Operette morali al Teatro Verdi

25 Febbraio 2014 By Elena Bottin

Colpito dalla forza dell’«arido vero», Leopardi non può esimersi dal pensare a ventiquattro dialoghi in una forma satirica che si avvicina ai testi di Luciano e alla commedia greca di Aristofane, per rifondare una «lingua teatrale moderna» nel solco delle contraddizioni che animano la vicina Unità d’Italia. Il regista Mario Martone, nell’adattamento a quattro mani con Ippolita di Majo delle ‘Operette morali’, un testo piuttosto denso della letteratura italiana finora mai rappresentato a teatro, mette in scena il poeta allo scrittoio: poiché Leopardi si muove all’interno di una concezione pessimista in cui nulla può ottenere dalla Natura, se non infelicità e dolore, l’autorialità della sua figura a fianco dei personaggi «vivi» per la forza del pensiero del poeta non può che confermare la sua aspirazione a un’onnipresenza, anche scenica, dell’Illusione. In una sala di morti che ricorda da vicino un campo lager, con i volti pallidi e tirati, Federico Ruysch pone le sue domande con entusiasmo, ma come risposta, a un certo punto, non può ottenere altro che mutismo: la delusione è insita nel dna stesso della storia del genere umano, nella deflagrazione continua delle sue ere, nella partita a palla, piuttosto straniante, che si svolge tra Ercole, vestito di pelli, e l’anziano Atlante.
Numerose trovate sceniche chiarificano una visione d’insieme della Vita, grazie ai sedici quadri viventi creati da Mimmo Paladino, con un passaggio dall’uno all’altro attraverso il commento in diretta: il salotto ottocentesco e il confronto autoriale in Martone trovano il loro interprete più giusto, pochi tagli con una riproposizione linguistica fedele, a tratti quasi difficile da seguire. La Moda, fulgente nelle sue apparenze e la Morte, timida e ombrata dietro uno specchio illuminato trascinano la Terra e la Luna al loro pari, pianeti e satelliti che emergono dal buio per garantire la forza della loro verità. Frammenti di conversazioni lette al liceo vengono descritti con saturazione dil linguaggio, è una presa in diretta di una carrellata di personaggi in cui spicca Renato Carpentieri, un immaginifico Torquato Tasso. Chiudendo i 210 minuti di rappresentazione su una vela aerata, Mario Martone lascia la parola a Cristoforo Colombo e a Pietro Gutierrez, gli esploratori del ‘mondo nuovo’.

Camilla Bottin