Intervista a Roberta Da Soller
7 Aprile 2014“Tu sei quella del pugno” ti dicono tutti, dopo “Piccola Patria” hai proseguito la tua carriera nel Grande Cinema con una piccola parte nel film “La sedia della felicità” di Carlo Mazzacurati in uscita nelle sale il 24 aprile: vuoi raccontarci com’è stato lavorare con Carlo e come ti ha consigliato di interpretare questo personaggio così buffo, un’apprendista estetista che si scaglia contro un omone per paura che le portino via gli strumenti di lavoro?
Pamela, l’apprendista estetista che interpreto, era un soggetto già presente da sceneggiatura. Il primo provino che feci fu proprio per quel ruolo. Ne feci un secondo per un altro personaggio ma alla fine Pamela era più nelle mie corde.
Mi preparai la parte di testo che mi mandarono il giorno prima, fu la moglie di Carlo Mazzacurati a provinarmi; andò abbastanza bene, poi mi dice di improvvisare una scena in cui dovevo impazzire, mi dà due battute e mi dice di immaginare che mi stessero pignorando gli strumenti di lavoro nel mio centro estetico. Di fronte a me c’era un omone che faceva finta di trascinarsi dietro qualcosa ed io mi buttai urlando su di lui…dissi le battute e d’improvviso gli tirai un pugno sulla spalla. Come citavi tu, quel pugno fece molto sorridere chi vide il provino.
Poi un giorno incontrai Carlo nel suo studio perché mi raccontasse cosa aveva in mente. L’incontro fu parecchio buffo, ero molto emozionata e si notava e lui continuava a sorridermi divertito. Mi parlò di Pamela attraverso qualche immagine, mi fece intuire l’atmosfera del contesto nella quale si calava, ma poi lasciò che ci pensassi un po’ da sola dicendomi che sul set ci saremo dati il tempo per lavorarci assieme. Questo fu possibile naturalmente perché il mio era un ruolo piccolo.
Ecco, Pamela è un’apprendista estetista molto dedita al lavoro e molto affezionata e grata alla sua datrice, difende queste cose con molta veemenza e passionalità. E’ un personaggio buffo, quella simpatia che danno, a volte, le persone che si prendono molto sul serio e fanno del proprio lavoro quasi una filosofia di vita, in Veneto succede spesso.
Mazzacurati poi ci ha diretti sul set in un modo specialissimo: delicato, generoso e preciso. Questa fu la mia esperienza con lui, breve, piccola, un incontro quasi in punta di piedi, un indefinibile trapasso d’esperienza.
Il 10 aprile uscirà nelle sale “Piccola Patria” di Alessandro Rossetto, in anteprima a Padova il 2 aprile: nella calda e soffocante estate di un’ “ignorante” cittadina del Nordest tu interpreti Renata, una ragazza tormentata, desiderosa di andarsene da quella che ritiene una “piccola patria”. Anche tu vivi con angoscia le situazioni descritte nel film, la piccola comunità, i raduni indipendentisti, l’odio nei confronti dei migranti?
Direi che più che angoscia vivo in modo poco democratico qualunque tipo di atteggiamento xenofobo e qualunque tipo di chiusura identitaria, il patriottismo in generale sia questo regionale o relativo allo stato-nazione mi fa venire i brividi.
Io, rispetto a Renata, cerco per quanto possibile di non subire questa situazione né di passarci a lato…
L’indipendentismo però è una questione delicata e per niente raggruppabile in un unico movimento con stesse caratteristiche e spinte. L’indipendentismo dei territori non è un fatto di per sé trascurabile o analizzabile in termini solo di chiusura, l’indipendenza senza confini è un tema che prima o poi si dovrà affrontare credo.
Quello che vivo non serenamente è la banalità con cui si discute di problemi che hanno a che fare con gli ultimi anni di storia del nostro territorio, la chiusura identitaria e la nascita di nuovi confini, nonostante l’evidenza che il Veneto è fortunatamente destinato a ospitare sempre più persone di altri luoghi, i substrati razzisti di cui la Lega è stata madre per lungo tempo, e la consapevolezza che purtroppo non tutto quello che si manifesta dal disagio sociale è un bene. Però ripeto, queste ultime cose non possono essere attribuite in modo generico a un ancor più general generico movimento indipendentista.
Devo dire che a differenza di Renata però non sogno di abbandonare i miei luoghi, ho abbandonato il mio paese d’origine per poter studiare e allontanarmi da una condizione culturale che non avrebbe potuto soddisfare le miei inquietudini, mi piace viaggiare e anche sostare in altri luoghi per dei periodi, ma non voglio lasciare il Veneto, quando si acquisisce uno sguardo aperto e la possibilità ogni tanto di sterzare, anche il vivere in provincia diventa poetico. E poi c’è troppo ancora da fare per pensare di girare le spalle ed andarsene.
Ti affianca nel film l’amica Luisa, interpretata da una bravissima Maria Roveran: vuoi parlarci delle differenze caratteriali tra le due protagoniste? Arrivano mai all’attrito? E tu e Maria come vi siete trovate a lavorare insieme nei tre mesi di riprese?
Renata e Luisa hanno due caratteri opposti e complementari. Sono testa e croce della stessa moneta. Entrambe hanno in comune il non riconoscere precisamente il perché della loro tormenta interiore, di intuire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in ciò che le circonda, ma subire una serie di retaggi culturali legati al valore della famiglia, della religione, del lavoro e delle relazioni che legano i loro desideri a dei macigni esistenziali.
Luisa però è completamente incosciente, e agisce il suo malessere con l’irriverenza e la sfrontataggine mentre Renata cova angosce e paure, non le sa esprimere, s’ingigantiscono dentro il suo stomaco e degenerano nella sua testa fino a pianificare uno dei ricatti più bassi che ci si possa aspettare da una ragazzina di quell’età ma estremamente coerente con tutto quello che il mondo adulto le ha fatto conoscere: soldi, l’uso strumentale del corpo e della vita delle persone. Unica cosa che salva Renata è l’affetto verso Luisa in cui vede la sola via di scampo e la sola complice possibile.
Il punto di rottura c’è, ed è proprio quando la sua unica certezza cade, l’unica cosa che la teneva in piedi si sfila dal starle accanto e questo coincide con il primo memento in cui Luisa riesce a vedere quel fuori che lei e Renata tanto sognavano assieme. Ma quel viaggio, anche se non molto lontano non lo fa con Renata ma con il suo fidanzato albanese…
Io e Maria abbiamo lavorato splendidamente assieme, alcune scene non sarebbero state possibili senza la complicità che si è creata, in realtà dal primo incontro. Per esempio la scena del tetto dove litighiamo è stata una scena lunghissima, anche se nel film dura poco. Quel giorno l’avevamo provata più e più volte, non perché ce lo avesse chiesto Alessandro ma perché ne sentivamo la necessità e il livello di verità era talmente alto da arrivare davanti la macchina quasi senza accorgercene. Quando Alessandro diceva “stop” per riprendere da un’altra inquadratura io e Maria ci allontanavamo l’una dall’altra perché non ce la facevamo a stare vicine. Quando abbiamo finito la scena, eravamo stremate, ma volevamo stare assieme senza nessun altro attorno. A cena mangiavamo senza proferire parola.
La complicità lavorativa fra me e Maria credo si possa misurare sulla base di quanto cercavamo di andare a fondo alle situazioni, sulla ricerca del livello da raggiungere assieme, sull’equilibrio del movimento.
Sei attrice ma non solo, sei anche una performer di arte contemporanea, sai mescolare linguaggi diversi: cosa significa per te il teatro sperimentale? Quali energie metti in campo?
Teatro Sperimentale in realtà vuol dire tutto e niente, uso questo termine generico alcune volte per separare la parte del teatro che si dedica alla ricerca contemporanea e che si divide dalla prosa tradizionale, dai musical e dal teatro amatoriale, che sono a loro volta macro gruppi non precisamente definibili in questi termini.
Non sono una performer d’arte contemporanea come non sono un’attrice tout court, ho fatto entrambe le cose e spero di continuare ad avere questa possibilità. Però l’unione di queste due passioni, assieme a molte altre si avvicinano a qualcosa che a che fare con la digressione e la perdita di una certo recinto identitario che perseguita spesso chi si occupa di arte e spettacolo.
Come performer, ho lavorato con Dora Garcìa alla Biennale del 2011 per il Padiglione Spagnolo e sempre durante la stessa Biennale ho posato per dei video e delle foto che sono poi diventate parte dell’opera dell’artista Mabel Palacin per il padiglione Catalano.
L’interdisciplinarietà è la cifra del nostro tempo. Se ti appassiona il teatro contemporaneo di ricerca, non puoi non amare la video art, la performance, l’arte visiva, i lavori sul suono, la letteratura, la politica, il cinema etc… I nuovi linguaggi e il loro mescolarsi non sono importanti solo per la multimedialità ma anche e soprattutto perché sono più coerenti rispetto ad altri per parlare del presente.
S.a.L.E. Docks per me è fondamentale. Il S.a.L.E. è uno spazio indipendente per l’arte contemporanea situato a Venezia e gestito da un gruppo di persone proveniente dall’esperienza dei centri sociali ma con specificità legate al mondo dell’arte contemporanea e dentro la gestione di questo spazio ci sono anch’io. All’interno moltissimi di noi hanno competenze diverse, c’è chi lavora come curatore/trice, ci sono artisti, studenti di economia dell’arte, architetti etc… il tempo che passiamo assieme è parecchio e ci porta a contaminarci grazie al confronto continuo, allo scambio di competenze, strumenti e d’idee e grazie al valore che diamo al comune sentire non solo l’arte contemporanea in sé e per sé ma anche il “fatto artistico” che comprende il lavoro e la vita.
Camilla Bottin
Il trailer del film “Piccola Patria” https://www.youtube.com/watch?v=p4R6cgW4qHQ
Foto di Federica Trevisan