La bisbetica domata a Ponte San Nicolò
3 Marzo 2014La vereconda canizie di Enrico Spezie, la meraviglia di Leonardo Tosini, la baldanza di Giuseppe Balduino si trasformano in una pallottola sempre più invasiva nella carne del pubblico, risultato di un tiro di schioppo, anzi di Archibugio, che si fa portavoce del messaggio d’amore per la timida – ma non troppo – Claudia Schiavoi. Anche se è Bianca l’oggetto delle attenzioni dei numerosi pretendenti, padovani e pisani, numerabili per appartamenti e navi posseduti, la vera sposa è Maria Vittoria Martini, la sorella maggiore Caterina, ragazza oltremodo bisbetica, dalla lingua tagliente. A domare i suoi urli e i suoi tiri di nervi, compendiati nel lancio di cuscini e nella distruzione di strumenti musicali ci penserà Giovanni Florio, nelle vesti del veronese Petruccio, arrivato a Padova per prendere moglie con sostanza, poco importa l’aspetto o il carattere. «La piccola» promette Alessandro Lazzari, il buon Battista, padre delle ragazze «potrà andare in sposa solo dopo che la prima avrà trovato marito» e la congiura nasce, tra pretendenti, per infiltrarsi sotto finte spoglie nella stanza di Bianca. A prendere il posto del pisano Lucenzio è il servo Tranio, il polimorfico Marco Mattiazzo, interprete insieme agli altri attori, di una fisicità dirompente, fatta di gesti, rabbuffi e di un botta e risposta senza interruzioni, per dare alla commedia shakespeariana quel ritmo che non le manca. Grazie all’intervento di Giovanni Florio e Maria Vittoria Martini, quello che ci troviamo davanti è sicuramente un adattamento efficace, possiamo affermare con certezza che la trovata di eliminare la parte del vecchio Vincenzo alternata al pedante alleggerisce con garbo l’affrettarsi alla conclusione in cui la terribile Caterina, per simulazione dell’abile Petruccio e della complicità del simpatico servo Grumio, interpretato da Christian Nicoluzzi, si trova finalmente a dover cedere alle istanze della fame e dell’amore, ma lo spirito dell’originale è pienamente rispettato, con una scenografia ridotta all’essenziale, a quattro pannelli neri in grado di dire tutto e nulla. A corredare la salsa rinascimentale c’era in sottofondo una miscela di musica allegra, per dare quel tocco di modernità indispensabile ai bisbetici, perché bisogna essere camaleontici, far vivere il teatro anche a scapito dell’evoluzione. Questa è un’involuzione, la compagnia dell’Archibugio si è dimostrata all’altezza dello scopo che si è posta, rispettare i canoni di storicità, con costumi efficaci: in questo panorama di ‘effetti teatrali a tutti i costi’, un po’ di semplicità non guasta, anzi è una boccata d’aria.
Camilla Bottin