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30 maggio-16 giugno. Inaugurazione: giovedì 30 maggio, ore 18.30   
La morte di re Tsongor

La morte di re Tsongor


La morte di re Tsongor opere di Saturno Buttò a cura di Barbara Codogno Villa Pisani di Monselice, Padova, ospita...


La morte di re Tsongor
opere di Saturno Buttò
a cura di Barbara Codogno

Villa Pisani di Monselice, Padova, ospita dal 30 maggio al 16 giugno 2019 la personale del pittore Saturno Buttò a cura di Barbara Codogno. La mostra inaugura e si inserisce nel programma della 12esima edizione 2019 dell’Etnofilmfest, il festival dedicato al cinema documentaristico
etnografico ideato e diretto da Fabio Gemo – antropologo e regista – e patrocinato dalla Provincia di Padova e dal Comune di Monselice.
La mostra inaugura il 30 maggio alle 18.30, con ingresso libero. In esposizione più di una ventina di opere dell’autore, tutte di medie e grandi dimensioni, a tratteggiare un percorso espositivo narrativo che – per le atmosfere e per la peculiare presenza femminile che contraddistingue l’opera pittorica del maestro Buttò – portano il visitatore ad immergersi nelle suggestive dimensioni delineate proprio a partire dal titolo, letterario e fortemente evocativo.
Buttò, da sempre estraneo e refrattario alla pittura decorativa, guarda piuttosto all’autorevolezza dell’arte pittorica classica, ove la figura umana è predominante. Al centro del suo dipingere l’accadimento naturale delle cose quando è lo spirito umano a raccontarsi, nel perenne conflitto tra bene e male.
La donna ci appare nella sua essenza “naturale”, e perciò misteriosa, demoniaca, violenta, pornografica. Buttò ne dipinge un’immagine iconoclasta, distruttrice del luogo comune che relega il femminile nelle prigioni della dolcezza e della remissività. E ciò nonostante l’artista connota i suoi dipinti di un’ambientazione – sia essa scenica che introspettiva – decisamente mistica, religiosa. E afferma: “Per me l’arte è arte e basta, deve essere iniziatica”.

Testo critico:
La morte di re Tsongor mutua il suo titolo dal romanzo di Laurent Gaudé. L’autore ambienta il racconto in una terra africana immaginaria, senza nessuna coordinata storica, geografica, tanto meno temporale. L’idea è quella di raccontare una storia altamente evocativa, quasi fiabesca,
dove gli eventi vengono narrati attraverso la loro specificità estetica e in virtù del forte potere affabulatorio. Alla morte di re Tsongor nel regno si scatena una guerra tra i pretendenti alla successione. Una guerra che si protrae statica fino a quando l’esercito nomade di Mazebù giunge per mettere fine a quell’insensata e violenta stasi.
Mazebù è a capo di un esercito di amazzoni “donne grottescamente imbellettate che montavano degli zebù. Ben presto giunsero le grida puttanesche di Mazebù che urlava a squarciagola dando lo sprone alla sua cavalcatura. Un nugolo di frecce si abbatté sui guerrieri. Le amazzoni scoccavano i loro dardi e continuavano ad avanzare. E più avanzavano e più i loro tiri erano radenti e micidiali.
Le amazzoni tiravano frecce andando al galoppo e per agevolare la corsa si erano tutte amputate il seno destro”.
Così Mazebù, la vittoriosa. Conclusa la guerra a loro vantaggio, la regina e le amazzoni allestiscono un accampamento per il loro ristoro.
E qui comincia la mostra di Saturno Buttò.
Per lo più dipinti che rimbalzano tra il rosso e il nero, scene di interni fittizi: sono le tende dell’accampamento? Siamo all’interno del castello immaginario dove re Tsongor ha trovato la sua morte? Sta di fatto che si banchetta e si festeggia; i rituali e i simboli della vittoria sono tutti esposti, nel loro trionfo estetico: le maschere, i teschi, i coltelli, gli strumenti sacrificali.
La lussuria e l’erotismo selvaggio si scatenano dopo la vittoria della guerra, dopo lo spargimento del sangue; perché sangue, vittoria, morte ed estasi chiedono che si celebri il sacro erotismo.
Le protagoniste femminili dei dipinti di Saturno sono sempre attrici della scena, mai comprimarie, nemmeno nel delitto. Sono comunque sempre regine o guerriere, e perciò sante. Come le amazzoni che si tagliano il seno vediamo in Saturno il trittico in cui la protagonista si incide il seno, lo taglia, lo incornicia, lo decora con una cicatrice. Per Saturno si tratta sempre di scena: teatrale, sacra, immaginaria. Comunque potentissima negli stilemi che ci consegna. Mazebù è un archetipo. È il femminile purissimo, scomposto, leggendario: ora Dea Kali, ora è
Salomè, è ancora Giuditta pronta alla decapitazione di Oloferne. Una Giuditta giovane che avanza nel nero nella notte con il suo coltello che scintilla come la luna. Saturno Buttò ha il raro dono di saper parlare agli uomini del nostro tempo raccontando loro le storie immortali. Quelle storie che stanno all’origine del mondo e dell’umanità. Per questo così potenti, selvagge, inafferrabili. E sempre intrise di verità.

Biografia dell’autore:
Nato a Portogruaro – VE nel 1957, Saturno Butto' studia al Liceo Artistico e all’ Accademia di Belle Arti di Venezia,
diplomandosi nel 1980.  La sua opera e' caratterizzata da una personalissima interpretazione formale dell'arte sacra
europea e da una perizia tecnica impeccabile, che ricorda quella dei grandi maestri della nostra tradizione pittorica.  In
continuo conflitto tra erotismo e dolore, trasgressione ed estasi, i pregiati dipinti su legno di Butto' sviscerano la
visione intransigente e contraddittoria dell'iconografia religiosa occidentale nei confronti del corpo, da un lato esibito
come oggetto di culto, dall'altro negato nella sua valenza di purissima bellezza erotica. Ne scaturisce un'affascinante
tensione che esalta innanzitutto la figura umana, che nella sua opera e' da sempre al centro della scena. Butto', dopo
più di un decennio trascorso nel proprio studio  a perfezionare la tecnica ad olio, inizia la sua carriera espositiva nel
1993, anno in cui viene pubblicata anche la sua prima monografia: ''Ritratti da Saturno: 1989-1992''. Da allora seguono
numerose esposizioni personali in Europa, Asia e negli Stati Uniti. Successivamente ha pubblicato altri quattro
cataloghi monografici: ''Opere 1993-1999'' e “Martyrologium'' (2007) e “Saturnicore (2013) e “Breviarium Humanae
Redemptionis” (opere dal 2007 al 2014) 
L’opera di Saturno Buttò è caratterizzata da una personalissima interpretazione formale dell’arte sacra europea e da
una perizia tecnica impeccabile, che ricorda quella dei grandi maestri della nostra tradizione pittorica. Rituali figurati,
tableaux vivants, neogotiche pale d’altare sono le magistrali creazioni con cui l’artista indaga da sempre gli affascinanti
misteri di una “oscura religione”: quella della innata sensualità del corpo e della sua profonda spiritualità. In continuo
conflitto tra erotismo e dolore, trasgressione ed estasi, i pregiati dipinti su legno di Buttò sviscerano la visione
intransigente e contraddittoria dell’iconografia religiosa occidentale nei confronti del corpo, da un lato esibito come
oggetto di culto, dall’altro negato nella sua valenza di purissima bellezza erotica. Ne scaturisce un’affascinante
tensione che esalta innanzitutto la figura umana, che nella sua opera è da sempre al centro della scena.
La figura umana, che nella poetica di Buttò è costantemente rappresentata come sacra, viene indagata nei suoi aspetti
di decadenza fisica e psicologica, talora attraverso la presenza di strumenti e apparati medici, che da un lato
comunicano il senso del dolore umano e delle afflizioni del corpo, dall’altro tradiscono l’utopistica, più che mai
attuale, volontà di sconfiggere la morte e l’ineluttabile condizione di caducità fisica. Così una parata di splendide
fanciulle consacrate da un’aura dorata, la stessa delle icone bizantine, brillano di una fisicità pienamente terrena e
sensuale, ma sono avvolte da un misterioso fascino demoniaco, come votate in purezza alla distruzione e al
disfacimento.

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V     illa Pisani di Monselice
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Info mostra: dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 17.00; sabato e domenica, dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 19.00. Informazioni e programma completo sul sito www.etnodramma.it



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