Per guardare con «gli occhi di cera» di Gemone di Velieronero d’Oltremare bisogna salire per «tre piani»: la sua è una «decadenza dei giorni» descritta con arte poetica, nella ricerca di quella ragione perduta, «il senno degli innamorati», da recuperare con «cavalcature alate». Nella sospensione tra miti letterari e realtà quotidiane, gli abbracci si fanno resistenti al profumo della donna amata, con la speranza di riuscire a «curvare in ripetute – cedevoli corrispondenze di ravvicinati fiati». Il viaggio di Gemone, visconte di Velieronero d’Oltremare, si fa solitario e inavvicinabile, in una tortuosità linguistica fatta di «leggi – sentenze» subliminali, «sfaccettature di un solo diamante». A ingannarlo nessuno, se non mademoiselle Fortuna: il richiamo di Polifemo, guardiano degli armenti, si fa disperato, è solo uno «scomodo stramazzo» nella notte, uno schiaffo in cerca di «labbra imprendibili». Il libro, ottanta pagine edite dalla casa editrice ‘La Riflessione’, contiene la prefazione di Maria Luisa Crosina: «l’autore si definisce come ‘un velo di organza impigliato sulle rocce’ che vorrebbe spaziare, solcare nuove acque, andare lontano», eppure le «porte dell’irrestibile» si chiudono «nella più completa emotività». Alla fine quella nave sul fondo, la Felicità, chissà se arriverà mai a casa. Sono le «correnti perverse» ad animare la «voragine dell’imponderabile», a far bruciare, ardere e avvampare: il «disgregamento» è completo, si può solo sognare «dimenticando di aver vissuto». Alla fine «siamo solo un’alternativa sulla falsariga di quello che potrebbe attenderci», figure opposte, ossimori: l’amore, vissuto come sublimazione dell’inconoscibile, diventa paturnia, colpisce «corde vibranti». Un fruscio e tutto è svanito, nella leggerezza della vita che corre, come un «vento che spazza» la purezza.

Camilla Bottin