Sparire di Fabio Viola

9 Maggio 2013 By Elena Bottin

Lunedì 6 maggio alle ore 18 presso la libreria Ibs è stata inaugurata la rassegna letteraria organizzata da Progetto Giovani ‘Da giovani promesse a soliti stronzi per finire venerati maestri?’ con l’intervento dello scrittore romano Fabio Viola che ha presentato il suo terzo romanzo, appena pubblicato da Marsilio, dal titolo ‘Sparire’. In questa anteprima regionale, a conversare con lui Roberta Benedetto, una giovane giornalista in gamba, in grado di coinvolgere il pubblico in una serrata riflessione sul cambiamento che coinvolge la generazione under35. «Ve lo giuro, a volte lo schifo è tanto che viene voglia di emigrare» afferma un personaggio nel libro di Fabio Viola, ma a spingere il protagonista Ennio a partire per il Giappone in realtà è il fatto che da tempo non ha più notizie della sua ex ragazza Elisa, trasferitasi a Osaka come insegnante di italiano in un centro multimediale, la Hoshi. «La ricerca dell’ex fidanzata – afferma Roberta – si trasformerà in una ricerca di se stesso in un paese popolato di stranieri, i gaijin, figure strampalate in fuga da un mondo vecchio, incapace di offrire nuovi stimoli».
Aver addosso un «nano tutto rosso in faccia che mi prendeva a pugni e continuava a ripetermi che sapeva chi ero, cosa volevo» non rende la menzogna più difficile: Elisa esiste solo per Ennio, l’idea del Giappone con «le casine i ciliegi le geishe», quasi «da borghesucci», viene dispersa in un dedalo intricato di vie, tra night club, locali a luci rosse e pallide imitazioni dei McDonalds. Le sopraelevate offrono un’ottica diversa, alla luce diretta del sole le figure evaporano, per poi ripiombare grottesche nella notte, con atti sessuali svogliati, bisogni fisiologici da espletare durante i continui terremoti, scosse incapaci di smuovere il torpore dell’anima, colma di noia.
«Sparire – afferma Roberta – in un mondo dove vige la comunicazione è possibile?» Fabio Viola sorride e ci spiega la fonte della sua ispirazione, un film giapponese degli anni Sessanta che si intitola ‘L’evaporazione dell’uomo’. Non è un atto forzato, ma «un atto volontario», fatto di lunghi silenzi come quelli che permeano il rapporto di Elisa e Ennio. «Al di sopra del fitto degli alberi era comparsa una struttura immensa che splendeva bianca alla luce della luna»: palazzi immensi, luci al neon, da qualche parte il mare, il Giappone si presenta a noi come un universo grigio e squallido in cui sparire è facile, in cui il ricambio di insegnanti appare una tappa obbligata, normale. Nel dormiveglia «gli effetti sonori del sistema di insegnamento informatico», una smorfia spastica nel pronunciare parole come «birra» o «rugby», diventano solo «linee su linee» che colgono la malinconia del secolo, fatta di «un’immaginabile sequela di domande» a cui nessuno ha voglia di rispondere.
«Non sapevo più cosa avessi solo immaginato», un finale sorprendente, tutto da scoprire, in un libro arioso e disteso, che con la forza inaudita della penna sa darci pennellate rapide di quello che siamo, di quello che diventeremo, dei gaijin nella terra della nostra anima.

Camilla Bottin