Intervista a Barbara Codogno
28 Gennaio 2014Sei laureata in Filosofia Estetica e competente appassionata di arte contemporanea: possiamo dire, a tutti gli effetti, che sei una fervente seguace del Bello. Immagino che non sia facile definirlo a parole, ma un tentativo fallo: quali esperienze estetiche ritieni che siano inscindibili dal concetto di Felicità?
L’esperienza estetica – etica – che penso imprescindibile per il raggiungimento della felicità è la gentilezza. Praticare l’amore verso gli uomini. Avere uno sguardo amorevole. Sorridere mentre cammini per strada. Ringraziare sempre. Contemplare, questo è fondamentale: contemplare significa guardare in profondità senza giudicare, significa sfiorare con leggerezza e accogliere.
Per il raggiungimento della felicità trovo sia imprenscindibile fondersi con la natura. Senza i boschi io non sarei felice, senza gli alberi non sarei felice. La mia definizione della felicità non è mai morale: ogni uomo ha la parte di luce e di ombra. Vedere con chiarezza ti aiuta ad agire. Nel mio modo di praticare la felicità ci sono debolezze e fragilità che conosco e che vorrei superare. Del resto non tendo al raggiungimento della virtù, significherebbe escludere la mia componente irrazionale e creativa. Piuttosto, è la saggezza che vorrei praticare e lo stato d’animo che massimamente mi procura felicità è, inevitabilmente, l’imperturbabilità. Pensa al cielo, alla terra. Cosa c’è di più bello? Eppure cielo e terra non hanno bisogno di essere felici. Sono. Mutano. Bellezza è mutamento. Felicità è capire la bellezza del mutamento. Creatività è tradurre, catturare, il culmine. Il momento – unico ed estremo- in cui avviene il mutamento. In alcuni momenti il cielo si fa nero, tuona. Oppure si riempie di nuvole leggere. Il cielo è sempre il cielo ma è cogliere la profondità della sua mutevolezza, saperla vedere e soprattutto vivere, come fosse specchio del nostro animo, questa è la creatività. Quando colgo questi attimi e sento in me la creatività, io sono felice.
Il tuo libro ‘Cosa sognano le donne’ (Cleup 2011) è articolato secondo una partitura musicale: qual è la colonna sonora ideale che ti accompagna quando dormi?
Ho uno strano rapporto con la musica. La musica è stata a lungo per me legata agli uomini con cui ho avuto delle relazioni. Ce ne sono stati alcuni con i quali ho ascoltato molta musica. Era musica di intrattenimento. In generale odio le colonne sonore, preferisco il silenzio, nel silenzio c’è libertà. E io voglio essere. Alcuni di questi strimpellavano, avrebbero voluto suonare o cantare, ci provavano con scarsi risultati, anche patetici, erano un po’ ossessivi nel loro dilettantismo. In generale detesto chi suona tra amici, ma è più la necessità di fare gruppo e quindi usare la musica come pretesto che detesto. Non amo i gruppi e di amici ne ho pochi e la musica è una cosa seria, per me. Poi ho incontrato un uomo che conosce la musica, la pratica, soprattutto la vive e la ama. Per quest’uomo la musica è una faccenda maledettamente privata. Allora la musica, che prima pativo come manifestazione dell’ego di questi uomini che scimmiottavano i musicisti, mi è apparsa misteriosa, languida, folle. Io ne ascolto poca. E cose che piacciono a me, seguo il mio gusto. Mi piacciono i ritmi forti, i tamburi sopra ogni cosa. Ma ora mi sembra di averla vista, l’ho riconosciuta. La musica è talento. O ce l’hai oppure no. L’esercizio conta ma non basta. Ho visto chi ama la musica e così ho capito che c’è un abisso tra chi è la musica, chi davvero ha l’animo che è musica, e chi semplicemente vuole farla o la suona.
Detto questo, non ho nessuna colonna sonora quando dormo. Ma la musica che sempre mi accompagna è il battito del cuore. Il mio, che a volte è triste, a volte sereno, a volte appassionato, a volte pieno di speranza e a volte molto solo, altre volte ruggente. Sempre, sempre il battito del cuore di mio figlio, sul quale vigilo.
Per Colpa Ricevuta, il tuo ultimo romanzo, invece è formato da due favole per adulti: spiegaci che tipo di morale hai voluto lasciare ai tuoi lettori e quali suggestioni ti hanno ispirato nella loro composizione.
Per colpa ricevuta sono due racconti filosofici en travesti. Non volevo che passassero come troppo difficili o che il fatto di dire che sono due racconti filosofici allontanasse il lettore. Perché c’è sempre pregiudizio. Così ho travestito i racconti da favole per adulti. Il lavoro che ho fatto è questo: sono una studiosa del filosofo francese René Girad che ha studiato la violenza. Sulla violenza si fonda – nel senso di si costruisce, mette fondamenta – la società. Sul capro espiatorio: troviamo uno che paghi per tutti e così riunifichiamo la società in crisi. Uno degli elementi scatenanti la violenza e che indica il capro espiatorio è il mimetismo. Io sono come gli altri, faccio parte del gruppo e il gruppo si accanisce contro il diverso. Girard mostra la storia: dal rito azteco ai giorni nostri. Non c’è rimedio a questo procedere mimetico che sfocia nell’atto violento. le mie due favole invece hanno un lieto fine: si interrompe la catena del capro espiatorio e della violenza. I due “umili” in entrambi i casi sono due servi – e non a caso, la rivolta nasce sempre dal basso quando deve sovvertire un ordine costituente – che fanno la più grande rivoluzione possibile: un atto d’amore. Si mettono dalla parte dlel vittima. E una volta che si sono riconosciuti nella vittima non possono più tornare a far parte del gruppo violento. La morale è questa: alla violenza possiamo dire basta. Se agiamo con compassione e responsabilità possiamo spezzare il vincolo che ci uniforma all’agire violento. Questa è la mia grande speranza, ho voluto nel mio piccolo consegnare una preghiera di rivoluzione, che apra una prospettiva luminosa di evoluzione dai meccanismi violenti.
Camilla Bottin
Si rimanda inoltre all’articolo pubblicato da Padovando in occasione della presentazione del libro ‘P.C.R. Per Colpa Ricevuta’. http://www.padovando.com/incontri-convegni/p-c-r-per-colpa-ricevuta/

