VITTORIO
GIARDINO
Dopo
9 anni di professione ingegnere ha deciso di diventare
un disegnatore di fumetti a tempo pieno. La decisione è stata
una folgorazione sulla Via di Damasco oppure è stata
una scelta ragionata e ponderata?
Non è stata affatto
una scelta ragionata e ponderata, è stata un'assoluta
follia di cui all'epoca non ne conoscevo le difficoltà e
i rischi, se li avessi conosciuti forse non lo avrei
più fatto. Oggi a vent'anni e più di distanza posso dire
che ho avuto una gran fortuna, in rea
ltà c'erano uguali
probabilità che andasse malissimo e che non riuscissi
a sopravvivere, qui stiamo parlando proprio di pura sopravvivenza.
La mia scelta è stata proprio quello che si dice "un'alzata
di testa", un colpo di follia che per fortuna è andato
bene. Se non è stata una scelta ragionata, è stato inseguire
una passione antica, che mai avrei pensato sarebbe diventata
il lavoro che mi avrebbe dato da vivere.
Si è mai pentito
di questa scelta?
Nel bilancio complessivo sicuramente
no: se andasse così com'è andata, lo rifarei
ancora. Dall'esterno si ha l'idea che il fumetto sia qualcosa di larghissima
diffusione e con grandissimi guadagni, cosa che è vera solo in rarissimi casi
come i Peanuts di Schulz [Charles, creatore della compagnia di Snoopy NdA]
e quando il fumetto si abbina anche ad una scrittura industriale potente. Nella
maggioranza dei casi, invece, per i fumetti cosiddetti d'autore questo non è affatto
vero. Con la stessa fatica, con le stesse ore di lavoro, in quasi qualunque altro
mestiere si guadagnerebbe di più, salvo per i mestieri che si fanno tipicamente
per passione come l'attore di prosa o il musicista jazz. Questo lo sapevo fin
dall'inizio, non sapevo invece dei lunghi, lunghi, lunghi periodi di solitudine
che questo lavoro comporta perché è un lavoro, come quello dello scrittore, che
normalmente si fa in solitudine nel proprio studio e alla lunga può diventare
una cosa pesante. Non immaginavo che i ritmi di vita di un lavoro così irregolare
tendessero a separare dalle persone che hanno una vita "normale". Se
uno ha una famiglia dove gli altri vanno a lavorare alle 8 ecco che ci si incontra
con difficoltà,
una specie di "effetto guardiano notturno". Un prezzo, che è anche
poi un fascino di questo lavoro, comunque molto forte, è che fare il fumettista è un
lavoro in cui, quando va bene si ha l'illusione di riuscire ad esprimersi, però quando
per caso qualcuno rifiuta un tuo lavoro, non dice di no solo al lavoro, dice
di no alla tua espressione, alla tua anima. Disegnare è un lavoro molto impegnativo,
ed è forse giusto che sia così, perché dà talmente tante soddisfazioni, che è giusto
che si paghi qualche prezzo.
La sua formazione: lei è un artista autodidatta?
Sì, totalmente.
Immagino che abbia comunque dovuto avere dei maestri, dei
punti di riferimento nel fumetto o nell'arte.
Ho tantissimi maestri, l'elenco
rischia di non finire più, anche perché comincia
da Omero. Consiglierei a qualunque persona volesse cimentarsi in un campo di
espressione artistica, di frequentare il vecchio liceo classico e studiare il
latino e, possibilmente, anche il greco. Uno dei difetti dei professionisti del
settore è che hanno un'esperienza culturale abbastanza limitata, vengono fuori
da scuole d'arte e si sono occupati sempre e solo di fumetti. È vero che conoscono
molto bene il fumetto e sanno disegnare, ma spesso non sanno troppo altro. Sicuramente
ho avuto dei maestri nel fumetto, ma i miei più grandi maestri forse li ritrovo
nella letteratura e nel cinema. Le due grandissime influenze nel mondo del fumetto
sono quelle, in apparenza, meno sospettabili, tanto per iniziare una certa produzione
Disney, nel caso particolare, Barks [Carl, "papà" di Paperino NdA]
e Gottfredson [Floyd NdA] con cui sono cresciuto. Allora avevo 4 o 5 anni
e li leggevo "in
presa diretta" mentre venivano pubblicati per la prima volta, Topolino
e Macchia Nera [Topolino e il mistero di Macchia Nera, 1939, Floyd Gottsredson]
ad esempio l'ho letto nella prima edizione. Narrano le leggende che "leggessi" i
vecchi fumetti di Topolino ancor prima di saper effettivamente leggere, ovvero
me li leggeva mia madre e io guardavo le figure, però li imparavo così bene che
quando chiedevo alla mamma di rileggerli e magari, avendo fretta, iniziava a
saltare dei pezzi visto che non sapevo leggere, io la fermavo e protestavo. C'è da
dire che sono stato, anche in questo caso, molto fortunato perché il primo fumetto
dell'infanzia, quello che poi non si dimentica più, era di una qualità eccelsa:
oggi, da professionista, credo che Barks che Gottfredson siano due dei più grandi
autori della storia del fumetto. L'altro autore che ha rappresentato uno scatto
assoluto e che ha la responsabilità del fatto che poi io abbia fatto questo mestiere, è stato
Hugo Pratt con la sua Ballata del mare salato. Anche quello l'ho letto
nella prima edizione, e fu folgorante, la dimostrazione che col fumetto si poteva
raccontare praticamente tutto. Sono un lettore di Linus dal numero uno ed è un'altra
cosa importantissima nella mia formazione perché proprio su Linus ho conosciuto
i fumetti d'autore americani e, ancora su Linus, ho conosciuto Pratt e Crepax,
poi un po' più tardi anche i fumetti francesi. Poi ci sono tutti quelli a cui
ho rubato, e sono veramente tanti, per i miei disegni in bianco e nero ho rubato
in modo spudorato sia da Muñoz [José, allievo di Pratt e Breccia NdA]
che da Tardi [Jacques NdA]. Credo di essere un bravo ladro, uno che ruba
molto ma non si vede troppo, nel senso che sa cosa rubare: gli artisti rubano
e i mediocri copiano. Ad esempio ho rubato spesso a Moebius [Pseudonimo utilizzato
da Jean Giraud, autore anche di Blue Berry, per fir
mare le storie di fantascienza NdA]
e, tutto sommato, non si vede molto. Faccio la stessa operazione anche quando
rubo al cinema o alla letteratura, tento di capire come l'autore ha fatto, non
per copiare le stesse vignette, gli stessi disegni o lo stesso grafismo. Quello
che mi interessa molto è capire come ha fatto a raccontare una certa cosa che
mi ha molto emozionato, fatto questo, quel piccolo segreto professionale può diventare
anche mio. Credo che questa forma di furto, che applico in continuazione, sia
in realtà la vera scuola del fumetto, più delle varie scuole di fumetto "ufficiali".
E' la
stessa differenza tra imitatio ed emulatio.
Già, un po' così. È un problema antico
che riguarda tutte le arti, non solo il fumetto. Sono convinto non solo della
liceità del furto, ma addirittura della
sua necessità per crescere. Credo che tutti, anche i "marziani dell'arte",
abbiano rubato. I "marziani dell'arte" è un mio personalissimo concetto
che posso riassumere in tre parole: esistono tanti bravi artisti, poi ci sono
i marziani, quelli che sembrano essere nati su un altro pianeta, per fare qualche
nome Omero, Shakespeare, Cervantes... In realtà anche loro hanno rubato ad altri
artisti, ad esempio Goethe si era sicuramente letto il Faust di Marlowe,
poi ha fatto un salto in più ed
ha creato qualcosa di veramente stupefacente. Anche i marziani quindi vivono
su questa terra.
Lei è uno dei pochissimi disegnatori di qualità che pur non avvalendosi
di collaborazioni per la sceneggiatura riesce a creare fumetti ottimi sotto ogni
punto di vista, quindi, oltre ad essere un disegnatore è anche un ottimo sceneggiatore.
Lorenzo Mattotti dice che senza uno sceneggiatore alle spalle corre il rischio
di perdersi nei propri labirinti mentali, anche lo stesso Giorgio Cavazzano dice
che, alle volte, lavorare su una sceneggiatura non propria è più stimolante che
trovarsi davanti un foglio bianco; per lei invece è diverso, perché?
In un certo
senso è molto semplice, sono così presuntuoso da credere di avere
delle storie da raccontare. Non è che mi rifiuti di lavorare su sceneggiature
di altri, ma non ho mai lavorato su una sceneggiatura presa pari pari ed eseguita,
il punto è che ho tante di storie mie da raccontare, che non mi basta il tempo!
C'è da dire che le storie che racconto io possono non essere così interessanti
come quelle di alcuni sceneggiatori molto bravi, ma proprio perché sono io che
le disegno, in un certo senso mi vanno bene e mi accontento. Lavorare su sceneggiatura
propria è stata una regola fin dall'inizio, faccio solo quelle storie che vorrei
leggere, o meglio, se qualcun altro fa una storia buona io non la faccio. Ad
esempio non farò mai una storia di fantascienza, perché ci sono alcuni autori
di fumetti di fantascienza straordinari. Moebius è un di questi, ha inventato
una dimensione della fantascienza veramente straordinaria che poi è stata copiata
dappertutto, perfino al cinema: se c'è già una storia come Garage Ermetico io
non provo neppure a farla, ma se per caso nessuno ha scritto una storia come
Jonas Fink, allora penso che sia giusto che la faccia. Ogni tanto trovo delle
storie che devo assolutamente fare, oltretutto non sono un grande disegnatore
e neanche un grande scrittore, ma direi che lavoro su tutte e due le cose assieme.
Non faccio comunque vere sceneggiature, scrivo pezzi di dialogo poi faccio dei
disegnini e così via, è un continuo fare avanti e indietro fra la scrittura e
il disegno; alla fine il brogliaccio che ne viene fuori serve solo a me per fare
una storia, se lo consegnassi a un altro non ci saprebbe mettere le mani. Una
volta ho scritto una sceneggiatura con tutti i crismi, poi quando sono passato
al disegno, l'ho seguita per meno di dieci pagine e poi ho cominciato a cambiarla:
da quel momento mi sono detto che non avrei fatto mai più una sceneggiatura dettagliata.
Questo non vuole essere una critica a nessuno, non penso che i disegnatori di
fumetti che disegnano solo su sceneggiatura di altri siano meno bravi o meno
completi, assolutamente, semplicemente è quello che preferisco fare.
Toppi si
autodefinisce un artigiano del fumetto, mentre Cavazzano preferisce essere considerato
un professionista, lei come si potrebbe definire?
Credo che la definizione più onestamente
giusta per il mio lavoro sia autore, perché la
responsabilità delle scelte è totalmente mia. Raramente eseguo dei lavori su
commissione, i libri sono totalmente miei, a partire dall'idea e argomento, fino
alla realizzazione effettiva del fumetto: solamente in un secondo tempo cerco
un editore. Su commissione ogni tanto faccio dei manifesti o brevissime storie
a fumetti, ma non accetto qualunque tipo di commissione, per farlo dovrebbero
pagarmi delle cifre che nessuno mi ha mai offerto. Non sarei comunque capace
di fare un lavoro impegnativo su commissione, anche perché, per me, un libro
vuol dire un impegno minimo di due anni di lavoro in cui non faccio praticamente
altro: non potrei fare per due anni una cosa che non mi interessa. Per questo
credo di essere effe
ttivamente un autore, nel senso che, pur non essendo un disegnatore
bravo come Toppi e neppure uno scrittore come Calvino o Tabucchi, allo stesso
tempo mi permetto di fare scelte artistiche e, di conseguenza, anche esistenziali
come se fossi davvero un autore importante. Un autore che può decidere che si
farà una storia sulla seconda guerra mondiale oppure su Praga degli anni '50,
solamente perché gli va di farlo, senza che ci sia alle spalle un editore che
glielo ha commissionato.
Spesso mi viene richiesta l'esecuzione di fumetti di
genere erotico perché si vendono bene, nella mia carriera ne ho fatto solamente
uno, Little Ego, estremamente casto, anche perché ho due figli, che adesso sono
grandi, ma che allora erano piccoli, e quindi, volevo poter far girare le tavole
tranquillamente senza doverle nascondere. Ora non la faccio perché non mi piace,
mi annoia, nonostante gli altissimi introiti che potrebbero portare.
Ho scelto
questo mestiere per divertirmi e non per soldi, prima di tutto devo trovarlo
interessante, se non mi diverto vuol dire che ho sbagliato tutto.
Secondo lei
quanto sono vicini un linguaggio come quello fumettistico e quello cinematografico? È giusto
che il fumetto faccia proprio il linguaggio del cinema o sarebbe meglio che cercasse
altre vie autonome?
Il linguaggio cinematografico ha influenzato molto il fumetto
ma è vero anche che il fumetto ha influenzato
a sua volta il linguaggio cinematografico. Questo è forse un po' meno banale
di quel che può sembrare, non mi riferisco infatti ai vari film tratti da fumetti
ma al fatto che forse il più grande autore di fumetti di tutti i tempi, Winsor
McCay, quando nei primi anni del 1900 disegnò Little Nemo, realizzò dei disegni
che presupponevano delle visioni che il cinema ancora non aveva scoperto. Ha
infatti realizzato sequenze dove si vedono delle immagini come fossero inquadrate
con il grandangolo o il teleobbiettivo quando non esistevano ancora.
La capacità di
visione degli autori di fumetti ha spesso influenzato il cinema però i due mezzi
rimangono fondamentalmente distinti. Sono due linguaggi che si influenzano a
vicenda ma, nonostante le influenze reciproche o comuni come teatro e pittura,
mantengono strutture grammaticali e sintattiche profondamente diverse: entrambi
raccontano delle storie per immagini, ma scelgono di raccontarle in due modi
differenti.
Lei è un incredibile regista delle sue storie, il passaggio da vignetta
a vignetta ha la stessa naturalezza delle inquadrature di Orson Welles, l'apertura
dei suoi libri ha molto in comune con i piani sequenza iniziali di alcuni film
wellesiani. Sembra proprio, come diceva Bresson, che esista un unico posto giusto
dove piazzare la macchina da presa, e lei pare che lo trovi. Per raggiungere
questi traguardi ha studiato di più il cinema o il fumetto?
Il cinema è una cosa
che "mangio" molto, da sempre, mi piace vedere
e rivedere i film. Una volta era difficile, quando avevo bisogno o voglia di
rivedere i film, mi toccava andare al cinema e per fortuna che nella mia giovinezza
esistevano i cineforum che proiettavano vecchi film. Adesso invece esistono i
videoregistratori ed è tutto più semplice, posso vedermi i lungometraggi che
voglio e studiarli "alla
moviola" quanto e come voglio. È chiaro che ho preso molto dal cinema ma,
ripeto, i due linguaggi sono diversi, e si tratta ancora non di copiare ma di "rubare".
Ogni
tanto mi convocano delle scuole di fumetti per fare un piccolo seminario o una
lezione. La mia domanda iniziale è: «Conoscete Billy Wilder?», di solito
la riposta è no e rispondo «È molto semplice, se non conoscete Billy
Wilder non potete fare fumetti. Andate a studiare chi era e andate a vedere i
suoi film e dopo ne riparliamo, sennò non posso raccontarvi quello che secondo
me è importante
per fare fumetti». Di solito la realtà è un po' migliore, in realtà non conoscono
il nome di Billy Wilder, ma hanno visto quasi tutti A qualcuno piace caldo.
Certo non hanno idea della complessità della sua personalità, un uomo che spazia
dal
La fiamma del peccato (1944), a Viale del tramonto (1950) e A
qualcuno piace caldo (1959), ma è proprio questo che dovrebbero fare: vedersi
tutti i film di Billy Wilder, compreso quelli cosiddetti minori, perché c'è da
imparare molto di più da questi che da un corso di fumetti di sei mesi.
Ogni sua
tavola è un capolavoro di equilibrio, cosa ricerca nel disegno, se,
appunto l'equilibrio, l'eleganza, l'armonia, o semplicemente la tavola dev'essere
bella.
Niente di tutto ciò. Non sono d'accordo che dietro alle mie tavole ci
sia un lavoro di equilibrio, le mie tavole sono abbastanza brutte perché sono
sempre al servizio della narrazione. Il fumetto è una narrazione per immagini,
non è un insieme di belle immagini; per me è invece importante trovare dove mettere
la macchina da presa. Disegnatori perfetti ne esistono pochissimi nella storia
dell'arte, io non sarò mai uno di quelli perché bisogna anche esserci nati: non
si impara a diventare Leonardo Da Vinci, si impara al massimo a diventare il
Parmigianino. Alcune cose, con anni di mestiere, ho imparato a farle decentemente,
allora un disegnatore di fumetti più furbo di me scriverebbe delle sceneggiature
utilizzando le inquadrature che sa fare meglio, in modo da avere sempre dei disegni
abbastanza bellini, senza andarsi a cercare da solo ulteriori difficoltà. Questo
non l'ho fatto mai, ho sempre scelto qual'era l'immagine che si doveva fare perché nella
storia era necessaria quella immagine, quel determinato punto di vista. Le mie
pagine sono più costruite da un punto di vista narrativo, curo per esempio di
più la prima e l'ultima vignetta di una tavola, ogni volta che si gira pagina è come
se ci fosse una pausa nella lettura, una dissolvenza al cinema. È chiaro che
c'è anche un minimo di costruzione grafica però il mio obiettivo primario non è fare
delle belle pagine, ma fare delle pagine efficaci.
Come nasce una tavola?
La
pagina nasce prima da una specie di strana sceneggiatura
un po' scritta e
un po' disegnata, quando poi la storia è finita, il lavoro più lungo e per
me più impegnativo, in un certo senso è terminato. Quando comincio effettivamente
a disegnare dal punto di vista mentale sicuramente mi riposo, magari comincia
ad affaticarsi il braccio. A quel punto comincio a disegnare su dei fogli orrendi,
schizzi molto schematici, che corrispondono più o meno allo storyboard, poi
una volta identificato bene quali momenti delle scene mostrare, viene una seconda
fase di elaborazione: decidere dove mettere l'obiettivo della macchina da presa.
Questo è un ulteriore passo perché la scelta del modo di rappresentare un evento
(ad esempio un uomo che corre) cambia il significato dell'evento stesso. Quando
finalmente tutto torna dal punto di vista narrativo, cominciano le difficoltà geometriche,
cioè come riunire tutto in immagini dentro alle cornici che assieme compongono
un rettangolo. Non parto dividendo la pagina rettangolare in quadratini che
mi sembrano belli e poi li riempio, faccio tutto al rovescio, parto sempre
dalle scene e poi vedo di farle inscrivere nella pagina finale.
È famoso per
la cura con cui disegna le vignette, dai monumenti delle città alla
carta da parati, fino all'etichette delle bottiglie; questa meticolosità e
precisione sono una caratteristica innata oppure è un retaggio della sua vecchia
professione.
In una certa misura è sicuramente un vizio, qualcosa che appesantisce
il disegno, che lo rende più brutto inzeppandolo di cose, ma alle spalle ch'è sempre
una ragione narrativa. Quei famosi dettagli hanno sempre un senso, almeno nell'ambientazione:
nello stesso modo in cui si entra in una casa estranea, normalmente ci si guarda
attorno e si "studia" come è fatta la casa, quali sono gli oggetti
che ci sono dentro. Questa operazione dice molto sulla personalità e sulla
storia del padrone di casa, perché si modifica inesorabilmente l'ambiente in
cui si vive a seconda della propria storia, personalità e condizione. È anche
vero alla "rovescia":
se un personaggio delle mie storie ha un certo carattere e un certo passato,
la sua casa sarà precisamente quella e non un'altra, quindi il soprammobile
che è lì deve
essere necessariamente quello. Scelgo quando e dove metterlo perché so anche
quando il proprietario della casa l'ha comprato o quando gli è stato regalato.
Credo
che questi dettagli contribuiscano molto ad arricchire la complessità e
la psicologia dei personaggi della storia, un fumetto per sua propria natura
non può abbondare troppo nelle parole, non si può permettere le grandi descrizioni
o i grandi dialoghi interiori di cui largheggia la narrativa e allora deve
raggiungere dei risultati analoghi con altri mezzi, uno di questi mezzi è la
cura dei dettagli. Non sono mica il solo a farlo, tanti autori di fumetti fanno
la stessa cosa, però le mie case "funzionano": se si apre una porta
e si va in un'altra
stanza, quando dieci pagine dopo il personaggio ritorna lì, la disposizione
degli oggetti nello spazio è identica.
Quando Hugo Pratt disegna le barche le
fa che non funzionano, ad esempio se c'è una
vignetta con Corto Maltese e dietro a lui si vede un piccolo dettaglio, ad
esempio un bozzello con due scotte che tirano e una vela, nella maggior parte
dei casi, quel bozzello non può essere lì, non funziona: la vignetta è bellissima,
però se
uno conosce un po' le barche a vela sa che è assurda. Io ho fatto due o tre
storie dove ci sono le barche a vela dove tutte le scotte e tutte le dritte
funzionano, poi le vignette probabilmente sono meno belle, però non potevo
metterle dove era più bello metterle, ma dovevo metterle dove sono realmente.
Parliamo
un po' dei suoi personaggi: Sam Pezzo rimane un po' un povero diavolo
di cui si sa abbastanza per averne simpatia, perfetto protagonista delle storie
gialle che interpreta, mentre Friedman è un personaggio più misterioso, un
po' più lontano
nel tempo, più complesso, un pochino più oscuro; infine di Jonas Fink conosciamo
più o meno tutto perché lo vediamo quasi nascere e poi crescere. Come affronta
questi personaggi?
Sono personaggi nati in tempi diversi e risentono di questo.
Sam Pezzo è stato il mio primo personaggio di rilievo, non proprio la mia prima
storia pubblicata, ma il mio primo personaggio, e per questo lo amo molto,
gli sono riconoscente, ma devo ammettere che ha qualche difetto di ingenuità,
perché allora
non sapevo come si costruiva un personaggio. Per il lettore è pos
sibile che
Sam Pezzo sia un personaggio più semplice, meno enigmatico, ma per l'autore è il
contrario, di Sam Pezzo non so che infanzia abbia avuto invece Friedman, il
mio secondo personaggio importante, è nato dagli errori di Sam Pezzo e di lui
so un sacco di cose, so benissimo che infanzia ha avuto e conosco tutta la
sua famiglia, padre, madre, nonni, conosco veramente tutto quello che è necessario
per farlo reagire come vuole lui, cioè come deve reagire nelle varie situazioni
in cui si trova.
Jonas Fink, infine, è un progetto in un certo senso ancora
più ambizioso,
ma il personaggio di Jonas Fink non è una mia invenzione, è un'invenzione della
storia: forse non ci siamo resi conto che nel 1989 è successo un evento che
fra cento anni sarà ricordato come l'evento del secolo, tutti gli altri saranno
scomparsi ma la cosiddetta caduta del muro di Berlino è qualcosa che ha cambiato
il mondo e che fra le altre cose ha prodotto anche il terrorismo islamico,
cioè ha prodotto
delle conseguenze che sono appena cominciate. Quando successe questo rimasi
talmente turbato che ero convinto che nel giro di pochi anni sarebbero fioccate
storie a fumetti su questo argomento, ho aspettato un po' e non è successo
praticamente niente, stranamente il fumetto e il cinema si sono interessati
di più delle situazioni
dove c'erano dei conflitti cruenti, come ad esempio la ex Jugoslavia, ma nessuno
si occupava di un fatto epocale, di una ideologia che ha rappresentato anche
un sogno e che ha governato mezzo mondo che, improvvisamente, si è afflosciata
su se stessa senza però produrre conflitti evidenti. In fondo è stato un processo
fondamentalmente pacifico e questo è un fatto talmente straordinario che qualcuno
doveva pur scriverne e siccome non cominciava nessuno l'ho fatto io, ecco come è nato
Jonas Fink: dovevo scrivere qualcosa su questo avvenimento.
Il progetto di
Jonas Fink, in realtà, è esattamente quello di un bildungsroman, di un romanzo
di formazione, è la
storia di una vita e attraverso la storia di una vita mostrare come mai si è arrivati
all'89. Anzi nel mio progetto il libro, perché per me Jonas Fink è un libro
solo, dovrebbe arrivare non all'89 ma al '92, cioè dovrebbe arrivare a delle
conclusioni anche al di là della caduta del muro. Mi interesserebbe molto riuscire
a fare questa storia, ma ripeto, sono stato praticamente obbligato a fare questa
storia per gli avvenimenti storici, altrimenti, con probabilità, non l'avrei
mai fatta.
Parliamo dei suoi personaggi femminili che non sono molto frequenti
e raramente hanno ruoli di grande importanza, a parte Little Ego. Come mai,
forse perché nei
suoi personaggi si ritrova qualcosa di lei e quindi è più semplice raccontare
quelli maschili...
Un momento, di solito mi viene detto che i personaggi migliori,
i più affascinanti delle mie storie, sono proprio i personaggi femminili, pur
non essendo quasi mai dei protagonisti! Sinceramente non lo so, forse è un
caso che i protagonisti siano uomini, a parte Little Ego e a parte Miranda,
fumetto ancora inedito. È naturale che esista una certa dose di autobiografismo,
ma si tratta semplicemente del classico "Madame Bovary sono io":
un autore si mette sempre nei suoi personaggi, non solo nel protagonista ma
in tutti. È chiaro
che nel protagonista forse ce ne mette anche di più e forse è per questo che
i tre protagonisti sono maschi. Onestamente direi comunque che l'attenzione
che riservo ai personaggi femminili è non minore: anche se il protagonista è un
uomo, al suo fianco o di fronte, magari in modo conflittuale, c'è sempre una
donna che gli condiziona la vita in modo determinante, cosa che poi corrisponde
sempre alla mia esperienza di vita. In aggiunta c'è anche un fascino fotografico:
disegnare le donne mi piace tanto.
Per pochi altri disegnatori si può parlare
di romanzi a fumetti, come ad esempio per Taniguchi, com'è riuscito a passare
dal genere noir, alla spy story per poi approdare al romanzo di formazione.
Cerchiamo
di volare magari meno alto e di andare più nel concreto, la vera
domanda sarebbe: ma come diavolo ho fatto nella realtà a farcela? La voglia
di scrivere storie lunghe e complesse ce l'avevo,
però non era facile poi farsele pubblicare, allora nell'82 in un momento abbastanza
critico, ho fatto in questo modo. Ero agli esordi, avevo cominciato da un po' a
pubblicare le prime storie di Sam Pezzo su una rivista della Mondadori che
si chiamava Il Mago; incominciavo a guadagnare qualche soldino, pochi ma rispetto
a prima che era zero non era mica male, quando improvvisamente questa rivista
chiude per decisione della Mondadori. Di punto in bianco mi sono trovato senza
editore e senza introito, a quel punto, invece di fare la persona responsabile
e cercare un altro editore al più presto adattandomi alle sue richieste, ho
fatto un'altra cosa, mi sono detto: «Visto che non ho più da fare una storia
per una rivista, limitata nel numero di pagine, faccio una storia come piace
a me, speriamo poi che qualcuno la pubblichi», e mi misi così a lavorare a
Rapsodia Ungherese. La storia venne pubblicata coraggiosamente da Luigi Bernardi,
un grande, un altro pazzo per i fumetti che aveva da poco fondato una casa
editrice. Eravamo entrambi praticamente esordienti, io come autore e lui come
editore, poi, per pura fortuna, questo libro fu pubblicato in Francia da Glenant,
un altro editore coraggioso che pubblicava anche libri di esordienti. In Francia
venne pubblicato tra tanti altri libri di esordienti però si cominciò a vendere
da solo senza pubblicità,
le vendite cominciarono ad andare bene e continuano ad andare bene ancora oggi:
a venti e passa anni di distanza il libro è continuamente ristampato. Questo è quello
che mi ha dato la possibilità di continuare su questa strada, è stato un puro
colpo di fortuna: se quel libro, in Francia, non si fosse venduto, probabilmente
o sarei tornato a fare l'ingegnere o avrei cercato di lavorare per la Disney.
Quel libro invece si è venduto e, stranamente, continua a vendersi: è diventato
una sorta di "Ballata del mare salato", una sorta di classico che
continua ad essere letto anche da generazioni diverse.
È sempre soddisfatto del suo lavoro?
No. Diciamo che non sono quasi mai soddisfatto
del mio lavoro, però poi mi
capita di rileggere una cosa molto vecchia e pensare che, visto che risale
a vent'anni
fa, allora in fondo ero bravino! Tanti errori però non tutto sbagliato, c'erano
anche delle cose buone, quindi, a conti fatti, sono mediamente soddisfatto.
Come
mai sceglie di ambientare le vicende dei suoi personaggi in alcune zone d'ombra
della storia, ad esempio la rivoluzione spagnola del '38, il regime
comunista a Praga?
È una
scelta precisa, sono affascinato dalle zone d'ombra perché credo
che chi ha il privilegio e la fortuna di poter fare dei mestieri
intellettuali, che è infinitamente
meglio di lavorare in miniera, ha anche dei doveri morali, non nel senso
stretto cioè che deve fare delle cose buone e belle, ma ha
dei doveri di testimonianza per tutti quelli che invece non
hanno la possibilità di esprimersi e che si
meritano al meno rispetto e attenzione. Non sto dicendo che bisogna fare
della letteratura storica ma che è necessario essere consapevoli
delle condizioni del mondo. Andando in quei paesi negli anni
più duri, ho conosciuto delle persone
e scrivere di loro è una cosa che mi interessa fare ed è anche una cosa che
credo sia giusto fare con la chiara consapevolezza che rimango un estraneo.
Sono nato nel '46,
la guerra non l'ho vissuta e nemmeno gli anni precedenti, sono nato in Italia
e non ho vissuto neppure le persecuzioni che ci sono state nei paesi socialisti,
però le ho sfiorate visitando dei luoghi e conoscendo delle persone, proprio
per questo mi sembra importante cercare di parlarne con onestà e tanto più importante
quanto più sono argomenti o situazioni di cui pochi si occupano. Sento meno
il bisogno di parlare dell'epopea del West perché l'hanno già fatto in tanti
ed è inutile
che mi ci metta anch'io, mentre invece di altri avvenimenti, come la Guerra
di Spagna, da molti anni ormai non se ne parla più o se ne parla male, oppure
se ne parla con un occhio solamente al presente, in un certo senso barando.
Perché continuano
a girare voci che lei viva da anni in Francia?
Non so chi le abbia alimentate
oltretutto è molto facile trovarmi. Probabilmente
perché il mio pubblico di lingua francese è numericamente molto più numeroso
di quello di lingua italiana, un rapporto direi che è almeno uno a venti,
uno a trenta. Anche limita
ndosi ad un discorso economico, che pure è fondamentale
perché secondo me la differenza fra professionista e dilettante non è nel
valore dell'opera ma è nel fatto se uno riesce a mantenersi con quella certa
attività o
no, è giusto notare che per mantenermi con i fumetti ho un pubblico di lettori
molto più rilevante nei paesi di lingua francese che in Italia.
Parlare di
fumetto in Francia e in Italia è così diverso?
Non tanto per numero di lettori,
ma più che altro per una sorta di atteggiamento
generale. In Italia i fumetti si vendono tipicamente nelle edicole, la maggior
parte sono dei periodici che o vengono collezionati da "collezionisti
fanatici",
oppure, nella maggior parte dei casi, vengono letti e buttati via, qualcosa
che assomiglia un po' all'usa e getta del periodico da edicola. In Francia è esattamente
il contrario, i fumetti si comprano in libreria, hanno la forma e il prezzo
del libro: chi li compra li compra per tenerli, per rileggerli, esattamente
come si comprano i libri. Naturalmente questa differenza porta con sé molte
conseguenze, per esempio una di queste è che il successo dei personaggi Disney
in Francia non è paragonabile a quello italiano, un successo molto inferiore
perché i personaggi
Disney sono raramente proposti sotto forma di libro, ma sempre sotto forma
di rivista, di periodico. È vero invece che i successi di libro-fumetti che
si riscontrano in Francia, in Italia praticamente non esistono, questo spiega
ancora di più come
mai io, che tendenzialmente faccio dei fumetti sotto forma di libro, abbia
la maggioranza del mio pubblico fra i lettori di lingua francese.
Ho notato
che tutte le sue storie hanno comunque una colonna sonora. È una dedica
alla sua personale passione musicale oppure serve a creare l'atmosfera giusta?
Tutte
e due le cose direi, inquadrate nella valenza narrativa di una determinata
musica. Il fatto che in un certo posto un certo personaggio ascolti una determinata
musica non è indifferente rispetto alla storia, poi è chiaro che risaltano
alcune mie passioni musicali.
La cosa di cui sento più la mancanza nel fumetto,
rispetto alle potenzialità del cinema, non è tanto il movimento, quanto il
suono. Mi meraviglio ogni volta che penso a come sia sufficiente ascoltare
per radio qualche musica da film famosa per farci tornare in mente le immagini
che quella musica ha accompagnato. Nello stesso tempo ho l'impressione che
non funzioni altrettanto bene alla rovescia: le immagini non sempre evocano
la musica, non con quella chiarezza. Se sento un pezzettino delle musiche
di Nino Rota rivedo nella mia testa il film di Fellini, ma, se magari vedo
un film di Fellini senza il sonoro, non riesco con la stessa precisione a
ricordarmi le musiche.
Mi piacerebbe molto avere il sonoro, non semplicemente
per far parlare gli attori, ma per introdurre il potere della suggestione
del suono. Infilare nel fumetto delle note e dei testi di canzoni è un banale
tentativo che può funzionare solo a patto che il lettore conosca quella certa
musica citata. Sarebbe bello se tutti leggessero la musica, si potrebbe fare
addirittura uno spartito, come ogni tanto fa il mio collega Berardi che è anche
musicista e ogni tanto scrive spartiti a margine, pochi però sono in grado
di leggerli.
Ha lasciato i suoi fans con il fiato sospeso sia per le vicende
di Max Fridman che per quelle di Jonas Fink. Quando potranno tirare il
fiato?
Non
lo so, speriamo al più presto, faccio del mio meglio per lavorare ma
non sempre ci riesco. È un
altro dei difetti del lavoro di autore: mentre il lavoro di disegnatore si
può fare
in modo più impiegatizio, ci si mette lì e si disegna, il lavoro di autore
si fa solo quando vengono le idee e ci sono dei periodi in cui le idee proprio
non vogliono venire oppure, se vengono, non sono un gran che. Allora non
c'è nient'altro
da fare che aspettare e sperare che comincino ad arrivare. Questi tempi sono
imprevedibili, se dipendesse dalla mia volontà le due storie sarebbero già finite,
io sono il primo che vorrebbe leggerle, ma purtroppo non posso sinceramente
dire quando riuscirò a finirle, speriamo presto.
Comunque adesso sta disegnando...
Adesso sto facendo, per varie ragioni, delle
storielle brevi. Spero di riuscire presto a mettermi su una storia lunga,
il fatto è che è anche molto impegnativo
dal punto di vista psicologico perché vuol dire un impegno di un paio d'anni.
Non è facile decidere di prendere questo treno perché so già che, una volta
salito sopra, per due anni non ne scendo più, e due anni, credetemi, sono
veramente lunghi.
Avevo letto che dopo i due volumi di Jonas Fink sarebbe
dovuto ritornare su No Pasaran...
Purtroppo ho iniziato due storie che comportano
due o tre libri e ancora non ho deciso quale finire, qualche mese fa ero
certo di tornare sulla storia di Friedman, adesso non ne sono più così sicuro.
Non è per tenere il segreto, è la
stessa cosa che faccio anche con gli editori, cosa che non amano affatto.
Loro vogliono giustamente sapere in anticipo per poter programmare quando
fare un bel lancio, se uscire per Natale o scegliere il periodo più propizio.
Io non sono mai capace di dire in anticipo quando avrò finito, per cui i
rapporti con i miei editori sono un po' eccezionali, i miei colleghi di solito
sanno in anticipo quando finiranno un libro, io invece ho deciso, a questo
punto della mia carriera, che faccio a rovescio: prima lo faccio poi, quando
l'ho
finito, propongo agli editori se lo vogliono pubblicare.
Ci dobbiamo mettere
l'anima in pace o in futuro c'è la possibilità che possa
riprendere in mano personaggi come Sam Pezzo o anche Little Ego?
Non posso
fare promesse a nessuno, in sé mi piacerebbe, ma ci sono tante cose interessanti
da raccontare. Forse il rischio che corro di più oggi è quello di scegliere
troppo poco. Sono arrivato a un'età in cui ormai bisogna cominciare a scegliere
molto severamente perché so che non potrò fare tutte le storie che mi vengono
in mente, quindi bisogna che faccia solo le migliori. Ma è difficilissimo saperlo
prima per cui tenterò di fare quelle per cui sono più motivato. Ora come
ora sento una sorta di dovere professionale nel terminare le storie che non
sono ancora terminate, quindi prima di tutto farò quelle, poi si vedrà.
Francesco Verni