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Il regista di Pernumia   
Intervista a Simone Toffanin

Intervista a Simone Toffanin


A tu per tu con l’attore e regista Simone Toffanin, attualmente docente del corso di teatro presso la Parrocchia Ss. Redentore di Monselice (ogni mercoledì dalle 21 alle 23).


Per Simone, fare teatro è un “modo per migliorare il proprio rapporto con gli altri”, un incentivo a vivere in gruppo, ma non solo, può diventare anche un sistema per “educare il pubblico” ad avvicinarsi agli spettacoli: alla fine il teatro è la cosa che ama di più e per realizzare il suo sogno adolescenziale di essere attore e regista ha intrapreso un percorso non semplice, ma a volte ricco di soddisfazioni. Ne parliamo con lui, per scoprire il suo iter formativo e per sapere qualcosa di più sul mestiere.
Hai fatto parte del Gruppo Teatrale Ruzantiano, come ti sei avvicinato a Ruzante?
In realtà il motivo è molto semplice. Nonostante l’affetto che lega ogni cittadino alla terra che gli ha dato i natali, non posso distinguere Pernumia, la mia città d’origine, tra la moltitudine di paeselli che si accavallano nella Bassa Padovana: per struttura e numero di abitanti non può competere con altre “chicche d’arte”. Eppure, grazie alla mia curiosità innata, appena ebbi l’età per approfondire e ragionare, cominciai ad andare in biblioteca: fu così che scoprii di condividere la mia cittadinanza con uno dei più grandi scrittori di teatro, Angelo Beolco, detto il Ruzante. Per uno strano caso del destino, la fortuna di Ruzante, uno dei padri del teatro occidentale, vive una strana frattura tra il Veneto e il resto del mondo: in questa regione è poco conosciuto, ma all’estero è uno degli autori italiani più rappresentati. Avendo avuto l’occasione di andare a Milano, un regista al sentire la mia provenienza si è subito meravigliato: non avrei mai immaginato una reazione simile, ma poi, grazie all’ausilio di studi e letture, ho cominciato a innamorarmi della drammaturgia di Ruzante e a capire la sua importanza nella storia del teatro. Proprio per questo continuo a declamare ai miei compaesani e al popolo veneto intero il valore del teatro ruzantiano: ad eccezione di qualche ricorrenza per cui vengono concessi soldi dal Ministero, Ruzante è lasciato, come buona parte della drammaturgia veneta, nelle mani degli amatoriali, il cui raggio d’azione è molto limitato. Non ti sto a parlare ancora di Ruzante, altrimenti non la finirei più, io lo trovo un incredibile anticipatore di temi, la figura dell’ “antieroe” in “Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo” è un qualcosa di straordinario. Lui che conosceva l’Ariosto delle “donne, i cavallier” aveva avuto il coraggio di affermare che il vero vincitore in guerra era quello che riusciva a portare a casa la pelle: con un piccolo “recupero” di Archiloco, poeta dell’antichità greca, la figura dell’antieroe diventerà molto cara ai romantici. Possiamo parlare di un Ruzante verista, si stacca da un modo di intendere la vita dei campi strettamente bucolico, prende il “paradiso” dei contadini e lo ricaccia nell’inferno. E’ un pizzicatore di corde, riuscirà a dare vita all’istinto nelle varie forme della fame e del sesso accontentando un pubblico di bassa lega e allo stesso tempo stimolerà nella compagine colta riferimenti culturali e filosofici. Un altro problema è quello della lingua, il pavano, di difficile comprensione per l’italiano del giorno d’oggi: cinque compagnie francesi hanno tradotto il dialetto nei loro corrispettivi idiomi, noi invece ancora non sappiamo affrontare il dilemma su come portare in scena Ruzante. Secondo me non ha senso far rivivere un’opera con il suo “linguaggio tradizionale”, di sicuro è bellissimo e di grande effetto, ma l’essenziale è far vivere lo spirito: molte compagnie in Italia hanno intrapreso questa operazione e di sicuro il risultato è stato molto buono. Ho diretto “La Moscheta”, ma ho avuto occasione di interpretarla spesso a teatro, posso dire di aver impersonato tutti i protagonisti, mi manca solo la donna, Betìa.

Qual è la novità insita nella rassegna teatrale “Sipario al Borgo” di cui sei direttore artistico?
La rassegna teatrale estiva (fine giugno/inizi luglio) che si tiene ad Arquà Petrarca “Sipari al Borgo” prevede una collaborazione con la ristorazione: la manifestazione vuole recuperare l’usanza di andare a teatro nel primo pomeriggio e di concludere la giornata con un momento conviviale, intenzione supportata dal fatto di “essere già fuori casa”. E’ il principio su cui si fonda la maggior parte dei multisala: non si offre solo il “prodotto visivo” ma anche un contorno vario di intrattenimento. Chi partecipa a “Sipario al Borgo” ha il diritto a usufruire dello sconto del 10% nei ristoranti che hanno aderito all’iniziativa: si raggiunge così un piccolo obiettivo, quello di vendere la cultura, il teatro in particolare, quale volano dell’economia. La formula “teatro + ristorazione” è abituale fuori dal Veneto, ma a Padova è ancora una novità: non voglio attribuirmi nessun merito, alla fine è solo un “uovo di Colombo”, ma ritengo di averla portata all’attenzione dei più. L’Italia è conosciuta in tutto il mondo essenzialmente per due cose, la Cultura e l’Enogastronomia: sarà pure un luogo comune, ma si sa che in Italia si mangia bene. Perché non sfruttare la cosa a vantaggio del teatro, per un rilancio dell’economia? Bisognerebbe creare delle sinergie tra le istituzioni culturali e i commercianti. Forse quest’anno la rassegna si amplierà con un altro paio di Comuni dei Colli, speriamo.

Hai partecipato a varie rassegne internazionali di Teatro Classico Antico. Qual è il rapporto che intrattieni con la tragedia greca?
Io ho iniziato al Tito Livio facendo teatro classico antico, quindi cimentandomi in tragedie e commedie greche: nonostante la lontananza cronologica il teatro greco è vicinissimo alla mente e al cuore, la straordinarietà di quegli autori e di quei testi è che sono contemporanei, ci parlano di quelle cose che non cambiano al mutare della società, i sentimenti, i contrasti generazionali tra padri e figli, quelle tematiche universali nell’uomo. Ho diretto “La scelta di Antigone”, una delle prime opere che ho voluto mettere in scena come regista perché “Antigone” è una delle tragedie che amo di più, con il dilemma tra ragione di stato e ragione personale, uno stridore continuo tra il singolo e la collettività. In questa occasione ho voluto dare una visione più ampia prendendo anche due rifacimenti che erano stati fatti su Antigone: ci si focalizza allora sulla scelta di Creonte, allo stesso tempo uomo di stato e zio di Eteocle e Polinice, uno morto per la patria e l’altro per lo straniero, che decreta la sepoltura con tutti gli onori per il primo e il corpo ai cani e alle carogne per il secondo. A questo punto si erge la figura di Antigone, dotata di grande forza morale, che dice no alla ragion di stato, come seppellisce un fratello così deve fare anche con l’altro. Al di fuori della tragedia classica Creonte afferma che anche l’eroe era un traditore, entrambi erano due farabutti, il corpo meno maciullato è diventato l’eroe e l’altro il fedifrago, tutto questo per mantenere fede alla ragione di stato. Alla domanda “Ma tu per cosa ti opponi? Per un corpo che non sai nemmeno se è di tuo fratello” lo scarto si fa sempre più visibile, Antigone non muore più per difendere il corpo del fratello, ma per un’idea. Ecco che si può fare uno strano collegamento con un film molto bello sul Processo di Norimberga sul fatto che i nazisti debbano essere condannati o meno per crimini di guerra. Chi è veramente colpevole?

Si parla spesso di “crisi del teatro”, tu come la vivi?
Quando nel campo teatrale dicono che c’è crisi e non ci sono soldi non credeteci, o almeno credeteci molto poco. Io sono fermamente convinto e certo che in realtà i soldi ci siano, solo che devono essere spesi meglio, senza gli sprechi dei decenni passati. Questa non è tanto una crisi (ripeto io parlo del teatro) finanziaria, ma di sistema. Le strutture e l’organizzazione teatrale del passato devono modernizzarsi e dare spazio a “nuove” formule gestionali e organizzative.
Sono discorsi molto complessi e non so quanto possano interessare ai cosiddetti “non addetti ai lavori“, ma vi voglio dare un piccolo dato: quest’anno il Teatro Verdi di Padova con la sua stagione di prosa 2013/14 programmerà 87 repliche di dei vari spettacoli presenti in cartellone. Cast, la compagnia teatrale che fa capo alla mia figura e si forma di volta in volta per una produzione in base alle esigenze di copione, sempre quest’anno, con le varie stagioni, ne ha organizzati 55, senza ovviamente un centesimo di contributo ministeriale. L’obiettivo per il 2014 sarebbe almeno eguagliare il Verdi, ma mi sa che, con un pizzico di fortuna, forse riusciremo anche a superarlo. Tutto questo è stato possibile sopratutto grazie a quella lunghissima sfilza (e non vuole essere una frase fatta) di persone (attori, musicisti, artisti, compagnie, tecnici, amici, assessori, funzionari, spettatori) che voglio ringraziare e abbracciare (nessuno escluso) per avere reso possibile questo.

Camilla Bottin

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