SERGIO
TOPPI
Iniziamo
dall'inizio, o meglio, dai suoi inizi, se non sbaglio
lei è artista autodidatta?
Si, è vero, sono andato solo un paio d'anni
alla scuola del Castello di Milano, dove sono passati
anche moltissimi altri disegnatori, tantissimi anni fa.
Non ho portato alla fine il corso perché c'erano
in ballo gli esami di scuola, comunque questi due anni
di corsi serali sono stati abbastanza interessanti dal
punto di vista della disciplina, purtroppo piuttosto
noiosini. Io sono dell'idea, quanto mai contestabile,
che il nostro mestiere non si insegni; certo che un corso
può servire come disciplina, frequentare e fare
delle cose obbligate serve sempre insomma, anche se erano
delle cose tristissime, uccelli impagliati, sfere, coni,
però insomma, il corso è servito, per il
resto diciamo mi sono arrangiato da solo.
Quindi i suoi primi lavori risalgono agli
anni ‘50.
Studiavo ancora e ho fatto dei disegni per
una riedizione dell'enciclopedia dei ragazzi
fatto da Mondadori.
Ha iniziato quindi con l'illustrazione?
Con
l'illustrazione più che con
i fumetti, i fumetti sono arrivati
più tardi.
Il suo è uno stile inconfondibile,
fortemente personale, completamente
estraneo alla tradizione, quali sono
le origini del suo stile, ha avuto
anche lei qualche grande maestro a
cui si è ispirato oppure è stato
allievo di se stesso?
Si guarda sempre quello che fanno gli altri, è importante guardarsi
attorno ma nel nostro lavoro direi che la questione più difficile è quella
di trovare uno stile personale, come questo avvenga non lo so, succede,
ecco. È naturale guardare altri autori, soprattutto autori che
piacciono particolarmente, l'importante è non ripetere quello
che è già stato fatto, se poi lo si fa per cercare una
propria via allora va bene.
Chi sono questi autori che "le piacciono particolarmente"?
Tanti, quando ho cominciato c'era Mario Uggeri, bravissimo,
ma c'era già anche Dino Battaglia. Sono tanti i disegnatori
che ho guardato sempre, anche molti stranieri, in particolar
modo molti fumettisti americani, allora erano veramente all'avanguardia,
anche perché avevano un mercato talmente grande che
permetteva loro di operare moltissime varianti di qualità,
di taglio, di tempi…
Secondo il suo collega Milo Manara il ruolo odierno del
disegnatore di fumetto è una naturale prosecuzione
del ruolo che aveva l'artista nel ‘200 quando traduceva
in figure il testo biblico.
Direi di sì, ci sono degli antefatti del fumetto
come certi affreschi medievali che dicono tutto, comunque
l'abbinamento figura e parola è abbastanza nuovo.
Come tipo di espressione il fumetto è stato una specie,
non dico di rivoluzione, ma di voce nuova, come quando si è andata
creando l'opera, il recitar cantando, che ha l'immediato
corrispettivo nel fumetto che è narrare disegnando.
Disegnare fumetti è un mestiere o è fare
arte?
Io non sono propenso per l'arte, il fumetto per me è un
artigianato, alle volte, di buon impegno. Secondo me il fumetto è proprio
un lavoro artigianale anche perché è complicato,
ci vuole una sceneggiatura, un disegno, una scansione di
tempi, ci vuole il colore, la diluizione della storia in
un certo numero di pagine… Un insieme di lavori che
a mio avviso assomigliano più all'artigianato che
all'arte, un artista è insindacabile in quello che
fa, noi invece no. Una volta, travolto dall'entusiasmo, ho
disegnato una sedia con cinque gambe. Una sedia con cinque
gambe la si può fare, ma non ha senso, nel fumetto
non si può disegnare una cosa, anche interpretata
al massimo, che non stia in piedi; il nostro lavoro è legato
a una rappresentazione costruita, mentre un artista, in quanto
tale, è insindacabile.
Alcune delle sue passioni si ritrovano nel
lavoro, nei fumetti, penso al Giappone, alla
storia, alle armi, è proprio così?
Penso che ognuno di noi abbia dei “pallini
particolari”. Io penso di essere un uomo
estremamente pacifico, non sono assolutamente
violento, però devo riconoscere che, nostro
lavoro, il fascino delle armi, dei costumi, anche
quelli non del tutto gentili, è forte.
In fondo quasi tutte le storie si avvalgono di
un certo quoziente, chiamiamolo così,
di violenza.
È l'ingrediente dell'avventura…
Sì, d'accordo, ma non è che necessariamente avvenga con
spargimenti di sangue o sbudellamenti, l'avventura ha comunque un suo
quoziente, chiamiamola pure, di violenza sana. Questo spiega la passione
comune a molti miei colleghi per le uniformi e per le armi. Per esempio
Ferdinando Tacconi è inimitabile, ineguagliabile a disegnare
gli aeroplani, come li fa lui io penso che nessuno li sappia fare,
perché lui proprio li vive, li sente.
La costruzione della tavola evidenzia una tendenza alla
staticità delle figure, quindi un impianto molto più illustrativo
che dinamico, questa particolarità è solo una
questione di stile oppure riguarda da vicino la sua visione
di sviluppo della storia, fatta per sintesi narrative?
È una scelta particolare, ma non sempre è così.
Ho fatto anche dei racconti in cui c'era anche del movimento,
ma dipende soprattutto dal soggetto, dal tipo di racconto
trattato. Basta pensare alla rivisitazione delle “Mille
e una notte” [Sheraz-de NdA] che era molto legata a
delle situazioni e a dei personaggi più che non a
un'azione dinamica, ma in altri casi il movimento, il dinamismo, è necessario.
Per quanto riguarda lo stile grafico, noto nell'impostazione
della tavola un'attenta ricerca di bilanciamento delle figure
in parti disegnate e quelle lasciate bianche, dedica molto
tempo allo storyboard di preparazione della tavola oppure
l'organizzazione della tavola è un fatto istintivo,
spontaneo?
Raramente faccio uno storyboard completo, non mi piace
avere una storia già scandita dattiloscritta. Una
volta che ho costruito la storia e so come va, ne faccio
una breve traccia, una specie di scaletta per vedere com'è la
successione, ma poi di norma preferisco impostarla direttamente
sulla tavola. Cerco di curare proprio l'equilibrio nella
tavola, cioè i pieni-vuoti anche dove mettere il palloncino,
in maniera che risulti una costruzione della tavola equilibrata.
In alcune tavole l'equilibrio è sacrificato a favore
dell'espressività, in maniera da spostare l'attenzione
verso un particolare, una figura significativa.
La sua carriera di disegnatore si divide tra illustrazione
e fumetto. Si sente più libero, divertito a disegnare
l'uno o l'altro?
Il fumetto indubbiamente esige un impegno maggiore di
applicazione, di tempo, di stesura, l'illustrazione è meno
obbligata, non c'è da curare una sequenza o fare una
successione di immagini.
E' diverso rapportarsi a una pagina bianca se si tratta
di illustrazione o fumetto?
L'illustrazione, anche se è complicata, ha una
collocazione particolare nella pagina e bisogna solo cercare
l'equilibrio tra pieni e vuoti. Nella tavola di fumetto questo
procedimento è più complicato, perché ci
sono tante altre cose, in genere, da metterci dentro e con
cui fare i conti.
Oltre al disegno, lei si occupa, qualche volta, anche
della sceneggiatura e della colorazione, sono due procedimenti
che ritiene fondamentali per fare un fumetto oppure sono
comunque subordinati rispetto al disegno vero e proprio?
Per il fumetto la sceneggiatura è più che
essenziale, direi indispensabile. Sceneggiare per me è,
però, molto faticoso. Anche usando la fantasia più sfrenata,
una storia deve avere sempre una sua logica, bisogna quindi
continuamente stare attenti che, pur giocando di fantasia,
la logica non venga a mancare.
Per
la colorazione invece? Alcune sue storie sono colorate mentre
la maggioranza sono in bianco e nero.
Personalmente vedo i fumetti in bianco e nero, però riconosco
che il colore, possa vendere di più ma, a mio avviso,
non sempre giova al fumetto. Mi è successo di vedere
una storia a fumetti disegnata in bianco e nero, diciamo
pure bellissima, che vista colorata e stampata non rendeva
merito alle tavole d'origine. I colori possono in certi casi
uccidere la bellezza del segno, altre volte invece l'esaltano,
nel nostro lavoro non ci sono mai verità assolute,
non esiste il bianco e nero, tutto è più sfumato.
In effetti però, personalmente, trovo che il colore
in molti casi non giovi.
Mi viene in mente il fumetto di Akira di Otomo che per
essere venduto in occidente è dovuto essere colorato.
Indubbiamente il colore fa più effetto sul pubblico. Il fumetto
e le illustrazioni in bianco e nero, sono paragonabili un po' alla
fotografia: una fotografia in bianco e nero è indubbiamente
più forte, però può risultare meno appetibile
per la mancanza dei colori.
Come colora le sue tavole?
Dipende, talvolta si utilizzavano dei sistemi un pochino
noiosi per cui bisognava mettere la tavola in bianco e nero
su una lastra illuminata, poi si colorava sul rovescio. Adesso
o si colora direttamente sull'originale o altrimenti si fa
una fotocopia e poi si fanno i cosiddetti campioni di colore
indicativi, segnando con le matite colorate le tonalità da
usare.
L'uso di contrasti cromatici tende verso una propensione
per i colori freddi?
Si, a me piacciono molto, devo dire che raramente uso
il rosso o il giallo, prediligo i colori freddi.
La tecnica di colore?
Io uso delle chine colorate, perché mi piace la trasparenza.
Non so usare la tempera ma, in passato, l'ho utilizzata per fare degli
sfondi a tinta unita. Rimane comunque una tecnica utilizzabile ma non
ne faccio molto uso perché mi piacciono i colori trasparenti,
quindi uso gli inchiostri.
Ho notato che molti disegnatori di fumetti usufruiscono
di elementi tipici del linguaggio cinematografico, una sceneggiatura
molto puntuale, le didascalie usate come voice-off, il taglio
dei piani, le inquadrature come le vignette e persino una
ricerca esasperata nella resa degli obbiettivi come il grandangolo
o un focale diverso, mentre lei, pur avendo lavorato insieme
a Pagot ed essendo perfettamente in possesso di questo tipo
di conoscenza filmica, ha sempre mantenuto l'autonomia del
linguaggio fumettistico rispetto al linguaggio cinematografico
che è comunque affine.
Si, però anch'io ho guardato molto il cinema.
Trovo che cinema e fumetto, pur non essendo la stessa cosa,
siano parenti prossimi. Il cinema si guarda perché offre
indubbiamente delle soluzioni che forse con l'immaginazione
pura e semplice non si arriverebbe a metter sulla carta.
Può essere utile analizzare il movimento di una pellicola
a fotogrammi separati, si vede che, tante volte, il movimento
viene ridotto a delle forme strane, a delle macchie, a delle
deformazioni che non si potrebbero mai immaginare disegnando
in maniera classica un movimento. Prima facevo l'esempio
della sedia a 5 zampe, ma in fondo, un cavallo al galoppo
bloccato in un determinato fotogramma può anche avere
solo due zampe invece di quattro, perché le altre
restano mascherate, e allora vengono fuori alcune soluzioni
grafiche particolarmente interessanti dovute proprio alla
fotografia del movimento.
Nella sua carriera ha modificato il suo stile per farlo
rientrare nei canoni della pubblicazione, mi vengono in mente
alcune cose disegnate per “Il Giornalino” oppure
le sue trasferte bonel-liane.
L'artista fa quello che vuole, noi invece no. Il nostro
lavoro è basato sulla committenza, si tratta di trovare
nel lavoro affidato il proprio spazio di libertà tenendo
sempre presente che ci sono delle esigenze di chi commissiona
il lavoro che vanno assolutamente rispettate.
Per esempio disegnando Julia…
Se non erro secondo Berardi [Giancarlo, creatore tra
le altre cose di Julia NdA] non è necessario alterare
l'inquadratura del fumetto perché nel cinema lo schermo è sempre
quello e tutta la narrazione, indipendentemente da quello
che succede, va collocata lì. Pur credendo che quella
di Berardi sia una posizione rispettabilissima, per conto
mi riguarda mi piace anche avere nel fumetto una certa verticalità,
che mi possa consentire maggior respiro.
Disegnando per diversi committenti non si sente snaturato
nella sua arte?
Mi adeguo perché ritengo che sia giusto farlo.
E' una questione di professionalità, è semplicemente
fare una cosa perché il venditore o il pubblico ritiene
che sia giusto. E' chiaro che quando posso preferisco fare
le cose nel modo che mi è più congeniale.
Che cosa salva dell'Italia del fumetto? Se l'Europa, l'America
e il Giappone sono veramente un altro mondo?
Non leggo i manga giapponesi perché forse sono
troppo vecchio per leggerli, è una cosa più per
i ragazzi. In Italia c'è una situazione un po' stagnante,
non è che manchino i buoni prodotti, perché ci
sono, manca una certa varietà di palcoscenici.
Magari questi palcoscenici si trovano più in Francia…
In Francia è tutt'altra situazione, ad esempio
vanno quasi esclusivamente i cartonati che in Italia non
hanno mai avuto vita facile. In Francia c'è forse
un diverso atteggiamento nei confronti del fumetto. Il fumetto
in Italia si tira dietro da sempre una certa qualifica di
cosa da poco conto, addirittura un po' cialtronesca, basta
pensare ai modi di ormai radicati nella lingua italiana come “una
storia da fumetto” oppure “un personaggio da
fumetto”.
Un'arte molto minore…
Esattamente, cosa che non è assolutamente vera perché proprio
negli ultimi vent'anni c'è stato un salto di qualità a
mio avviso molto forte. Un salto di qualità di sostanza, di
accuratezza nel disegno: oggi è difficile che si lavori con
poca documentazione, anche perché ce n'è tanta a disposizione
ed è più facile reperirla. Prendendo come esempio il
cinema,al giorno d'oggi è difficile che un film con un minimo
di impegno non curi i costumi e la fotografia, lo stesso vale per chi
fa fumetti che ha tantissime opportunità di documentarsi.
Molte delle sue innovazioni tecniche sono state perfettamente
assorbite da artisti di tutto il mondo, penso all'america
di Simonson, il disegnatore di Thor che le ha dedicato una
serie di copertine che si ispiravano chiaramente al suo tratto,
questa è una cosa che le fa piacere?
Fa indubbiamente piacere.
Secondo lei perché il suo stile è stato
particolarmente amato in America?
Non lo so proprio, io non parlo assolutamente l'inglese
quindi non so credo riuscirò mai ad avere dei contatti
diretti con degli autori americani. È una cosa che
mi hanno detto molte volte…ho avuto anche prove evidenti
che il mio lavoro è guardato, mi fa piacere ma non
conosco proprio le ragioni di fondo.
Lei legge fumetti americani?
Leggo pochissimo i fumetti, li guardo molto, ma come lettore non sono
un granché. Guardo molto i disegni, faccio un pochino più fatica
a leggerli.
Ho visto che sulla biografia di Alan Moore in copertina
c'era una sua illustrazione.
Ho fatto la copertina su richiesta di un mio amico che
si interessa di fumetti, poi ho visto che era un volume molto
ben fatto. Prima avevo solo sentito parlare di Moore ma fino
ad allora non avevo mai avuto occasione per leggerlo.
Il 27 febbraio in edicola uscirà, per i classici
del fumetto della Repubblica, un volume dedicato alla sua
arte, come si è arrivati alla pubblicazione di questo
volumetto? La scelta di quali sto-rie inserire è stata
fatta da lei o dall'editore.
L'abbiamo concordato assieme, abbiamo scelto le due cose
pubblicate più caratteristiche, del resto ho disegnato
molto quindi fare entrare tutto in un volume sarebbe stato
un po' difficile, ho scelto quelle storie [Sheraz-de e Il
Collezionista NdA] perché mi sembravano in fondo un
pochino più rappresentative. Il Collezionista perché è forse
l'unico personaggio seriale che ho fatto e l'altro, Sheraz-de,
perché mi piaceva. Non sono un autore conosciutissimo
anche perché non sono mai andato per personaggi, ne
ho fatto uno una sola volta e poi ho preferito fare dei racconti
non legati a un personaggio; come dicevo prima è questione
di scelte, non creare personaggi è indubbiamente meno
appagante dal punto di vista dell'attenzione del pubblico.
Secondo lei questa collezione di classici del fumetto
di Repubblica è stata buona nella scelta di chi pubblicare?
Non so se lo faranno, ma manca Battaglia; in un certo
senso mi fa piacere che abbiano messo me, mi avrebbe fatto
forse anche più piacere se avessero messo anche lui.
Ho letto recentemente le sue tavole dedicate alla vita
di Antonio Vivaldi, su sceneggiatura di Mezzavilla, quando
vedremo cose nuove? Che cosa sta facendo, cosa sta disegnando
adesso?
In Italia farò ancora qualcosa per Il Giornalino,
giornale per cui non molto tempo fa ho fatto Federico II.
Per la Francia farò la seconda puntata di Sheraz-de
che dovrà uscire a cavallo del 2004-2005. Poi continuo
a fare anche delle illustrazioni, recentemente ho fatto due
cartelle per una galleria qui di Milano [la galleria Crapapelada
NdA] e poi si vedrà.
Esiste qualche autore straniero che ama particolarmente?
C'è un disegnatore francese che mi piace molto
di nome Juillard [André NdA]. Mi piacciono poi molto
i due Breccia, Breccia padre [Alberto NdA] è molto
bravo e anche il figlio [Enrique Breccia NdA]. Mi ricordo
che Breccia figlio aveva fatto un bellissimo fumetto tutto
colorato ad acquerelli, per una serie che avevano stampato
in Spagna per il quinto centenario della scoperta dell'America,
in Spagna avevano fatto una bella collana fatta anche molto
bene, dedicata alla scoperta dell'America con dei temi affidati
ai vari disegnatori certe volte in Italia delle iniziative
stimolanti.
Come l'iniziativa francese del Decalogo…
Però tante volte sono questioni editoriali, di
collocazione, di pubblico, quando dico che non siamo noi
disegnatori in genere a decidere che cosa fare ma sono il
pubblico, gli editori, la situazione eco-nomica.
Negli ultimi anni ci sono state parecchie mostre dedicate
alla sua arte.
È una cosa che mi fa molto piacere. Recentemente ne ho fatta una abbastanza
bella in gennaio ad Alessandria. Per ora non lo so se ce ne saranno altre, ce
n'è stata una la settimana scorsa a Pavia con le illustrazioni che avevo
fatto per il volume di Durennmatt [Toppi illustra Durennmatt, Studio Michelangelo
editore NdA], quello è stato un bel lavoro, poi queste cartelle che ho
fatto per questa galleria di Milano [Leggende senza tempo e altre, fatte per
la galleria Crapapelada NdA] sono state abbastanza piacevoli, in fondo sono vacanze…
Francesco Verni