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ARCHIVIO RECENSIONI
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VARIAZIONI
ENIGMATICHE
di Eric-Emmanuel Schmitt
con Glauco Mauri e Roberto Sturno
regia di Glauco Mauri
scene e costumi di Alessandra Camera
La storia dello scrittore Abel Znorko, premio Nobel
per la letteratura, confinato in un autoisolamento lontano
dagli uomini, dalle barbarie di un mondo troppo meschino,
banale, insulso, spregevole e dalle insolenze della critica.
In un'isola della Norvegia e in un'enorme casa, appagato
dalla sua misantropica quiete, Znorko compone lettere
e scritti vari, fra i quali l'ultimo appassionato romanzo,
nel quale è contenuta una misteriosa corrispondenza
amorosa con una donna della quale nessuno conosce l'identità.
Il colloquio con il giornalista Erik Larsen darà vita ad un sottile
gioco delle parti che svelerà segreti sentimentali portati a galla
da colpi di scena teatrali e letterari, in un susseguirsi di battibecchi,
alternati a conversazioni colte sull'amore. Il demone della filosofia è fedele
compagno di Eric-Emmanuel Schmitt, quarantenne docente appunto di questa
disciplina e uno degli esponenti più in vista della drammaturgia
contemporanea francese. Il testo, rappresentato da alcuni dei più grandi
attori di teatro a livello internazionale, quali ad esempio Alain Delon,
Klaus-Maria Brandauer, Donald Sutherland, rende benissimo nella convincente
interpretazione di Glauco Mauri.
Martina
Calvi |
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AMADEUS
di Peter Schaffer - Regia di Roman Polanski
Scena prima: Salieri in veste da camera, vecchio, gli occhi
cerchiati e il viso smunto, l'aria ormai stanca...Con una voce rauca,
ma dall'intonazione fiera, affabula parole su parole. Gesticolando
arranca, quasi tremante, verso il bel pianoforte. Gli scivola di mano
uno spartito, si srotolano eventi. Salieri biascica qualcosa di sé,
pronuncia con veemenza un nome: Wolfang Amadeus Mozart.
Silenzio. D'un tratto, le luci, basse sul palcoscenico, rischiarano lo
scenario concluso di un'epica querelle musicale dall'incerto
epilogo. Ed ecco comparire alla Corte di Vienna il giovane Mozart,
prestigioso fanciullo salisburgense, destinato a eterna gloria. L'imperatore
Giuseppe II lo accoglie con proverbiali convenevoli: "Et voilà,
eccoci qua".
In tutto e per tutto inadeguato, dalla risata eccessiva e i modi sgarbati,
giocoso e infantile, tanto inopportuno da apparire persino volgare,
Amadeus saltella come un valletto fra i valletti e, scostumato, insidia
le donzelle ai ricevimenti. Così piccolo, buffo, triviale e privo di stile.
Salieri lo cattura con sguardo implacabile e sospettoso, paventandone
il talento geniale e maledicendo le note sublimi di una musica che è dono
dell'Assoluto, grazia elargita da un iniquo nume. L'acclamato compositore
di Corte, dai mediocri slanci creativi, si fa scudo del proprio lustro
per tessere malevoli insidie alle spalle del "fragile" nemico. Nell'attesa
che l'ignoto spettro notturno sopraggiunga, con la malattia e la disgrazia,
a commissionare a Wolfang il Requiem. Salieri si straccia le vesti e
urla: "Io ho ucciso Mozart. lui che dalle cose qualunqui creava leggende,
io che dalle leggende creavo cose qualunqui".
Eppure, il dramma complesso delle gelosia e della vile sottomissione
alle passioni, è bisbigliato appena fra le righe di una ripetitività scenica
e mimica di maniera. Sbigottiti irrompono comunque gli spettatori in
un applauso, forse suggestionati dal testo di Shaffer, più che
dalla sua resa rappresentativa. Il grande Roman Polanski delude.
Martina
Calvi |
IL
GIARDINO DEI CILIEGI
di Cecov
Vendere il giardino è come spogliarsi d'improvviso del memento
struggente della giovinezza, della gioia effimera della festa, dell'inconsapevolezza
soave della vita felice. Per i padroni il giardino è simbolo di
nostalgia, fasto e splendore. Non è così per il giovane
studente, Petr, sapientemente dipinto da Cechov con una pennellata macchiettistica
da amareggiato caratterista di un inizio secolo difficile. Gli alberi
non sono per Petr che le tante lapidi dei servi, sepolti in un cronicario,
il giardino, ove hanno ingiustamente immolato le loro vite sull'altare
della felicità dei padroni. Tutti i personaggi della società russa
ruotano intorno al giardino: il servo mai liberato (Firs), i contadini
poveri e il contadino ricco (Ermolaj), la noblesse doréé e
l'esponente della futura intellighènzia russa (Petr). Ermolaj è il
povero che diventa ricco, ma agli occhi dei padroni rimane servo e dai
servi non è riconosciuto nuovo padrone. Ermolaj ha il coraggio
di capire l'epoca che sta vivendo e di frapporre al rimpianto pessimista
e romantico l'ottimismo costruttivo dell' "uomo nuovo". Potrà acquistare
il giardino, ma non amare Anja (figlia della padrona). Le piccole vanità e
secolari debolezze dell'aristocrazia decaduta trovano magnifica espressione
nella gestualità discreta e patinata, piena di grazia e talento,
di Patrizia Milani, che è Ljubov'Andreevna Ranevskaja (la padrona).
Recitazione curata, coreografie luminose e poetiche (il giardino rivestito
di bianco dall'amore), bellissimi costumi. Incanta Ermolaj Alekseevic
Lopachin, interpretato dall'intenso e affascinante Armando De Ceccon.
Martina Calvi |
LE
MALADE IMAGINAIRE
di Molière
S'alza il sipario su una scenografia essenziale: una poltrona, qualche
sedia e un letto. La compagnia "De Gli Incamminati" veste bene le parti
dei caratteri stravaganti e burleschi di Molière, acclamato cantore
del divertissement nel grand siècle. Riecheggia sul palcoscenico
la massima del commediografo seicentesco, rivolta al pubblico in forma
di consiglio: "entrer dans le ridicule des hommes". Ci si lasci dunque
piacevolmente sedurre dai proverbiali intrighi grotteschi, dalla satira
graffiante, dalle sottili rivelazioni psicologiche e acuti tranelli.
Il malato immaginario, avvolto nella sua veste da camera sgualcita, intrattiene
con l'aria falsamente affranta la corte dei Gran dottori, spiato e attorniato
da parenti-valletti, leziosi e intriganti. Compiacerlo è facile:
basta ricorrere a un rimedio terapeutico, sottoponendolo a un buon salasso.
Ma come sfuggire al tedio dei suoi chiodi fissi, all'iracondia delle
sue bili nere e dei suoi "fumosi" umori? Come evitare che l'instabile
malato s'imparenti con la casta dei sedicenti scienziati latinisti e
vanagloriosi? Benedetta in tutti i tempi sia l'arte del saper rappresentare
con gusto la verosimiglianza dell'intreccio, che svela agli uomini la
pochezza dei loro vizietti, celate ipocrisie e meschine intenzioni, suscitandone
il riso au bord du tragique.
Martina Calvi |
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