Incontro con Francesco Guccini

1 Ottobre 2013 By Elena Bottin

Grande anteprima per la ‘Fiera delle Parole’: al Multisala Pio X Giò Alajmo ha presentato l’ultimo album in ordine di tempo del cantautore Francesco Guccini, dal titolo ‘La mia Thule’, «una storia che nasce e finisce nello stesso posto», Pavana, che si trova nell’Appennino tosco emiliano, dove Francesco è vissuto negli ultimi anni. «La pace di Pavana, paesino collocato in mezzo a montagne che non sono né alte né basse, né dritte né curve – spiega Giò Alajmo, dopo un viaggio nella terra di Francesco – non si trova da nessun’altra parte». Non dobbiamo figurarci le altezze imponenti delle Dolomiti, ma un «gioco di campi e di erba» segnato dalla guerra, un vero e proprio mondo a parte. Poco distante si trova Marzabotto con le sue storie di guerra e i morti uccisi dai nazisti: sono «i tempi della linea gotica, quando l’Emilia era l’ultimo baluardo di difesa dei nazisti e l’Italia era divisa in due parti». Per otto mesi gli abitanti di Pavana hanno convissuto con la paura dell’esercito e dei bombardamenti, Francesco ricorda l’arrivo dei soldati americani, con inglesi e brasiliani, nell’ottobre del 1944. «Per la prima volta ho sentito il bassotuba – spiega Francesco – e ne sono rimasto impressionato, a noi bambini gli americani facevano cantare una canzone e ci premiavano con del cioccolato. Penso che sia stata la mia prima esecuzione canora. Anni fa ho risentito la canzone in un film di Woody Allen e mi sono commosso, gli americani, con i loro cannoni a ore fisse, erano miei amici, erano diventati il padre che non avevo visto che il mio era in ‘vacanza’ in Germania in un campo di concentramento». Il disco ‘La mia Thule’ racconta quello che Francesco ha visto dei luoghi in cui ha vissuto e in cui tuttora vive: il titolo ricalca una poesia di Borges, è una terra dell’estremo nord, «fatta di ghiaccio e di fuoco», forse l’Islanda, dove tutto finisce, un confine ultimo «non solo del mondo ma anche della vita». «Pensavo di non incidere più dischi – spiega Francesco – la prima strofa l’avevo scritta quindici anni fa ma non aveva mai trovato sbocco in un progetto articolato. L’ultimo disco l’avevamo registrato in una catacomba in senso figurato, stavamo stretti e tutti fumavano, mentre qui a Pavana, nell’antico mulino, è stato bello, la location è molto aperta e si respira aria fresca». Non c’è più la paura delle prime volte, quando «in sala incisione tutti sembravano dei medici, con i camici bianchi», Francesco racconta se stesso con spunti tratti dalle poesie in dialetto bolognese e dai canti partigiani, ha ormai il suo gruppo affiatato ed è pronto per un altro viaggio musicale. Il difficile percorso di incisione è raccontato nel documentario ‘La mia Thule’ proiettato in seguito all’incontro, con scene di vita quotidiana del cantautore, un’esperienza che ha avvicinato parecchio al mondo di Francesco.

Camilla Bottin