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25 aprile a Este   
Wahrheit macht frei

Wahrheit macht frei


Incontro culturale e presentazione del libro fotografico dedicato al famigerato campo di concentramento e sterminio nazista: il ricavato delle vendite servirà a finanziare il progetto fotografico-documentaristico sull’ 'Aktion t4'.


La presentazione del libro «Wahrheit macht frei. Auschwitz – La verità rende liberi» dei fotografi padovani Elisa Mortin e Giancarlo Soncin è avvenuta in una cornice, quella della Festa della Liberazione, che si contrappone strenuamente al nazifascismo e alle sue degradazioni più estreme: orrori come Auschwitz, «la più grandiosa macchina di morte mai immaginata dall’umanità», soluzione finale a cui erano destinati un milione e 600.000 deportati, non possono più esistere, non devono più esistere. Per dirla con le parole di Primo Levi noi non siamo «estranei» a queste vestigia, «materia tangibile» che sopravvive alle persone: «Sono foto in bianco e nero – spiega il professor Chiaregato, docente di Storia e rappresentante della sezione estense dell’Anpi – in cui è completamente assente la vita, ci sono solo resti di quello che è stato. Riportare in vita il passato è impossibile ma queste immagini vi si avvicinano, riescono a trasmettere la desolazione e la morte che permeavano il campo». Queste «ceneri», sparse poi nel verde che circonda il luogo, presso ameni laghetti, «siano per te ammonimento»: si posino sul nostro capo, come una tela grigia in cui restare invischiati. E’ la verità a rendere liberi, «il frutto orrendo dell’odio» di cui parla Primo Levi, non deve più trovare terreno fertile, «né doman né mai». «I valori di libertà per cui i partigiani hanno combattuto e si sono sacrificati – afferma Andrea Quadarella, consigliere comunale – non devono essere mai messi in discussione vista l’alternativa». La mostra personale dei due fotografi, allestita con la collaborazione del Fotoclub Ruzante di Pernumia, è rimasta in esposizione alla Pescheria Vecchia di Este dal 26 gennaio al 3 febbraio 2013: le immagini, testimonianza di tre viaggi in Polonia ad opera dei due fotografi, sono state raccolte in un volume che riporta, divise per settori, le tragedie della quotidianità degli internati ed evocano, con il loro silenzio, urla strazianti e sofferenze indicibili. «E’ un percorso fotografico – spiega Elisa Mortin, autrice del progetto insieme a Giancarlo Soncin – che vuole rendere conto della disumanizzazione degli internati attraverso la presenza di oggetti sopravvissuti ai corpi: valigie, scarpe, occhiali, bambole rotte diventano metonimia di presenze vive spezzate dalla crudeltà nazista». Si trattiene a stento la commozione, molto efficace.

Camilla Bottin

 

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