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20 luglio – 30 agosto 2019. Ora 9.30-12.30 / 15-19. Chiuso lunedì    18:30
Body Out

Body Out


In arrivo una nuova personale dell'artista contemporaneo Marco Vecchiato.


BODY OUT
Personale di Marco Vecchiato
A cura di Barbara Codogno

Dal 20 luglio al 25 agosto le Scuderie di Palazzo Moroni ospitano “Body Out” la personale
dell’artista Marco Vecchiato promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di
Padova e curata da Barbara Codogno.

La mostra sarà inaugurata venerdì 19 luglio alle 18.30 con ingresso libero.
In esposizione una trentina di lavori del pittore padovano che spaziano dalle carte, ai
disegni, dalle piccole alle grandi tele, organizzate anche in dittici e trittici.
La mostra evidenzia una continuità di ricerca – febbrile – attorno all’idea di “uomo”.
Imponenti sfondi bianchi che mutano negli altrettanti assoluti rossi e neri. E se dalla luce
bianca si intuisce un’origine che nel rosso prova a farsi carne, è invece nel nero definitivo
e categorico che il corpo trapassa e diventa pura idea di sé stesso.
Di Vecchiato la critica parla unanimemente, mettendo in campo una commistione di
linguaggi (artistici, letterari, filosofici) e che vedono implicati i filosofi del ’900, Herbert
Marcuse in primis.
L’autore ha infatti intitolato a Marcuse una delle sue ultime mostre modenesi: “L’uomo a
una dimensione”. Dichiarazione che traccia il senso stilistico della sua ricerca pittorica.
Perché Vecchiato è autore complesso: la sponda letteraria e filosofica aumenta l’impatto
con la pittura. L’immagine che ne deriva è sempre piuttosto violenta, sia nell’espressione
gestuale che in quella concettuale, a cui la pittura è indissolubilmente legata.
“Vecchiato dipinge, disegna, scrive, pensa: ma non è un artista concettuale – dice
l’Assessore alla Cultura Andrea Colasio. È un pittore figurativo, anche se la sua figura è
un’idea. O la negazione dell’idea.
Come scrive Barbara Codogno nel saggio introduttivo al catalogo della mostra, “La
figurazione e la narrazione: Vecchiato nega questi due codici; il suo è un atto di ribellione:
la sepoltura del racconto, il funerale della figura. Le figure sono sollevate dal loro ruolo
rappresentativo ed entrano così direttamente in contatto con un ordine di sensazione.
Lievemente, si percepiscono appena, affiorano da un amalgama informe e indefinito. E la
tensione è tutta volta ad eliminare ogni “spettacolo”. Il codice vuole che, per animare
l’insieme del dipinto, tra due figure si insinui una storia. Isolare è dunque modo perfetto
per rompere con la rappresentazione, impedire la narrazione e liberare la figura. Liberarla
anche dalla vita”.
La creatività per Vecchiato è un conflitto che avviene in una dimensione “intellettuale”,
dialettica, per questo egli ha sempre cercato il corpo a corpo con le discipline
umanistiche. Dalla poesia (Vacuum – antologia poetica, 2010; Unter den Linden & Wayne,
2014) alla storia dell’arte.
La laurea in lettere sarà solo il pretesto per svolgere per quasi un decennio attività di
libero ricercatore in storia dell’arte. Nel 2012 la pittura trova definitivamente la sua
centralità sostituendo la scrittura anche se, come afferma l’artista: “la scelta di fare pittura
è una faccenda metafisica, più rischiosa della poesia stessa”.
Oggi ha al suo attivo un numero importante di mostre in tutta Italia – ricevendo sempre
significative conferme dal mondo dell’arte – dalla prima esposizione collettiva alla
Fondazione Bevilacqua la Masa (1999) – fino al recente riconoscimento che lo vede tra i
finalisti del Premio Nazionale Combat.
Accompagna la mostra un catalogo edito da Pixart con testo critico di Barbara Codogno.

Recensione Barbara Codogno:
Conosco da anni la pittura di Marco Vecchiato; è stata la sua pittura – che subito ho trovato dirompente e
innovativa, che ho sentito viva e profonda – a farmi avvicinare all’autore, frequentando poi quel mondo
colto, privatissimo e segreto, che è il suo atelier nel veneziano.
Lo studio dove scrive, pensa e dipinge Vecchiato è pieno di libri: di storia, poesia, letteratura, pittura. Il suo
è un palato raffinatissimo, che si spalanca con grande appetito su tutto il ‘900, anche se il suo gusto –
esteticamente algido – pare sia orientato verso quell’inafferrabile sapore definitivo che ha il tramonto.
Nel mio percorso di curatrice e scrittrice d’arte contemporanea mi sono sempre confrontata separando le
opere dagli artisti che le producono; ascoltando senz’altro le loro poetiche e le loro interpretazioni ma
fermamente convinta che l’artista debba fare -necessariamente- un passo indietro alla propria opera, a
quanto egli abbia messo al mondo.
Una volta che la parola è fissata sulla pagina o un dipinto trova il suo farsi nella tela, non appartiene più al
suo creatore che, col suo gesto, lo ha consegnato agli altri. In alcuni casi, fortunati, all’eternità.
L’opera vive nello sguardo di chi la guarda, non più in quello di chi l’ha prodotta che, da quel momento,
diventa osservatore, spettatore egli stesso; e di questo sono ancora convinta. E poi la distanza determina
un punto di vista che è fondamentale se vogliamo leggere un’opera.
Questa premessa perché i miei incontri con Marco Vecchiato hanno in parte ribaltato questa mia
prospettiva, costringendomi a un cambio di passo. O meglio, convincendomi a procedere assieme a lui in un
doppio movimento: il suo dirsi e il mio.
A volte con passo sofferto nel rincorrersi per riconoscersi, altre volte un passo amaro, altre perfettamente
sincronico. In questo lungo e profondo percorso, però, mai un passo falso.
Perché Vecchiato dice: “La mia pittura sono io”. Questa frase in effetti è brillante e ammiccante (cit.
Flaubert: “Madame Bovary c’est moi”).
Ma non è mai stata così vera.

II
La scena si apre ma non succede nulla.
In realtà avviene sempre qualcosa a definire il funzionamento del dipinto, che si slaccia su campiture
uniformi, assolutamente prive di profondità. Si fa strada un bianco lattiginoso, nebbioso, non
necessariamente luminoso, anche se di luce si tratta. Una luce che non crea mai nessuna ombra alle cose,
eppure non ne individuiamo mai la sorgente diretta.
Tra questa luce bianca esasperata, astratta, che tutto sembra inghiottire e che ci confonde, compare però
un accenno di figura. Mai da sola, in effetti. Un corpo (vivo o morto?) che sta per dissolversi o si è già
dissolto, oppure risorge? Un tronco senza testa, senza braccia e senza gambe che si erge misterioso in un
non luogo senza tempo. Un busto traumatizzato che ci costringe all’approdo ad un paesaggio mentale.
I colori sono quasi del tutto aboliti, o meglio, non vogliono farsi stanare, restano sottotraccia. È la luce del
bianco che avanza a liberare la figura, ma anche ad imprigionarla. Assistiamo al sorgere della figura al di là
di ogni sua possibile figurazione. Potrebbero essere uomini: del resto, forse un ginocchio s’intravede, ogni
tanto. Una spalla, una rara torsione del collo nel tronco, umano, o animale? Le linee, i colori, i movimenti si
sottraggono deliberatamente alle esigenze della rappresentazione; le figure compaiono, si torcono, si
piegano, ostili a qualsiasi sforzo identitario.

Il corpo mutilato e replicato è portatore di un’angoscia che non riusciamo a collocare nemmeno se
agganciassimo il dipinto al fuori scena, se provassimo a trasporlo in un possibile al di qua della tela. Il
soggetto non esce dalla sua drammaticità perché è sempre decontestualizzato. È lasciato da solo.
Il tronco delle figure è ibrido; mai nessuna concessione alla sessualità – soppressa o negata poco importa,
comunque è assente o indifferenziata. Dipinto con lo stesso tono algido dello sfondo, il contorno appena
segnato sulla tela.
Questi corpi sono lontanissimi dalla monumentalità della figura; il loro essere è fuori – out – dalle
coordinate del corpo – body -; il loro essere è semplicemente “vuoto”; eppure attraverso quel bianco
assordante che avanza – o sono i corpi ad urlare? – eccoli diventare grumo di coscienza.
Corpo che non è nel qui e ora, non si dà uno spazio – tempo – luogo, non trova quelle dimensioni che lo
contestualizzerebbero. Se corpo fosse.
La figurazione e la narrazione: Vecchiato nega questi due “codici”, il suo è quindi un atto di ribellione: la
sepoltura del racconto, il funerale della figura.
Le figure sono sollevate dal loro ruolo rappresentativo ed entrano così direttamente in contatto con un
ordine di sensazione. Lievemente, si percepiscono appena, affiorano da un amalgama informe e indefinito.
E la tensione è tutta volta a quello sforzo teso ad eliminare ogni “spettacolo”.
Il codice vuole che tra due figure si insinui una storia, per animare l’insieme del dipinto. Isolare è dunque
modo perfetto per rompere con la rappresentazione, impedire la narrazione e liberare la figura. Liberarla
anche dalla vita.

III
Marco Vecchiato è un pittore difficile, la sua è una pittura difficile, articolata così com’è tra colore e
pensiero.
Le sue opere sono realizzate rigorosamente ad acrilico, proprio per l’urgenza di fermare l‘apparizione e
abolirne la rappresentazione.
Un tentativo di analisi storico-comparata dei suoi dipinti, lo può forse avvicinare alle dinamiche pittoriche di
Luc Tuymans, ai corpi esposti e scomposti di Paul Rebeyrolle che, comunque, devono l’intuizione delle loro
torsioni e decomposizioni a Francis Bacon; forse l’unico pilastro con il quale –malgré soi– Vecchiato fa i
conti.
Le figure di Bacon, come scrivono Leiris e Deleuze, per il loro essere contestualizzate in uno spazio – tempo –
luogo (la linea, il cerchio, la pedana) portano i due critici ad interrogarsi affermativamente sul loro realismo,
affermandone l’esistenza.
Vecchiato invece, e di proposito, recusa ogni possibile categorizzazione. Posizione difficile che potrebbe
incastrarlo, accusandolo di staticità. Invece nei suoi dipinti c’è sempre un movimento, formale e mentale.
Vecchiato dipinge avendo raggiunto il grado zero, della pittura, della parola, del pensiero. Solo una lieve
traccia di coscienza affiora dall’indistinto; tutto svanisce, si liquefà, si svuota.
Con gli occhi ciechi di memoria, Vecchiato fa riaffiorare dalla tela coaguli di coscienza.
Che siano uomini?

IV

Accendo il motore, ingrano la prima e lentamente inizio a guidare verso a casa. Alle mie spalle il cielo è un
taglio netto e orizzontale e Vecchiato si sporge dal cancello per salutarmi, ovviamente solo con lo sguardo.
Senza muovere la mano, o farmi un sorriso.
Ho ancora gli occhi pieni dei suoi dipinti, delle sue parole, dei suoi racconti. Ad esempio, da quando gli sono
morti i cani lui di animali non ne ha più voluti. Perché sono morti. E allora che senso avrebbe avere altri
cani, che poi muoiono?
Una volta vissuta l’esperienza capitale – l’amore, la morte, la nascita – rimane solo la cicatrice. L’esperienza
è stata fatta. Più in là non si può andare.
Io invece penso che sì, si può andare più in là. E mi ritrovo nelle grotte di Lascaux. Il mondo alla fine del
mondo ripartirà da capo.
L’origine della pittura, per il mondo di cui abbiamo memoria, è a Lascaux, nelle grotte dove gli uomini
primitivi, intingendo le loro mani nella terra colorata, hanno lasciato traccia di sé stessi nella roccia. Si sono
spiegati e reinventati a Lascaux; si sono dati un’oltranza: l’eternità.
Ipotizzo la fine del mondo, immagino un uomo che sopravviva alla catastrofe di un’ultima e definitiva
guerra, un’apocalisse atomica, un risveglio postatomico sul nulla, sul mondo cancellato, raso al suolo, su
cumuli di macerie e rovine, ebbene: quell’uomo per me tornerebbe a lasciare una traccia di sé stesso.
Esattamente come l’uomo primitivo, quello spaventato ibrido in bilico tra coscienza e istinto che, con le
mani da scimmia, cercava di scriversi la storia; una storia che ancora non c’era, eppure già sognava sé
stessa.
Cosa scriverebbe sulla roccia quell’uomo sopravvissuto? Come sarebbero i corpi di cui egli avrebbe
memoria? Quale traccia a sigillare la perdita e la rinascita di sé stesso?
Io vedo i dipinti di Vecchiato nelle grotte di Lascaux.
Un uomo che si rimette al mondo così: non ha testa, non ha braccia non ha gambe, c’è solo l’affiorare del
tronco. Una torsione, uno spasmo: il grido del venire al mondo.
Il tronco mutilato nasconde il cuore. Che non si vede, ma è proprio là dentro. Lo vedo anche adesso, sbuca
da dietro al cancello, non si sporge, non fa nessun cenno con la mano, tanto meno accenna un sorriso.
Eppure, è là: è vivo. Lo sento.

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Scuderie di Palazzo Moroni,     Padova
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