Bachi da Pietra
10 Maggio 2013I Bachi da pietra sono un duo nato nel 2004 e formato da Giovanni Succi, che precedentemente suonava con i Madrigali Magri, e Bruno Dorella, ex Wolfango e ideatore e membro attivo dei Ronin e degli OvO.
L’esordio del duo avviene nel 2005 con l’album Tornare alla terra, registrato nella cripta della Chiesa di Sant’Ippolito di Nizza Monferrato. Le tecniche di registrazione furono ispirate a tecnologie arcaiche per dare all’album un suono vivido, ruvido e profondo. Nel 2007 esce Non io coprodotto da Wallace Records e la milanese Die Schachtel e caratterizzato da un forte componente minimalista dai ritmi rallentati quasi claustrofobici, mentre nel 2008 è la volta di Tarlo terzo. Nel 2010 viene pubblicato Quarzo, che esce a pochi mesi di distanza dall’album live Insect tracks registrato al Teatro Dimora l’Arboreto di Mondaino il 19 luglio 2009, pubblicato in vinile formato 33 giri con su un lato le tracce registrate di giorno senza pubblico e dall’altro quelle di sera in presenza di pubblico con in allegato un DVD video.Nel 2011 pubblicano uno split album con i Massimo Volume dal titolo Bachi da pietra/Massimo Volume. Agli inizi del 2013 esce Quintale, album registrato a Varano Borghi da Giulio Favero dal suono più duro e possente dei lavori precedenti.
Rock’n’roll. Ovviamente a modo loro. Questo fanno i Bachi da Pietra, questi sono i Bachi da Pietra.
Il verme della roccia ha assunto le sembianze di un potente insetto corazzato, dopo la genesi fangosa e le mutazioni di questi anni (quattro album, un live in teatro – “Insect Tracks” – registrato in mono esclusivamente con strumentazione vintage e uno split con i Massimo Volume).
Anni che hanno indurito la pelle e trasformato il fango in ruggine petrosa, solidificandola, infine. Sporcando, infettando, colpendo. Tutto scorre e muta. Né speranza né paura. Soltanto il naturale incedere del tempo sulle cose. I Bachi da Pietra sono sassi in un fiume e si lasciano trasportare, consci che se tutto si trasforma, degli insetti mutanti come loro non possono certo sottrarsi a questo destino. Qui nasce e qui arriva “Quintale”, che come gli ultimi due episodi (una trilogia del tarlo?) gioca con la progressione dei numeri e come gli altri spiazza e lascia storditi. Sempre in maniera diversa, sempre colpendo il lato scoperto, come un pugile consumato col quale si possono prendere tutte le contromisure del caso, ma sempre di un livello superiore rimane.
Un pietrone. Dodici brani di rara durezza, materiale incandescente su cui Giulio Favero ha messo le mani registrando mixando e tagliando rigorosamente in analogico e su nastro, senza interferenze digitali, facendo scaturire dalla roccia una potenza sonora mai raggiunta prima dai Bachi da Pietra.
Strumenti ancora una volta ai minimi termini eppure un suono sempre impossibile da classificare, che questa volta è capace di riempire ogni spazio, ogni anfratto entro cui in passato si aveva il tempo di riprendere fiato; lusso che con “Quintale” è ridotto all’osso.
Dopo una carriera di versi, muta in prosa. Se la letteratura è semplicemente una traccia, questa è letteratura rock (o letteratura e basta). Per un disco come questo, “Quintale”, cento chili, in fin dei conti è un nome leggero. La metamorfosi apparirà evidente anche all’orecchio più duro. La natura dei Bachi da Pietra rimane la stessa ma l’esito è un cataclisma. State all’erta. Il posto è adesso, e il tempo è qui.