Intervista a Giovanni La Scala

5 Ottobre 2014 By Elena Bottin

Le sedici piccole «perle di umanità» raccontate dal medico Giovanni La Scala, specialista in chirurgia generale e odontoiatria, nel libro “L’altra dimensione del tempo. Storie di paesi lontani” (Cleup) si addensano in paesaggi sconfinati, quasi rarefatti. Per poterle assaporare a fondo bisogna abbandonare il “cappotto” che portiamo con noi per ripararci dalla banalità di una vita povera, senza tecnologia, e affrontare strade impervie con un fuoristrada, senza nemmeno la certezza di arrivare a destinazione. A Puno è usanza fare un’offerta alla terra, alla Grande Madre, a Pachamama: «tre foglie, le più belle, le più verdi» vengono scelte e masticate per dieci minuti e il «grumo verde scuro» lanciato tra i fiori. Solo così le cime innevate delle Ande si possono stagliare nel cielo «privo di nuvole spazzate via dal vento di quella mattina». In Kenya tremila euro equivalgono alla guarigione di un bambino affetto da cardiopatia congenita, a Padova a un «vetro firmato» da un noto artista: Giovanni perde la pazienza, quei soldi sono «pochi per un vetro ma tanti per una vita». Lui è prodigo di cure, aperto di mente e non si arresta di fronte alle difficoltà del viaggio: lui, con modi gentili e garbati, da attore partecipe che sa di essere una piccola comparsa all’interno di una grande produzione, cerca di dare il suo contributo. Emblematico il racconto con protagonista il signor Prabaker in India: il caso vuole che non ci siano mai le condizioni adatte per operarlo, ma le parole «ritornerò, vedrà, lei guarirà» pensate dal dottore lasciano filtrare una speranza che esiste da sola, il sorriso non scompare mai. Il signore in questione è sereno, così come altri pazienti: sono felici con poco, nella miseria, sanno dare valore a piccole cose che noi occidentali diamo per scontate.

Mi vuole dire di più sui progetti di cooperazione internazionale in ambito sanitario a cui partecipa? Come si è avvicinato a questa realtà?
La Diocesi di Padova ha numerose missioni in Kenya. Ho avuto l’opportunità, più di venti anni fa, di partecipare a un progetto in sostegno dell’ospedale di North Kinangop realizzando un ambulatorio odontoiatrico e istruendo il personale locale. Per questa attività, nei dieci anni successivi, mi sono recato più volte in quel Paese, aiutato da alcuni colleghi. Oggi l’ambulatorio, situato in locali di nuova costruzione, dispone di attrezzature moderne e, seppur sotto la direzione di un missionario padovano, è gestito da personale africano. Questo è stato il mio primo approccio con il Terzo Mondo. In seguito si sono presentate altre opportunità di partecipare ad attività di cooperazione internazionale sia come medico che come odontoiatra: ho collaborato con la Caritas di Trieste e di Mostar per cure dentarie e interventi chirurgici ai bambini disabili in Bosnia, ho fatto parte di spedizioni umanitarie organizzate dall’Associazione Padova Ospitale e dalla Fodazione Help for Life di Padova in vari Paesi, tra i quali l’Argentina dove è stato realizzato un centro medico alla periferia di Buenos Aires, ho partecipato inoltre alle attività dell’Associazione Green Life Perù, del Rotary International, del Museo di arte orientale Obrietan di Vicenza che ogni anno organizza una spedizione umanitaria nei territori Himalyani. Mi ero recato in Perù inizialmente invitato a tenere alcune lezioni all’Università di Lima, in quelle occasioni ho conosciuto alcuni italiani impegnati in progetti di aiuto alle popolazioni indigene e mi sono lasciato coinvolgere con entusiasmo. In questi viaggi, e anche senza viaggiare, ho dato qualcosa della mia professionalità, in cambio credo di avere ricevuto moltissimo venendo a contatto con altre culture e con tante persone, alle quali va tutta la mia stima, che ho visto impegnate in prima linea a tempo pieno, in ambienti a volte molto ostili, senza nulla chiedere per sé.

L’idea di scrivere un libro nasce in Amazzonia, dieci anni dopo il Suo primo viaggio, quando Lei si trova ammalato, in preda alla febbre. A sentire una curandera locale la colpa è da attribuire ai ritmi frenetici che impone la società occidentale. Mi vuole raccontare come ha vissuto queste differenze tra stili di vita quasi opposti?
Venendo a contatto con abitudini e tradizioni di Paesi lontani emergono le differenze con la nostra società. Io penso che l’organizzazione sociale non dovrebbe prescindere dalla biologia dell’individuo. Posso fare molti esempi: la maggior parte delle nostre giovani donne arriva al matrimonio dopo molti anni di studio, di apprendimento professionale e purtroppo oggi anche di ricerca di un lavoro, e quindi si sposano al limite dell’età feritle, quando la biologia ci dice invece che i figli si dovrebbero avere a vent’anni. Altro esempio: i coniugi devono, nella maggior parte dei casi, lavorare entrambi per mantenere la famiglia, e questo lascia poco spazio alla comunicazione tra coppie, e tra genitori e figli. In alcuni villaggi africani, piccole comunità composte da poche decine di persone, non ho visto bambini orfani o abbandonati, anziani soli, ammalati lasciati a sé stessi, mentre nelle nostre città c’è chi conosce la vera solitudine, più che mai in questi anni di crisi economica. Aggiungo una considerazione: nella nostra società tecnologica la medicina si è suddivisa in specializzazioni sempre più progredite dal punto di vista scientifico, ma di fatto si sta perdendo la visione dell’uomo nella sua interezza, nel contesto sociale in cui vive, nell’ambiente naturale che lo circonda, mentre questo concetto è alla base della medicina tradizionale o sciamanica. Nel libro voglio dire anche questo: viviamo con ritmi frenetici che ci fanno dimenticare alcuni valori dell’esistenza, magari cose semplici, apparentemente banali, ma importanti, mentre in altri Paesi, anche poverissimi, si dà ancora importanza a certi valori che invece la nostra vita moderna ci sottrae.

Qual è il posto in cui tornerebbe ancora, tale è stata la suggestione che ha esercitato su di Lei?
Tutti i paesi lasciano un ricordo indelebile, ma sicuramente il Sud America ha qualcosa di magico, con i suoi spazi sconfinati, il caldo tropicale, il labirinto di fiumi amazzonici, le cime innevate delle Ande, le musiche passionali, e l’allegria della sua gente che ti coinvolge e dopo un po’ non ti fa più sentire uno straniero. Nonostante la ricchezza sia concentrata nelle mani di pochi e la maggior parte della gente viva in condizioni di povertà, la criminalità sia in aumento dovunque, i diritti delle donne non sempre rispettati, il Sud America viene tuttavia considerato il continente più felice del mondo, inteso come felicità espressa dalla gente.

Camilla Bottin

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