Intervista a Luca Franchini

3 Giugno 2014 By Elena Bottin

Nel cuore del Negev’, pubblicato da poco dalla casa editrice padovana Cleup, è un romanzo in gestazione dal 2008, ovvero da quando avevi diciotto anni. La sua esternazione ha richiesto una maturazione non semplice, vuoi raccontarci come è nata in te l’idea e come hai voluto portarla avanti? Alla sua origine c’è qualche viaggio, magari nelle terre che descrivi nel libro?
La maturazione di questo libro coincide con la descrizione di un’Idea. Si può descrivere un’idea? Sì.
Un’idea non va solo intuita, va raffigurata; bisogna raccontarla per renderla manifesta. Anche a se stessi.
L’idea racchiusa in questo libro si è gradatamente radicata nella mia mente, così come cresceva in me il desiderio di raccontarla e condividerla con quante più persone fosse possibile.
Nel cuore del Negev nasce come storia, quasi come una favola, iniziata all’età di diciotto anni. Nel corso di cinque anni, quest’abbozzo di favola si è nutrito di esperienze, e di un percorso accademico profondo, che è stato seme di profonde riflessioni. Così, col passare del tempo la trama del libro, nata quasi per gioco, ha preso la struttura di un romanzo.
È successo quando ho capito che volevo a tutti i costi raccontare di una visone della Vita, proiettata alla consapevolezza di sentirsi parte di essa. Un modus vivendi, alla cui base c’è la ricerca disperata e istintiva di un senso, di una direzione da seguire, specchio del percorso dei personaggi.
I personaggi erranti di questa storia compiranno un cammino che alla fine vedrà il lettore come vero protagonista della vicenda. Per competare le domande, sono andato nel deserto del Negev all’età di 9 anni con i miei genitori. Ancora ho delle immagini molto nitide in testa. A parte questo, per il resto mi sono documentato o ho immaginato.

Sei studente di Psicologia delle Relazioni Interpersonali all’Università di Padova, attualmente risiedi a Padova o sei pendolare e percorri in treno il tragitto che ti separa da Bologna, città in cui vivi? Facci un confronto tra le due città, come ti trovi?
Studio a Padova da tre anni e a metà giugno mi laureerò; vivo qui, con altri studenti che ho conosciuto a posteriori, dopo che avevo deciso di stabilirmi a Padova.
Amo Bologna e credo sia oggettivamente una delle più belle città in cui uno studente possa vivere. Tuttavia, soggettivamente parlando, il fatto di essere nato e cresciuto lì mi ha portato a voler provare a vivere un’altra realtà.
Padova si è presentata come una città in cui poter iniziare una nuova tappa, dopo che avevo vissuto e lavorato a Londra per 6 mesi. Era un periodo i cui sentivo il bisogno di misurarmi con una realtà che non mi apparteneva ancora: l’esperienza internazionale nella capitale del Regno Unito mi ha spinto a cercare nuovi stimoli, lontano dalla realtà in cui avevo sempre vissuto per ventun’anni.

Il corso di studi che stai affrontando è il naturale sbocco del desiderio di una dimensione internazionale già presente nel tuo romanzo (un archeologo olandese, un pecoraio di Gerico, un giornalista inglese e così via) maturato alle superiori? Che tipo di lavoro vorresti svolgere al termine del tuo percorso scolastico?
Qui a Padova studio Psicologia delle relazioni Interpersonali, ma la dimensione internazionale rientra pienamente nei miei progetti. L’esperienza di Londra – subito dopo il liceo – ha aperto le porte ad altri viaggi, tra cui anche Amsterdam, città dove è ambientato parte della storia del libro. Qui è necessario aprire una parentesi, perché il viaggio è in effetti un topos che riguarda non solo il mio libro, ma anche la mia vita.
Io intendo il Viaggio come un cammino, un’esperienza personale e solitaria. Solitaria non nel senso di chiusura, ma nel senso che i compagni di viaggio sono le persone che incontri, non persone con cui parti.
Il viaggio inteso in questo senso, per quanto sia difficile da accettare, è una dimensione con cui tutti gli uomini nolenti o volenti sono costretti a misurarsi. Ed è la dimensione che anche i miei personaggi si trovano a vivere. Il vero cuore del discorso è che siamo soli. Puó non piacerci come realtà, ma questo è.
Autori come Arthur Schopenhauer, Fredrich Nietzche o Giacomo Leopardi, raccontano di questa pesante realtà… Ma c’è un respiro in questi autori che è ancora più profondo, e che alla fine nasconde un’immensa miniera di esistenza, di serenità e di vita.
Se essere da soli sembra terribile e tremendamente triste come la Morte, è solo entrando nella solitudine, e non cercando continuamente di fuggirla, che possiamo andare oltre ad essa riuscendo ad essere da soli senza sentirci soli.
Lo scrigno di Nel cuore del Negev è il simbolo di questo concetto, e credo sia simbolicamente la meta cui tutti, persone o personaggi, alla fine rincorriamo. Siamo destinati ad essere soli, è inevitabile prima o dopo, ma la vera consolazione credo parta dalla nostra concezione di solitudine. Ci si può sentire soli anche in mezzo agli altri, così come ci si può sentire in compagnia pur essendo da soli.. Essere solo, ripeto, non vuol dire per forza non avere nessuno intorno, o ritirarsi dalla societa, ma accettare quei compagni di viaggio in modo indiscriminato, senza cercare a tutti i costi la sicurezza in qualcuno. Rispondendo alla domanda su cosa fare una volta finito il mio percorso accademico, per ora vorrei cercare un lavoro nell’ambito della gestione delle organizzazioni o delle risorse umane. Mi piacerebbe, insomma, lavorare con gruppi di persone; la Psicologia del Lavoro e la Psicologia di Comunità sono gli ambiti in cui mi piacerebbe orientarmi, tenendo quello della Psicologia Clinica – che riconosco essere tanto affascinante – come eventuale lavoro in proprio.
Poi, ovviamente, vorrei continuare a scrivere. Raccontare e condividere pensieri è una cosa che ha per me una ricchezza e una bellezza tale che non vorrò mai rinunciare.

‘Nel cuore del Negev’ è articolato in capitoli quasi paralleli, i personaggi percorrono viaggi similari ma si incrociano solo a un certo punto della storia. E’ stato difficile mantenere separati i diversi ‘fili’ della trama? Qual è il personaggio che più ti assomiglia?
Rispondendo all’ultima domanda, tenere separato il filo delle trame è stato necessario, perché i personaggi principali, Adrian e Kamal, fanno un percorso simile ma per strade diverse. Kamal affronta il viaggio in solitidine in tutto e per tutto, il suo cammino è presentato più metaforicamente di quello di Adrian, ma ambedue i percorsi nascono da uno stesso forte desiderio, e terminano con scelte diverse ma allo stesso traguardo. Infine, non credo ci sia un personaggio che mi assomigli di più, credo invece che ogni personaggio sia specchio di una mia caratteristica. L’intraprendenza di Adrian, la sensibilità di Julia, la capacità di meravigliarsi di Kamal, l’ironia di Tim, la passionalità di Nancy, la sete di conoscenza di Arthur…sono tutte caratteristiche che, rileggendo il libro, riconosco sia in me sia in persone che hanno avuto una grande importanza nella mia vita e che ho avuto la fortuna di conoscere.

Nel cuore del Negev – Il commento
Il reperto archeologico trovato a Beer Sheva, nel cuore del Negev, si fa improvvisamente portavoce di una frenesia interpretativa: oltre a scaldare le penne dei giornalisti lo stimolo della curiosità non risparmia nemmeno Arthur, anziano professore olandese. Una trascrizione riportata sullo scrigno, celato ai più, allude ai Cavalieri delle Sabbie, una fantomatica setta esistita più di 4000 anni prima: una stranezza, la prima delle tante, consiste nel trovare riportata sul manufatto una data incredibilmente vicina al presente, con traduzioni in lingue moderne come l’ebraico e il greco. Il giovane archeologo Adrian riceve dal suo mentore l’incarico di raccogliere ulteriori informazioni: morto l’anziano professore in quello che a detta di tutti era un delirio di follia, il ragazzo viene incastrato in un omicidio in quanto il Governo sta combinando qualcosa nell’area suddetta e non vuole testimoni, altrimenti terribilmente scomodi. Nella fuga che lo porta nel cuore del Negev, terra da cui è cominciato il tutto, lo accompagna la sorella Julia appena uscita da una storia d’amore finita male: per dirla in due parole finiscono dalla padella alla brace, desiderando ardentemente di tornare alle comodità occidentali, braccati come sono alla stregua di animali selvatici. Nel frattempo, in una sorta di limbo esistenziale, il giovane pecoraio Kamal, figlio di un mercante malavitoso, compie un percorso che è allo stesso tempo morale e fisico alla ricerca del proprio sé: non ha fatto questa scelta da solo, bensì è stato “rapito” da una figura non ben identificata che lo stimola a proseguire da solo con una sacca, un po’di acqua e di cibo, appena bastante per la traversata del deserto. In un universo in cui le immagini e i sentimenti cominciano «a manifestarsi sempre più velocemente», la Morte si scopre essere contemplazione: è come «ammirare un paesaggio», vivere con «il sole che scompare dietro l’orizzonte», in preda a una pulsione erotica labile, tra pensieri intimi appena velati. Adrian e Kamal, senza volerlo, compiono un Viaggio che pur essendo parallelo è per certi versi simile: entrambi cercano di «uscire dalla realtà e far parte della verità», affinché passato e futuro diventino una condizione ricca di significato, non più centellinata in attimi separati. Luca Franchini è una penna giovane ma allo stesso tempo nelle sue scelte stilistiche denota una buona consapevolezza e un’ottima maturità. I livelli di interpretazione del romanzo sono molteplici, con riflessioni profonde: un libro che inizia strutturalmente come se fosse un thriller si trasforma infine in una suggestione filosofica, è un percorso letterario che può un po’ far storcere il naso agli amanti dei generi ma che in fondo si apre a nuove sperimentazioni. Un romanzo zen.

Camilla Bottin

nelcuoredelnegev