La Locandiera al Verdi
7 Novembre 2013E’ Amore ad apparire deformato in questo gioco di seduzioni, l’intransigenza nell’evitare la scintilla gioca a sfavore dell’Uomo burbero, il Cavaliere di Ripafratta, colui che considera le donne vere e proprie infermità: Mirandolina, la famosa Locandiera del titolo di cui tutti si sono invaghiti, per una sua esplicita debolezza non è una di quelle che fanno impazzire gli uomini. Assolutamente no. Sono gli uomini a impazzire per lei, dallo spiantato marchese di Fornipopoli al munifico conte di Albafiorita fino al modesto cameriere Fabrizio. Lei è colpevole di essere donna e come tale di saper usare bene la sua arte: moine e svenimenti sono all’ordine del giorno e giusto per non disgustare nessuno i regali continuano ad essere accettati. In uno scenario girevole dalle pareti chiare, tra faccende domestiche e richieste altisonanti che contrappongono del buon vino di Borgogna agli intingoli preparati di persona, Mirandolina appare e scompare, ma resta sempre al centro della trama: i suoi pretendenti, impersonati dal grezzo ma efficace Fabio Bussotti, dall’orientaleggiante Maximilian Nisi e dal superbo Giuseppe Marini, allo stesso tempo traduttore e regista della commedia, si acchiappano e si rincorrono in un gioco di chi può di più per avvicinare la determinata Nancy Brilli, una Mirandolina meno frizzante di quelle a cui siamo abituati, ma decisa a portare avanti il suo progetto di divertirsi alle spalle degli uomini. Attenta però, il ferro caldo scotta, non è solo il Cavaliere a bruciarsi la mano: il finale dolceamaro riporta la morale goldoniana al giorno d’oggi, in un meccanismo en travesti impersonato dalla figura di Andrea Paolotti, improbabile dama dal nome di Ortensia, che per vivere deve fare la commediante. Nessuno sa qual è il proprio posto nella lotta tra i sessi, s’intende solo che bisogna vincere per sopravvivere. Non bisogna innamorarsi perché innamorarsi vuol dire abbassare il capo di fronte all’altro. Vuol dire cedere.
Camilla Bottin























