Affinità Elettive – Approfondimento

2 Ottobre 2015 By Elena Bottin

L’esposizione curata da Silvia Prelz, che comprende 50 opere tra tele di grande formato, sculture e installazioni, ha come obiettivo quello di mettere in mostra le affinità tra le artiste padovane Maria Pia Camporese (1952-2013) e Carla Rigato, legate da una profonda amicizia.
Ne parliamo con la curatrice Silvia Prelz e l’artista Carla Rigato.

Come è nata l’idea di accostare le artiste Maria Pia Camporese e Carla Rigato?
Silvia Prelz:
In realtà l’incontro tra le Artiste è avvenuto fuori e prima della volontà della curatrice e della programmazione della mostra. L’incontro tra Maria Pia e Carla, seppur casuale, direi che sia stato una sincronicità per entrambe, è avvenuto infatti proprio in Galleria Cavour cinque anni fa in occasione della mostra “Donne nell’arte”, omaggio all’arte al femminile a Padova, dove cinquanta artiste presentavano le loro sculture, dipinti, installazioni insieme ai ritratti fotografici che il fotografo Franco Storti ha creato per ognuna di loro.
Per Maria Pia e Carla è stato prima di tutto un incontro di anime che hanno trovato subito un dialogo attraverso il loro linguaggio artistico, un filo di pensiero che le ha unite immediatamente, un racconto comune che le ha rese solidali, una stima reciproca che le ha legate in una profonda amicizia. Sono quelle alchimie che solo l’anima sa creare.  Maria Pia e Carla hanno iniziato da allora una frequentazione continua, tanto che Maria Pia inizia da subito ad andare a dipingere nello studio di Carla e, in una intervista dice: “Mi reco a dipingere nello studio di una mia Amica. Là ci ritroviamo in tre ed è molto più stimolante lavorare in compagnia che da sola.” Questo lavorare insieme le ha rese ancora più vicine nella continua ricerca di mettere a nudo l’anima, confrontarsi con le proprie fragilità, paure, desideri.
Da quando Maria Pia è mancata nel gennaio 2013, per Carla è iniziato il desiderio di portarla ancora con sé, di far sì che quel sodalizio non si rompesse, che la vicinanza continuasse.  Nel suo studio Carla ha l’ultima tela dipinta da Maria Pia con la sedia di fronte e il colore sgocciolato in terra. Per Carla, Maria Pia non è mai andata via da lì.

Quali affinità hai trovato tra le due artiste?
Silvia Prelz:
Due linguaggi pittorici diversi sia nella tecnica che nella espressione ma un unico denominatore: il bisogno di libertà espressiva, la continua ricerca e sperimentazione artistica, un inconscio ribelle che fa affiorare profondità altrimenti celate.
In Carla Rigato grande vigore emotivo di getti di colore puro sulla tela, in cui prevale una grande forza espressiva e una spontaneità libera da ogni regola. In Pia Camporese segni forti e di grande bellezza estetica graffiati e incisi con colori blu, rossi o solo neri, promotori di qualità terapeutiche in grado di coinvolgere chi li osserva in una profonda riflessione esistenziale.
Usano con forza e vigore colori e materia da plasmare perché gli Artisti sono dei rabdomanti o dei guaritori che ci indicano la strada per giungere a delle vene d’acqua. Captano quello che c’è nell’aria in quel momento, o nel profondo del loro inconscio, e lo comunicano al mondo tramite l’immagine. Traiamo dalle loro opere modelli o ispirazioni che fanno eco alla nostra vita in momenti decisivi.

Maria Pia Camporese è mancata nel 2013, hai avuto occasione di conoscerla di persona? Se sì, avete mai avuto la possibilità di confrontarvi sul panorama artistico contemporaneo?
Silvia Prelz:
Ho conosciuto Maria Pia in occasione della mostra personale di Carla Rigato che presentavo nel settembre 2012 presso la mia Galleria ARTissima di Abano. Ci scambiammo poche parole; si è seduta a guardare i quadri esposti con attenzione e precisione, seppur, ritengo, li conoscesse molto bene, vista la assidua frequentazione dello studio di Carla. Aveva il bisogno di ripercorrerli, di lasciar loro il tempo di parlarle, di rifare la strada insieme. Amava il linguaggio dell’immagine, trafiggeva attraverso di essa ma si lasciava anche trapassare nell’incontro. Forte, coraggiosa, consapevole.

Nei tuoi quadri si percepisce l’inconscio che ribolle, come arrivi a liberarlo sulla tela?
Carla Rigato: Non potrei fare altrimenti. A ciascuno di noi è dato esprimersi nel modo che meglio gli si addice, io ci riesco con la pittura ed è qualcosa che fin da piccola ho sentito dentro. Dipingere per me è liberatorio: gesto e colore seguono l’istinto che in quel momento prende il sopravvento. L’ispirazione può arrivare anche da un oggetto, l’idea racchiusa in esso prepotentemente emerge e ne esce astratta, assoluta. C’è una citazione di Paul Klee che secondo me spiega molto bene questo concetto: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”.

Sei presente all’Expo con una serie di opere divise tra Expo Milano a Palazzo Giureconsulti e Expo Venice, Padiglione Aquae. Vuoi parlarci dei progetti esposti?
Carla Rigato: Questi due eventi sono stati per me occasioni importanti grazie alle quali ho presentato due aspetti della mia arte: la pittura a Milano e la scultura a Venezia. A Palazzo Giureconsulti a Milano sono stata tra i 95 artisti italiani selezionati per l’evento d’arte contemporanea “L’Arte e il Tempo” (dal 10 al 30 giugno). Un’esposizione ragionata e storicizzata tra maestri e nuovi maestri, che si sono messi in gioco ponendo le opere a confronto con alcuni tra i più significativi protagonisti dell’arte di tutti i tempi. Qui ho presentato due dipinti del 2013 “Crepuscolo” e “In principio era il verbo” che i curatori Giulia Sillato e Giammarco Puntelli hanno associato alla corrente dell’action painting di Jackson Pollock per il mio dare libera espressione al colore e all’emozione sulla tela.
Per Expo Aquae 2015 a Venezia invece ho realizzato “Fiume Colorado”: una scultura di cinque metri di ferro e acciaio installata nel parco tematico esterno (visitabile fino al 31 ottobre). L’opera è inserita all’interno del progetto del collettivo artistico “Ammantate Stelle” che ha voluto rappresentare in forma di metafora i più importati fiumi del pianeta. Per ricreare il movimento ondulato delle anse del fiume Colorado ho realizzato un impianto elicoidale formato da due cerchi concentrici di pennoni, forti e robusti all’interno e sottili all’esterno. Un vortice di emozioni in cui ho inserito delle lame di acciaio satinato a riflettere il cielo che diventerà acqua. Per me il Fiume Colorado rappresenta le emozioni che svettano verso l’alto, sospinte dai venti – favorevoli o sfavorevoli – della vita. Ma è anche un fiume che convoglia la luce, come i sentimenti, in una corrente che porta ciò che è umano e terreno a riflettersi nel cielo.

Camilla Bottin