My name is Ernest – Intervista a Briguglio e a Scandaletti
14 Febbraio 2014Hemingway in ‘Di là dal fiume e tra gli alberi’ descrive un “autunno di giornate splendide, di brevissime piogge che lasciano il cielo più terso di prima e accendono di arcobaleno il collo e la testa dei germani reali […] I silenzi sono dolcissimi. I rumori sono quelli di un cefalo che qua e là guizza a mezz’aria e ricade nell’acqua, del fruscio delle foglie appena mosse dal vento, del richiamo degli uccelli migratori […] che scendono con larghe volute sulla laguna di Caorle rimasta antica nei suoi umori e nel sapore della vita.” E’ autunno, siamo nel 1948 e il paesaggio che si affaccia davanti agli occhi di Hemingway è la laguna di Caorle. In che periodo avete fatto le riprese, a settembre? Sessantacinque anni dopo vi trovate nello stesso posto, siete dell’idea che le sensazioni provate dallo scrittore siano ancora attuali?
E. Briguglio: Le riprese le abbiamo fatte a fine settembre, ma i sopralluoghi per la scelta delle locations sono state fatte intorno a fine agosto. Le sensazioni che ho provato visitando quei luoghi sono indescrivibili. Mi hanno riportato alla mia infanzia, quando mio nonno mi portava negli allevamenti dei cavalli da corsa (il suo lavoro era il mediatore o sensale, come si diceva una volta) e mi descriveva i luoghi della prima e dell’ultima guerra. Lui era un ragazzo del ’98 e se le è fatte entrambe. La scelta delle location più consone al film l’abbiamo fatta con Lorenzo Pezzano, il direttore della fotografia. Posti come quelli che abbiamo trovato, senza cavi elettrici o artefatti moderni di qualsiasi tipo, non sono facili da trovare. Io e Lorenzo abbiamo avuto le stesse sensazioni quando abbiamo visitato quei luoghi. E penso siano state le stesse sensazione che hanno ispirato i capolavori di Hemingway.
S. Scaldaletti: Le case del centro storico di Caorle, dai colori vivaci, si sono mantenute intatte ma per completare l’iconografia della città mancano i pescherecci e il mercato del pesce, molto vistosi all’epoca. Gran parte delle vecchie strutture sono state smantellate per essere trasformate secondo una logica commerciale. In questo senso le parole dello scrittore, anche se riportate sulla carta sessantacinque anni prima, sono attuali: qualsiasi posto del Veneto conserva una sua identità precisa, nascosta sotto una “patina” di modernità.
A Torre di Mosto, all’interno del Municipio, sede della Croce Rossa, avete colto l’occasione per fare un po’ di enogastronomia, tra anguille e vino raboso. Quanto questi piccoli dettagli culinari vi hanno aiutato a vivere il Veneto? Hemingway nutriva un amore incondizionato per la nostra terra, due volte l’ha vissuta, nella giovinezza e nella maturità. Quale fotogramma secondo voi ha catturato l’essenza del sentimento per la bellezza italiana?
E. Briguglio: Non esattamente a Torre di Mosto, ma abbiamo simulato Villa Franchetti all’interno di una bellissima villa palladiana ad Abano Terme. Lì ci siamo sbizzarriti facendo conoscere al grande pubblico un pò di enogastronomia veneta, che Hemingway tanto amava. Il grande scrittore adorava anche le nostre bellezze naturali, che io ho voluto far rivivere con delle riprese molto lunghe e poetiche. Qualcuno le ha contestate dopo la visione del film, targando il mio lungometraggio un pò lungo. Ma nei miei film il mio intento è sempre quello di rendere partecipe il pubblico delle stesse emozioni che io vivrei e che ho vissuto. Soprattutto in questo film ho voluto “allungare i tempi”un pò di più per l’intensità delle immagini che siamo riusciti a realizzare con la voce off di Mario Cordova e con la maestosità delle musiche di Fabrizio Castania, a completamento di un turbine audiovisivo che, a mio avviso, ha colpito nel segno. I passi letti dall’attore Mario Cordova sono tutti provenienti dalle opere di Hemingway, e da come lo scrittore americano descriveva i nostri paesaggi, si può capire quanto li amava.
Del resto in questo momento storico l’Italia ha solo bisogno di far conoscere all’estero le nostre “grandi bellezze”. Molte volte noi italiani non ci rendiamo conto dei tesori che possediamo. Questo è un concetto che ho voluto enfatizzare con una battuta della contessina Adriana al Barone Franchetti, quando dice: ”
Se gli americani avessero avuto talenti di questo calibro li avrebbero portati in giro per il mondo”, riferendosi al musicista Pollini.
Nella battuta il riferimento è a un nostro illustre musicista, ma potrebbe riguardare tutti i nostri tesori che possediamo ma che purtroppo non rispettiamo.
Dopo la proiezione il riscontro è stato nettamente positivo da parte del pubblico ed il film è stato definito “poetico”, istruttivo, quasi un immergersi nelle nostre meraviglie naturali del passato e del presente. Era questo che volevo che il pubblico capisse e ne sono felice.
S. Scaldaletti: La cucina è anche emozione, è una componente fondamentale che aiuta a legarsi al territorio. Secondo me il Veneto ha perso la sua enogastronomia, non c’è più una cucina veneziana, vicentina o veronese da contrapporre alla grande tradizione toscana, romana o napoletana. Abbiamo il mercato ma non la conoscenza del mercato, basta pensare all’incredibile quantità di vino che c’è a Treviso, una volta assente.
Stefano Scandaletti, ispettore generale fasullo nella rivisitazione di Michieletto di Gogol (ottima interpretazione a proposito), torna stavolta nei panni del Barone Franchetti. Secondo voi quali sono le differenze tra i due personaggi? Quali sono i valori del più grande amico di Hemingway, instancabile compagno durante le battute di caccia?
E. Briguglio: Il grande merito del Barone Franchetti è stato di aver contribuito a far apprezzare le nostre bellezze al grande scrittore, ospitandolo costantemente quando Ernest veniva in Italia. Ma soprattutto la lungimiranza del Barone ha fatto si che il grande scrittore americano fosse ispirato per descrivere ancora nei suoi capolavori le nostre bellezze naturali.
Non conosco in modo approfondito le opere teatrali di Gogol, ma penso che i due personaggi, ossia l’ispettore fasullo e il Barone Franchetti abbiano pochi punti in comune. Cercherò di andare a vedere lo spettacolo di Stefano e così potrò rispondere in modo più consono.
Quando ho chiesto a Stefano di interpretare il barone Franchetti, insistevo sul fatto che secondo me lui doveva essere un annoiato, uno che nella vita si è giocato tutto, vendendo gran parte del suo patrimonio per debiti di gioco. Inoltre il fatto di essere nobili a quei tempi implicava una sorta di obbligo di “austerità” verso il prossimo e soprattutto verso i suoi sottoposti. Lo stesso personaggio si doveva poi trasformare in un “quasi fratello” della contessina Adriana. Era uso allora (non so adesso) che i nobili si conoscessero tutti fin da bambini e che fossero tutti un pò mezzi parenti, considerato che i matrimoni avvenivano sempre all’interno delle loro famiglie. Stefano è stato a dir poco perfetto. Quando ci sono attori così il regista conta veramente poco.
S. Scaldaletti: In ‘My name is Ernest’ interpreto un ruolo, per così dire, “piccolo”, ma posso comunque rilevare poche differenze tra i due personaggi: di certo Gogol ha spinto al limite i difetti dell’ispettore generale fasullo per poter suscitare maggiori risa nel pubblico, ma certi vizi quali le belle donne e il gioco d’azzardo sono in comune. Ovviamente il primo è un poveraccio, si atteggia come se fosse un barone ma non lo è, mentre se lo fosse forse non avrebbe bisogno di comportarsi così. Franchetti, invece, è dotato di un titolo nobiliare e detiene la giusta autorità per ottenere quello che vuole senza simulazione alcuna.
I valori positivi del Barone Franchetti? Per ora posso solo parlare di nostalgia e di malinconia, il suo vivere il Veneto manca al giorno d’oggi, era un personaggio di grande apertura mentale e con un’enorme voglia di avventura ai confini della terra. Alle persone attualmente non manca la possibilità di viaggiare ma la capacità della veduta, di riuscire a cogliere il senso di quello che si abbraccia con lo sguardo. Manca quella sensibilità in grado di accettare anche nuovi tipi di arte, quindi una prospettiva priva di chiusure.
Lo sceneggiatore Riccardo Fabrizi, ispirandosi a ‘Addio alle armi’ e a ‘Di là dal fiume e tra gli alberi’, ha dovuto amalgamare esperienze lontane nel tempo, stabilendo una linea di confine tra l’Hemingway giovane innamorato della bella Agnes e l’Hemingway maturo affascinato dalla giovane Adriana.
Dal punto di vista registico come viene accentuato questo stacco? Quanto le sofferenze della prima parte del film influiscono sulla seconda?
E. Briguglio: Hemingway ha conosciuto l’amore in Italia due volte. Il primo, verso Agnes, è stato un amore molto intenso, sanguigno, passionale, che ha dato l’ispirazione ad uno dei più importanti capolavori della letteratura americana. L’amore per la contessina Ivancich è stato, a mio avviso, quasi platonico, poetico, in sintonia con le bellezze naturali del Veneto. Hemingway era già molto famoso, il gossip si faceva avanti in modo prepotente. Ernest si vedeva ormai vecchio, nonostante i 50 anni, e il fermento della sua passionalità era sostituito dagli effluvi di popolarità, dagli eccessi alimentari e alcolici e dalla rassegnazione di una precoce vecchiaia che stava subentrando.
S. Scaldaletti: Io non sono riuscito a vedere il film finito perché alla prima che si è tenuta alla Fenice di Venezia il 7 febbraio alle ore 18 ero assente perché recitavo a Treviso. Sicuramente al tempo in cui è ambientato il film le persone capivano l’arte dello scrittore, coglievano la sua aura: i veneti di allora avevano un’elasticità artistica maggiore della nostra. Mi rendo conto, quando recito, come cambi il pubblico in base alla provenienza: noi veneti col tempo ci siamo un po’ raffreddati, abbiamo pensato troppo a lavorare e meno a rilassarci.
Cosa avete provato alla prémiere del film a Venezia? Le vostre aspettative sono state pienamente soddisfatte?
E. Briguglio: E’ stata una delle più intense emozioni della mia vita. E così credo sia stato per tutta la troupe che ringrazio di cuore. Fare un film (sarà un luogo comune ma io lo dico lo stesso) è come fare un figlio. E la première è come la sua laurea. E’ un completamento di un ciclo che, nel mio caso, dura 2-3 anni con gioie, dolori, alti e bassi. Le mie aspettative non sono mai soddisfatte, perchè sono sempre molto critico verso me stesso e cerco di criticarmi in modo costruttivo. Tutte le critiche che arrivano dall’esterno sono ben accette, solo se motivate da qualcosa di concreto e soprattutto se sono costruttive. Critiche qualunquistiche, non motivate, senza senso non mi fanno arrabbiare, fanno parte del gioco, l’importante è parlarne e migliorarsi sempre.
Camilla Bottin

