Andrea Molesini all’Antica Rampa
28 Giugno 2013Giovedì 27 giugno presso la libreria Antica Rampa di Badia Polesine si è tenuto un incontro con una vera eccellenza letteraria, il signor Andrea Molesini, vincitore nel 2011 del Premio Campiello con ‘Non tutti i bastardi sono di Vienna’.
«Quando è venuto qui, ancora due anni fa – afferma Gilberto Moretti, titolare della libreria – una settimana dopo ha vinto il Campiello: mi auguro che questa occasione porti al signor Molesini altrettanta fortuna con il suo nuovo romanzo ‘La primavera del lupo’». Un vero e proprio «inno alla vita» edito da Sellerio, «casa editrice integerrima, senza compromesso alcuno», per la logica dei contrapposti, lui, veneziano di origine che pubblica con una casa editrice siciliana: «il primo impatto, desunto dall’improvvisazione jazz, con la voce del bambino protagonista che funge da assolo di sassofono – afferma Molesini – vuole dare un tono ‘nonsense’ all’intera struttura del libro, con quella parodia del senso in sottofondo». Non si può deridere «quello che noi riteniamo insignificante», e così, come i maestri inglesi di metà Ottocento, si attribuisce indirettamente importanza a questa mancanza di logica: è un po’ come «edificare qualcosa sulla sabbia», quando il punto di vista di un periodo storico altamente connotato, quale quei due mesi, da marzo a maggio 1945, viene affidato a un bambino di dieci anni, ci si può veramente aspettare di tutto, anche la menzogna. «Siamo tutti bugiardi – afferma lo scrittore – senza la menzogna non sarebbe possibile alcun tipo di relazione umana. Non si può sempre dire quello che si pensa alla propria amata o ai propri amici, pena la rottura del rapporto». L’ottanta per cento dell’io narrante è affidato a Pietro, bambino orfano di dieci anni, capace di escursioni linguistiche nel mondo dell’oralità, con un candore ancora innocente mescolato a suggestioni desunte dall’esterno. «Il protagonista – continua Molesini – è sospeso tra infanzia e adolescenza e in virtù dell’assenza dei genitori, ho potuto fare di lui un vero e proprio strumento conoscitivo, ricettacolo ideale per vivere avventure». Il libro si apre con la frase «Dario ha le orecchie a sventola e quindi non può aver ucciso Gesù»: i grandi mentono e Pietro fin dall’inizio sa che dovrà cavarsela da solo. «Mi dicono che la mamma è in cielo ma io l’ho vista dentro una cassa da morto, era una bugia». In un discorso fitto di ‘a me mi’ e di forme indicative al posto del congiuntivo, si dipana una versione fantastica della guerra, analizzata da un punto di vista infantile: ma non sempre è così, si alternano momenti lirici tratti dalla pagina di diario di una giovane ventisettenne, monaca a forza per sfuggire ai nazisti, «donna sensuale a cui sta stretto l’abito». Ovviamente, a detta di Hitchcock, le storie più belle mai raccontate sono le storie di inseguimenti: «fuga dai nazisti», ma anche emozione e suspence per quello che viene a configurarsi come «un gioco a nascondino». Solo un bambino può capire l’importanza del gioco e in questo caso il gioco viene a coincidere con la vita, serve a sopravvivere. «L’amore si fa meglio con il linguaggio dei bambini – afferma la citazione sul frontespizio di un poeta francese non molto noto – solo in questa ‘area sacra’ della lingua, un po’ infantile, possiamo svicolare in una lingua priva di menzogna, innocente in maniera assoluta». Un libro che può essere paragonato «alle sponde di un fiume, tanto l’acqua è impetuosa e c’è la necessità di trattenere la suspence», luogo ideale per ambientare le maggiori paure infantili, tra il mare e il bosco, un «luogo senza confini», «apeiron dei greci». In questa panoramica di personaggi, oltre ai due bambini e alla ragazza colta che si traveste da suora, ci sono un frate «abitato da molti silenzi», un disertore tedesco e un pescatore analfabeta, «figura che ho incontrato nella realtà, con questo suo foglietto in cui, attraverso gli strappi, aveva inventato un suo personalissimo modo di scrivere». Sospeso tra il piglio del rapinatore e del questuante, il piccolo Pietro è molto intelligente e istintivamente si appropria del significato del suono delle parole, individuando nel tedesco una lingua «porcospina» e nell’americano «una lingua di ciabatte scivolanti». Così diverso dal primo libro, «musica classica» secondo l’autore, ‘La primavera del lupo’ è una «variazione un po’ pazza», un «je suis contre» dell’autore nei confronti della morte perché «la vita è straordinaria». In questa «notte rovesciata» in cui «il lupo funge da protettore» non si può aver paura del buio, c’è sempre la luna a rischiarare la notte e a mostrarci la strada. La strada della lettura piacevole.
Camilla Bottin

