The Pexion e Cagnara

9 Febbraio 2016 By Elena Bottin

THE PEXION – Stanchi di raccontarsi le loro storie tra un bancale e un altro , tra scatoloni con etichette sulle quali sono stampati nomi impronunciabili, sbatocchiando le dita sugli imballi di cartone o su bidoni di latta dai colori sgargianti, trasformando in rock metropolitano vecchie ballate popolari, Beppe e Daniele gettano il primo seme di un nuovo gruppo musicale. Il tutto è cominciato molto presto al mattino oppure, se si preferisce, a notte fonda. Il turno di notte è da sempre foriero di ispirazioni artistiche. Il primo improbabile luogo delle loro creazioni: i magazzini dell’IKEA dove Beppe e Daniele lavorano.
All’inizio si esibiscono in due: voci, chitarra acustica e una batteria ridotta all’essenziale.
Il prodotto è ruvido ma promettente; le canzoni che suonano sono farina del loro sacco.
Ritmica contagiante, voci come raspe, una chitarra che a volte ricorda più una tamorra da Pizzica piuttosto che il popolare strumento a sei corde.
Poi arrivano i tempi degli acquisti, ma non dei saldi: il nuovo arrivato, Federico, detto “el Tega”, porta al duo un contrabbasso dipinto di verde, aggiunge ritmo pulsante e base armonica.
Funziona. Decisamente funziona.
Quello che ne esce è una musica che è un impasto di Punk, Roccabilly, ballate calabresi.
Un sound, per chi si ricorda la musica inglese degli anni 80, definibile in un PreClash suburbano.
Testi crudi e immediati hanno la forza poetica di un disilluso quotidiano.
Lo spettacolo è a tutto tondo, coinvolgente, a volte acido, da ritmi condotti con abilità, da voci e cori divertiti e divertenti.
The Pexion è un gruppo che attinge da tutto, ma a suo modo rimpasta gli ingredienti obbedendo a una originale culinaria musicale.
Nel dare di loro una descrizione più che sintetica, mi viene in mente un mio professore dell’Università che alla domanda che gli fece una signora un po’ azzimata riguardo il cane di lui, chiese con fare tendenzioso e svilent: “Bastardo?”
“No signora” rispose lui mantenendo un a plomb esemplare “no bastardo, signora, Capostipite”