Malaterra di Giuliano Menaldo

11 Marzo 2014 By Elena Bottin

Tra i «baffi» delle pannocchie e quelli di nonno Bortolo, austero reggitore dell’economia domestica di corte Bardinéo che si trova al limitare tra i campi delle «bianche pecorelle» del prete di Lozzo e «i rossi» reggimenti di Valbona, la differenza è ben poca, entrambi sono legati, per via contadina, a un universo fatto di piogge, di bestie, di canicola. Con quell’indifferenza ancestrale, estranea alla retorica patriottica che porta loro via i figli, necessarie braccia per la terra, gli abitanti della zona si riscoprono divisi poi, durante la seconda guerra mondiale, tra le imposizioni fasciste e la naturale misericordia nei confronti degli Alleati e dei partigiani, a rischio della vita. E’ la Storia che irrompe, che si fa viva, lontani echi giungono dall’America, terra di emigrazione di massa: molti devono andarsene, le bocche da sfamare non finiscono mai. «Maledetta terra – esclama Caterina, figlia dell’Angela, l’emigrata brasiliana contesa dal padrone e dal marito grande lavoratore ma sempre con un gomito un pochino alzato – maledetta terra che non hai e che ti obbliga a vagabondare per il mondo». Jacomo, onest’uomo, si fa carico dell’onere del fratello Emilio: lui che, in guerra, aveva scoperto la bellezza della grande città, Roma, finisce per diventare il caposaldo della famiglia, lui con i suoi dodici figli, ancorato alle prossimità del Canaletto. Tra le figlie ricordiamo la bella Martina, spensierata sartina che cede all’amore di Bepi, fiera assertrice dell’indipendenza della coppia dai suoceri, forse la prima donna moderna, con il lutto e la depressione che seguono poi alla morte di uno dei figli. Lei non ama lavorare la terra, lo strappo tra i Bardinéo e la dimensione rurale comincia ad allargarsi sempre di più, tra eredità e divisioni, con i fratelli più piccoli, uno chiamato Spugna, ormai incapaci di affrontare una situazione economica sempre più grave. Chiude la storia l’accenno alla Pegola, il collante tra il paese e le antiche leggende di «strighe»: nella stalla a far filò non è rimasto più nessuno, si può vivere solo di ricordi ormai. Giuliano Menaldo ci racconta la sua terra con occhio lucido, senza eccessi di pathos, dimostrando il suo amore saldo per la cesellatura delle parole, non una fuori posto, con lievi accenni, mai troppo pesanti, al dialetto, ancestrale lingua.

A tu per tu con Giuliano Menaldo

Lei è di Vo’, per cui ha – se così possiamo dire – ‘toccato con mano’ i luoghi descritti. Ci racconti come Le è venuta l’idea di raccontare la saga familiare dei Bardinéo, qual è stata la ‘scintilla’ che ha fatto scoccare il tutto?
Sono di Vò. Ho toccato con mano perchè fin da piccolo passavo le vacanze dai nonni a Lozzo Atestino, in una fattoria che per me era il paradiso in terra. Mia madre, che adorava la sua infanzia e la sua giovinezza, mi ha sempre raccontato le storie del passato, del suo paese e della sua famiglia e delle famiglie vicine e, conoscendo la mia passione per la scrittura, mi ha sempre chiesto di mettere per iscritto le sue storie. Ho cominciato a raccogliere materiale, documentazione storica archivistica e popolare passando, quando il tempo me lo permetteva, nei vari archivi, nelle soffitte dei parroci e dei comuni, senza tralasciare i racconti popolari attraverso interviste di persone del luogo e di parenti dispersi fino alla terza generazione. Quando è mancata mia madre, nel 2010, mi sono reso conto di non aver mantenuto la promessa: questa è stata la scintilla che mi ha messo sulle carte. C’è stata comunque anche una seconda scintilla: man mano che facevo a ritroso i l percorso delle nostre genti, mi sono accorto che molta di quella terra del nostro passato ce l’avevo ancora attaccata alla suola delle scarpe e togliendola, pezzetto per pezzetto, riemergeva la storia della mia gente e del mio animo.

Molti dei fatti storici narrati, presenti anche nei saggi del prof. Selmin, hanno alla base una scarsa documentazione esistente. Come ha fatto a ricreare un quadro così completo, fantasia permettendo?
Scarsa documentazione: certo, non è stato facile. Ma da quella raccolta potrei scrivere altri 2-3 romanzi. Anche il prof Selmin è stato da me letto e confrontato e anche la sua storia mi ha dato una mano come quella narrata da tanti altri scrittori, veneti e non. La fantasia non fa che colorare qualche episodio descritto, ma il filo della storia e delle storie è assoluta verità.

Lei, al posto dei singoli componenti della famiglia, sarebbe mai emigrato in cerca di fortuna? La descrizione del Brasile è molto bella, personalmente reputo quella parte la migliore del libro. Lei ci è mai stato?
L’Angela ‘brasiliana’ era la mia bisnonna materna. Sì conosco bene il Brasile per averlo girato in lungo e in largo con un carissimo amico… missionario Comboniano che lavora in Rondonia (stato del Brasile) da 40 anni e con cui, assieme ad altri amici, abbiamo costruito un ospedale in Amazzonia. Certo che sarei emigarto e non è detto che non lo faccia nel futuro… ho già un figlio che ha lasciato questa nostra Italia e lavora in Francia, con soddisfazione notevole. Peraltro, io sono convinto che la vita dell’uomo si svolga non a Lozzo Atestino, nè a Vo’ ma nel mondo, anche se il romanzo è la dimostrazione che non dimenticherò mai le radici del mio DNA.

Camilla Bottin

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