarne mai. Il titolo del libro, “Langenwang”, allude alla stazione ferroviaria omonima, in cui è avvenuto uno dei più grandi disastri ferroviari: il 25 settembre di quell’anno, per recuperare un ritardo cronico di viaggio, il treno accelera e si trova così il binario occupato da un treno merci. Il giovane capostazione di Langenwang, infatti, aveva fatto conto sul “normale” ritardo del treno per permettere al merci di fare manovra ma il convoglio dove viaggiavano gli italiani è puntuale, i macchinisti austriaci hanno voluto “spingere” la macchina al massimo per fare bella figura con i colleghi d’oltralpe. Accade l’inevitabile: le due comitive italiane dei Dopolavori Ferroviari di Venezia e di Ancona si trovano a essere schiacciate dal groviglio di lamiere. La carrozza di legno in cui risiedono, l’unica di tutto il convoglio, fu completamente distrutta. Il bilancio è gravissimo, con ben ventidue morti e otto feriti. Tra i sopravvissuti troviamo Leda, una bimba di 9 anni che perse nel sinistro i genitori e una sorella. Il libro “Langenwang, ovvero Il disastro della puntualità”, pubblicato da Cleup nel maggio 2015, raccoglie quindi il racconto di Annalisa, nipote di due vittime, e i documenti e le testimonianze radunate dal giornalista Stefano Pittarello.
La tragedia ferroviaria di Langenwang ha colpito da vicino la tua famiglia in quanto tra le vittime c’erano i tuoi nonni Giuseppe e Luigia. Che impressione ti ha fatto, quasi 70 anni dopo, rivivere l’accaduto nelle pagine del primo racconto che avevi scritto? I tuoi familiari come hanno accolto la notizia di un libro di “memoria”?
Annalisa Bruni: Della tragedia che ha colpito la mia famiglia, ovviamente, sapevo fin da piccola, ma in modo molto confuso. In casa non se ne parlava mai. Che i genitori di mio padre fossero morti in un disastro ferroviario lo sapevo, ma non conoscevo nessun dettaglio, nemmeno se l’incidente fosse avvenuto all’andata o al ritorno del loro viaggio a Vienna. Mio padre era un uomo molto riservato. Qualche anno fa ho iniziato a cercare informazioni, soprattutto leggendo gli articoli dei quotidiani dell’epoca, e ho scoperto che la dinamica del disastro era piuttosto particolare, determinata anche dal contesto storico in cui si è svolta: il dopoguerra e l’Austria ancora divisa in zone controllate dagli alleati. Per questa ragione ho pensato che fosse interessante raccontare questa storia, per farla conoscere al di là del contesto familiare. La mia famiglia, o almeno quel che ne resta, perché alcuni di coloro che questa storia l’hanno vissuta in prima persona non ci sono più, ha collaborato volentieri rispondendo alle mie domande e alla mia curiosità, fornendomi fotografie e altri materiali dall’archivio di famiglia, compreso quel manifesto, affisso sui muri di Langenwang e Murzzuschlag con una lettera in cui mio padre e i suoi tre fratelli chiedevano clemenza per i ferrovieri responsabili dell’incidente. Un raro esempio di umanità di cui sono orgogliosa.
Come è nato il desiderio di approfondire la vicenda di Langenwang? Che tipo di ricerche hai svolto per avere approfondimenti in merito? Hai conosciuto di persona una dei sopravvissuti, la piccola Leda, che effetto ti ha fatto raccogliere testimonianze di eventi che sembrano così lontani?
Stefano Pittarello: È stato veramente un puro caso. Stavo leggendo un libro da recensire per il mio blog sulla città di Mestre, dove vivo. Si trattava di “Scusate, sono un timido” che il mio collega del Gazzettino Gianpaolo Bonzio aveva dedicato al padre Gibo, indimenticato cronista. All’interno mi aveva incuriosito una fotografia, corredata dalla didascalia “1951, funerale solenne in Piazza Ferretto“. Essendo in perenne ricerca di storie e curiosità, mi misi a caccia dell’evento a cui poteva essere collegata quell’immagine. E seguendo le tracce in rete mi sono trovato a scoprire la vicenda di un incidente ferroviario in Austria dove persero la vita ventidue persone. Su Mestre, in effetti, non c’era poi molto da sapere; ma mi trovai tra le mani spunti che provenivano da diverse direzioni. Il dolore dei familiari ad Ancona e Venezia che emergeva dai quotidiani dell’epoca, le crude immagini pubblicate dal periodico l’Europeo (di cui acquistai su Ebay la copia originale del 1951), le lunghe discussioni sui rimborsi che si prolungarono alla Camera e al Senato nei due anni successivi e di cui ritrovai i testi originali. Sentivo di avere una “bella storia” da scrivere, anche se mancavano ancora molti dettagli.
La conferma mi arrivò un pomeriggio di due anni fa, quando mi trovai a Venezia con Alberto Toso Fei, amico scrittore a cui avevo chiesto di valutare se quanto avevo trovato potesse ambire a una pubblicazione. In realtà bastò solo una parola, “Langenwang”, per vederlo sobbalzare e interrompere la nostra chiacchierata al bar. Mi trascinò nella vicina facoltà di Architettura, dove sapeva che Annalisa Bruni stava presentando un libro. Mi disse, mentre lei parlava al pubblico, che i suoi nonni erano morti in quel l’incidente e lei ci aveva scritto un racconto. Di fatto, il nostro libro nacque quando Alberto ci presentò e ci lasciò in una calle dicendoci semplicemente “voi dovete parlarvi”.
Dopo quel giorno completai una prima ricerca, acquistando online un libro tedesco sulle più gravi catastrofi ferroviarie nell’ultimo secolo, dove trovai altri dettagli sulla dinamica. Poi, tutto rimase fermo: non ho mai pubblicato un libro prima d’ora e le mie ricerche su Langenwang tornarono a essere uno dei cinque-sei progetti depositati in un cassetto.
L’estate successiva però mi richiamo Annalisa, comunicandomi che avrebbe voluto ripubblicare il suo racconto sulla vicenda e proponendomi di unire in un unico libro la mia ricostruzione dei fatti. Non persi l’occasione, mettendomi subito alla ricerca di quello che poteva essere il vero valore aggiunto al nostro lavoro comune: la testimonianza diretta di un superstite.
La ricerca era quasi obbligata, a sessantatré anni dalla tragedia. La “piccola Leda” stava per diventare l’obiettivo primario da trovare. Una caccia sviluppata in rete e completata a suon di telefonate, una volta recuperate con estrema difficoltà sue tracce. Mi sono imposto di approcciarla nel modo più morbido possibile, non avendo idea quanto il trauma l’avesse colpita e se, soprattutto, avesse condiviso pubblicamente la sua triste esperienza. In effetti non mi sbagliavo: la persona che mi ha aperto il contatto con la signora Leda, un dirigente del Partito dei Comunisti Italiani di Ancona, apprese da me questo aspetto sconosciuto di una sua amica da tanti e tanti anni. Fu lui comunque a comunicarmi al telefono che Leda aveva accettato di parlarmi. E l’intervista seguì a breve distanza.
La mia emozione è stata grande. Le interviste sono il mio pane quotidiano, lavorando nella redazione giornalistica di Telepadova 7Gold, ma la testimonianza della signora Bongrani non l’ho raccolta con la stessa naturalezza delle altre. La scelta editoriale di pubblicare nel libro solo le sue risposte, senza le mie domande, è segno in un certo senso della solennità di voler lasciar spazio unicamente alle sue parole e alle sue emozioni. È tornata bambina nel raccontare le sue paure. Ammettendo candidamente che il suo incubo, una volta cresciuta, non era il treno, o l’Austria, o l’essere stata affidata a parenti senza avere improvvisamente vicini i genitori e due sorelle. Leda rimase scioccata da Venezia, città grigia e umida di pioggia dove una bimba di otto anni si rese improvvisamente conto di essere sola. Poche ore di permanenza per farle passare la voglia di tornare in un luogo, pur incantevole, per tutta la vita.
Sappi poi, come curiosità, che anch’io sono nipote di ferrovieri, sia da parte di padre che di madre. E mio nonno paterno, a lungo capostazione superiore a Venezia Santa Lucia, era originario proprio di Ancona.
Camilla Bottin
- Annalisa Bruni
- Stefano Pittarello

