LORENZO
MATTOTTI
I
suoi inizi, come mai dall’Istituto Universitario di Architettura
di Venezia ha poi intrapreso la carriera di disegna-tore, è stato
difficile un po’ come per tutti o la sua bravura…
Inizi
difficilissimi ho passato un periodo molto lungo senza
pubblicare anche se continuavo a fare storie. È un po’ lunga
da raccontare, inizi lunghi, difficili, perché o io non
ero capace o era un tipo di segno talmente personale,
da non venire accettato. Ci sono stati dei momenti in
cui cercavo di pubblicare ma quello che facevo venivano
in generale modificato.
Da ‘Alice brum brum’ però...
Sì, da Alice brum brum ho trovato
la possibilità di un editore indipendente,
chiamiamolo così, che mi ha permesso di pubblicare queste storie, ma proprio
perchè era un editore indipendente, la pubblicazione era molto limitata, comunque
ho preso l’occasione per fare e continuare. Dopo Huckleberry Finn, piano piano
ho iniziato a fare altre cose. Pensa chela prima volta che ho avuto la possibilità di
pubblicare su Linus, mi hanno chiesto delle storie sportive, dei piccoli episodi
sul mondo del calcio. Prima c’erano altre riviste come il Mago o Eureka su cui
ogni tanto pubblicavo delle mie cose, ma sempre in maniera molto sporadica.
Come
e perché ha scelto di vivere a Parigi, l’Italia forse aveva ed ha troppo poco
da offrire a un disegnatore. Ve-do che molti disegnatori se ne vanno, è una fuga,
un rifugio o..?
No!
Ma la mia è stata una scelta, io è da tanto che lavoravo
già con la Francia per cui sarei potuto permettermi di anche starmene in Italia
e lavorare con l’estero, diciamo che era un cambio di energie. La decisione
di andare in Francia non è stata mossa solamente da motivi di lavoro ma anche
da motivi privati. Non sono fuggito dall’Italia perché non avevo lavoro, la
cosa assurda, più comica è che da quando sono andato a Parigi ho avuto tantissimi
lavori dall’Italia.
Lei è considerato il massimo esponente della corrente stilistica
dell’espressionismo
fumettistico in cui l’uso del colore ha una rilevanza maggiore su tratti tipici
del fumetto come la semplicità grafica e l’immediatezza.
Non sapevo di essere
tra i più grandi responsabili dell’espressionismo! Ci
sono anche altri autori che hanno lavorato con l’espressionismo, diciamo che è un
tratto che esprime, che comunica direttamente. L’uso del colore è senz’altro
una delle mie caratteristiche, però diciamo che a livello razionale tendo
ad andare dall’altra parte, ad andare oltre, non ne faccio di questa una formula.
In maniera naturale si può dire che sono un emotivo, quindi un espressionista,
ma nel lavoro mi affascina sempre di più il controllo e, la composizione, quindi
l’opposto.
E’ per questo che il suo tratto è in continua evoluzione?
Il tratto è in evoluzione
perché cambiamo continuamente e poi perché dipende
molto anche dalle storie che affronti. È chiaro che l’atmosfera in Jekyll [Jekyll
e Hide nda] ha influenzato tantissimo: ho deciso di fare una storia che non
avesse quasi niente a che vedere con il libro di Stevenson e credo di avere
utilizzato un tipo di immagine diversa dove l’espressionismo non sia poi così evidente.
Quanto è stato
influenzato dai suoi autori modello, se ne ha naturalmente? Ho letto che autori
come Sampayo sono stati il suo punto di partenza.
Non un punto di partenza perché punti
di partenza ce ne sono stati tanti e dovremmo andare a ricercare altri disegnatori
che mi hanno affascinato. Munoz e Sampayo sono arrivati in un momento molto
importante; sono stati fondamentali per il rapporto che avevano col proprio
lavoro e con la realtà ma soprattutto come
metodo di approccio a determinati argo-menti. Tra gli autori fondamentali,
Alberto Breccia sicuramente, ma anche Renato Calligaro è stato determinante
per una mia idea di fumetto, un’idea di fumetto che poteva toccare altre forme,
che poteva evolvere nella stessa storia.
Il suo tratto, i suoi disegni sono
poco “classici”, l’opposto
di un segno semplice e “alla portata di tutti” come può essere quello estremamente
figurativo di suoi colleghi come Milo Manara, la scuola Bonelli o se vogliamo
quello della Bandesinee classica. Come si spiega un successo mondiale per un
segno così non convenzionale, poco capibile, poco classico, non figurativo
e quindi più difficile da capire, che però magari trasmette più emo-zioni…
Ma io considero il mio segno molto figurativo [Ride nda], che poi lotti
continuamente con una tendenza all’astrazione o all’espressionismo sicuramente,
però la mia
tensione è quella di un disegno descrittivo, che riesce a far capire quello
che sta succedendo. Però c’è questo tentativo, questa pulsione di raccontare
le emozioni, o meglio di andare direttamente alle emozioni. Il grosso problema è l’equilibrio
per tutte queste cose, una delle mie preoccupazioni più grosse è quella di
essere leggibile, soltanto che probabilmente tendo dall’altra parte… Un fumetto
comunque deve essere leggibile.
Però io penso al tratto di Manara, che è molto
descrittivo, molto semplice insomma… invece il suo è più elaborato.
È un tipo di disegno che non si basa sulla realtà, diciamo che non è realistico,
ma è figurativo e lavora su delle distorsioni dei personaggi. All’inizio ero
molto grottesco poi piano piano mi son portato più verso a una dimensione figurativa
più naturale, non sempre caricaturale delle cose. Come posso giustificare il
mio “successo”, perché probabilmente ho toccato delle corde che non hanno
toccato altri o se le avevavo già toccate prima, io l’ho fatto nel momento
migliore, al momento giusto e questo ha affascinato i lettori. Ti ricordo
che non ho comunque un pubblico molto grande, ma è un pubblico molto specializzato.
Spesso per i suoi lavori ha collaborato con sceneggiatori, Jerry Kramski
in molte occasioni, Sentner per Caboto. Altre volte sceglie di lavorare da
solo, come nel caso di Fuochi, considerata da molti la sua opera migliore.
Come cambia il suo modo di operare proprio di lavorare quando l’idea nasce
in coppia oppure quando lavora da solo?
Quando lavoro da solo è molto più faticoso perché tutto
ricade su me stesso e il lavoro si può trasformare in un labirinto mentale
da cui non si esce, è proprio per questo che amo lavorare con altri sceneggiatori.
Ci dev’essere un grande rapporto di rispetto e di amicizia ed è un lavoro
che nasce assieme e deve finire assieme.
Quindi non è un lavoro puramente meccanico
per esempio fornire già il lay out.
No no assolutamente, anzi spesso parte proprio
dal disegno e poi si aggiunge il testo, è un lavoro molto di èquipe e non ha
niente a che vedere col metodo tradizionale. Preferisco lavorare con qualcuno
proprio per avere, anche solamente parlando, un’idea molto più distaccata e
chiara di quello che si sta creando e questo mi permette uno sguardo più oggettivo.
Ha lavorato anche per un altro “mondo”, il mondo del cinema. Suo è il manifesto
della mostra cinematografica di Cannes del 2000, quest’anno ha poi disegnato
la locandina per il film “I vestiti nuovi dell’imperatore”. L’anno scorso al
festival d’animazione di Annecy il film pilota del suo Pinocchio ha vinto il
primo premio. Quale è il suo rapporto con quest’arte, se è un rapporto particolare
o casuale e quando vedremo nelle sale un suo lungometragggio?
Quello non lo
so proprio…
Lo davano per scontato per quest’anno…
Si
però non è ancora in produzione Pinocchio,
c’è un po’ di confusione. Il mio
rapporto col cinema è sempre stato di grande amore, di grande fascino, ha creato
il mio immaginario, soprattutto negli anni ’70. È un linguaggio che mi ha influenzato
moltissimo, quasi come quello della musica. Quando ho avuto questa possibilità di
Cannes, sai, lavorare per un manifesto non è come lavorare al cinema, lavori
a un manifesto come lavori per una copertina di un giornale…
Ma per "I vestiti
nuovi dell’imperatore" come ha lavorato?
Mi hanno contattato, mi hanno fatto
vedere la cassetta, abbiamo tirato fuori qualche idea e si è deciso per quella.
Un lavoro che c’entra niente col cinema.
Mentre lavorare per Pinocchio vuol dire lavorare ai personaggi, lavorare alle
scenografie, e impostare, assieme ad Enzo D’Alò, la direzione artistica.
Su
Carnet di Dicembre era presente una sua illustrazione di commento ai fatti
dell’11 settembre, due persone che si azzuffano in cima a una torre e stanno
per cadere, in che modo l’attualità può influenzare il lavoro di un artista,
se lo influenza?
Siamo sempre influenzati dall’attualità, anche se non lo vogliamo
l’attualità ci entra dentro. Poi ci sono disegnatori che hanno un rapporto
con l’attualità e con la cronaca estremamente diretto e altri, come me, che
invece sono un po’ fuori. La satira è uno di questi lavori, si lavora con quello
che succede il giorno stesso, insomma un esercizio mentale di analisi, di
capacità di
reagire alle cose che avvengono in diretta … io non me la sento, non credo
di essere bravo, dietro le cose che ho fatto c’è tutt’altro tipo di esercizio,
un esercizio mentale. I lavori sull’attualità mi fanno un po’ paura e spesso
rifiuto lavori di questo tipo perché non so bene come prenderli.
Mi spiace fare
una domanda così banale, ma i progetti per il futuro?
Dovrebbe uscire anche in Italia un nuovo
libro (Einaudi) che ho appena terminato che è stato pubblicato
su un quotidiano tedesco il Frankfurten Algemeiner. È una storia a puntate
che usciva ogni domenica, in una grande pagina a colori. Adesso le abbiamo
raccolte e ne faremo un libro, lo sceneggiatore è Corke Zentner di Caboto.
Sono molto contento perché in un anno sono riuscito a fare due
storie, che è una cosa straordinaria, è un lavoro completamente diverso da
Jekyll e Hyde e riprende un po’ il mio filone intimistico.
Ultimissima, in un
momento storico in cui i mezzi di comunicazione di massa fanno sempre più da
padroni, e quindi si legge sempre meno e il cinema ha cali di pubblico, a che
pubblico si può rivolgere un “altro segno” come il suo?
Dipende molto da paese
a paese, per farti un esempio in Francia il mercato del fumetto è in piena
attività. C’è una produzione di 1200 titoli all’anno, è una
delle industrie che vanno meglio, hanno aumentato il fatturato del 20% rispetto
all’anno scorso. Non ci sono grandi regole, non so cosa dirti, io dicevo che
il fumetto diventava un mezzo di comunicazione sempre più elitario e più intimista
ma, come vedi, in Francia non è così.
Francesco Verni