Un giorno a Wamba – Intervista al regista Mansutti

7 Novembre 2014 By Elena Bottin

Il documentario è nato per festeggiare i venticinque anni della SOS (Solidarietà Organizzazione Sviluppo Onlus): Lei e il signor Stefanello come siete venuti a conoscenza di questa realtà?
Il legame tra me e l’associazione è molto stretto: mia madre, Sonia Bonin, 25 anni fa ha fondato l’associazione S.O.S. Solidarietà Organizzazione Sviluppo e da allora in casa si è sempre respirata un po’ “d’aria d’Africa”. Erano diversi mesi che l’associazione pensava di realizzare un filmato e fin dall’inizio mi chiesero di firmarne la regia ma sapevo che un mese in Congo non è propriamente una vacanza.
Sono stato diverse volte in Africa per viaggi non turistici: la prima volta, nel 1998, in Tanzania, poi nel 2001 a girare un piccolo documentario “Heka” sempre per la SOS, tre anni fa in Madagascar a conoscere la realtà lavorativa di mia sorella che vive lì e lavora nella cooperazione.
Risale al dicembre del 2013 la decisione di partire per la Repubblica democratica del Congo e realizzare questo documentario come testimonianza di 15 anni di intensa attività a Wamba. Ho chiesto subito a Vinicio Stefanello che è un amico, un ottimo compagno di viaggio e con il quale ho co-diretto numerosi docu-film negli ultimi anni. Con noi, oltre a Sonia Bonin, mia madre, ci ha accompagnato Daniele Gobbin, fotografo e già “veterano” di Wamba.

Il documentario ha un intento rappresentativo, non retorico: come avete fatto a scegliere le inquadrature, vi siete lasciati trasportare dall’istinto?
Ero in parte preparato alla sensazione di “spaesamento” che avrei provato non appena atterrato a Kinshasa. In Congo tutto è esagerato, contraddittorio, incomprensibile, lì ti dicono: “Dove finisce la ragione inizia il Congo”. Ecco, arrivati a Wamba , dopo 4 giorni di viaggio, abbiamo capito che sarebbe stato arrogante e presuntuoso pensare di capirci qualche cosa e sopratutto pensare di poterlo raccontare ad altri in poco più di un’ora. Sono gli sguardi delle persone che ci hanno dato la chiave di lettura. Noi con le nostre camere pensavamo di “osservarli” ma in realtà eravamo molto più osservati noi di quanto non lo fossero loro. Passano circa sei bianchi all’anno a Wamba e noi eravamo in quattro. Noi eravamo l’evento tanto atteso. La S.O.S. è l’unica associazione al mondo che opera costantemente in quell’area e quando si capisce che per loro lavorare con e sottolineo CON la S.O.S. significa poter andare a scuola, poter curarsi nei dispensari, poter ascoltare una radio che fa informazione e cultura e molto altro capisci anche è la loro grandissima voglia di cambiare e crescere, la loro dignità, che va raccontata.
La RDC è un paese che è stato ed è martoriato dalle guerre, a Wamba due mesi dopo le riprese c’è stato un violentissimo assalto da parte dei ribelli. Lì si vive o almeno si cerca di vivere nella normalità, piccoli gesti che nascondono grandi sogni; questo è quello che abbiamo cercato di trasmettere in “Un giorno a Wamba”, un giorno fatto da 12 ore di luce ma anche “un giorno” come futuro.

La “normalità” africana è ben diversa da quella occidentale: avete fatto fatica ad ambientarvi durante il mese di riprese?
Malori, febbri, disidratazione e insetti sono stati per noi una costante, niente di grave per fortuna tanto che la diagnosi era sempre la stessa: “…è l’Africa”.
A Wamba non c’è acqua potabile, non c’è corrente elettrica, non ci sono strade, almeno come le intendiamo noi, tutto risulta complicato.
Ci si abitua a tutto, tanto che alla fine del viaggio anche il lavarsi senza acqua corrente, con dei piccoli secchielli, diventa la tua nuova normalità. Anche il tanto aspettato rumore, dei primi giorni, prodotto da un piccolo generatore a gasolio attivato per caricare le batterie delle attrezzature, diventa fastidioso e interferisce con il naturale suono della foresta.

Alle persone del paese dava fastidio la vostra presenza?
Quando siamo arrivati a Wamba, siamo stati presentati ufficialmente. C’erano più di 2000 persone lì nella grande chiesa della diocesi. Tutti sapevano che saremo arrivati e proprio perché sanno quanto la S.O.S. contribuisca alla loro crescita la collaborazione è stata totale.
Quando quattro bianchi si muovono armati di cinepresa, microfoni, e cavalletto e “scortati” da un un Abbè (prete locale), è normale che la gente si fermi a guardarti. Sono curiosi e non comprendono perché li vuoi riprendere mentre fanno cose così banali. E’ come se loro venissero in Occidente e facessero un film su di noi che scriviamo mail o prendiamo l’autobus. Questa è stata la prima difficoltà operativa. E’ stata infranta nel momento in cui abbiamo stabilito un dialogo con i loro sguardi e i loro gesti.

La storia
“Un giorno a Wamba” racconta una giornata qualunque della vita di due bambini, Euphrasie e Ignace. Dall’alba al tramonto, lungo quelle 12 ore di luce che scandiscono il “tempo attivo” di questa comunità. Un tempo in cui l’energia elettrica è un lusso per pochissimi e dove l’acqua, il cibo, la salute, la scuola sono beni mai scontati e da conquistare con difficoltà e fatica giorno per giorno. Così la giornata di Euphrasie e Ignace vive di una normalità che agli occhi degli occidentali sembra straordinaria e impossibile. Una vita che sembra non avere futuro se non nella speranza di questi ragazzini e di quanti, laggiù, in quel grande villaggio di capanne in mezzo alla foresta, lottano per un domani migliore.

Camilla Bottin

mansutti