STEFANO
TAMIAZZO
Com’è nato
il progetto della Mandiguerre?
C’è un unico appuntamento in Italia veramente importante
per i giovani autori, quello della fiera internazionale del libro per
ragazzi di Bologna. È un appuntamento strepitoso sia per gli
addetti al settore che per il pubblico. Ci si trovano tutti gli editori
del mondo, dalla Cecenia con le donne col ciador, all’Africa,
per poi passare a tutti i paesi industrializzati, America per prima.
La prima volta ci sono stato nel ‘94-’95, avevo appena
vinto Prato con questa storiella, sono andato tutto il giorno come
un pazzo a consegnare fotocopie, ottima cosa per farsi conoscere perché comunque
ti tengono sempre, e alla fine della giornata ho incontrato alcuni
americani della Shogakukan, grossissima casa editrice, che lavorava
insieme alla Viz Comunication di Saint Francisco. Grazie a quell’incontro
ho pubblicato questa storia su Animerika, una rivista della Viz che
si occupava, cosa eccezionale per l’epoca, di cinema d’animazione,
fumetti, videogames; così ho avuto la fortuna di pubblicare
la mia storia a colori nello stesso numero in cui alla fine c’era
una storia di Rumiko Takahashi, la famosa autrice di Lamù e
Ranma ½. Io ho sempre voluto lavorare per la Francia, secondo
me il miglior mercato del mondo per una serie di parametri legati alla
qualità del volume e dell’autore e per fare questo, per
molti anni, ho lasciato i miei disegni alle case editrici francesi.
C’è da dire una cosa i francesi, noti nazionalisti, hanno
cercato di bloccare nei disegni degli autori quell’“influsso
giapponese” e quindi per tre, quattro, cinque anni hanno ostacolato
questi autori, me compreso, trattandoli anche in maniera molto dura.
Negli ultimi anni però i manga hanno acquistato il 25% del loro
mercato e, siccome non si poteva cassare una generazione di disegnatori
che va dai 28 ai 35 anni anche loro hanno allentato la corda. Così un
bel giorno è successo che Morvan, grandissimo sceneggiatore
francese che, a 33 anni, ha venduto più di 400.000 copie di
fumetti con 35 album, ha visto sulla scrivania di Jean Claude Camanot
le mie fotocopie e ha chiesto se lavoravo per loro, Camanot gli ha
risposto che ero sì bravo ma non abbastanza commerciale. A ripensarci
questa affermazione fa proprio ridere: tratto giapponese, fantascienza,
chi c’è più commerciale di me!! Di solito si lotta
per non essere fintamente commerciali, ma più sbobba commerciabile
della mia è difficile trovarla, e allora, dopo un po’ Morvan
mi chiamò, in un momento in cui stavo veramente cedendo, avevo
fatto sei mesi di prove con Bonelli pur di poter disegnare, prove penose,
sono stato trattato molto male, sono stato trattato come un cane, con
grandissima maleducazione. Poi dopo la telefonata ho preso e sono andato
a Parigi da Morvan, arrivato da lui, mi ha trattato come se fosse lui
un pezzente e io Raffaello e ci siamo messi lì a parlare. All’inizio
Morvan voleva fare qualcosa di simile a Nausicaa, una cosa fantasy
che si chiamava “Elin delle nuvole rosse”, però Nausicaa
era talmente bello e lo aveva fatto già qualcun altro, così ci
siamo trovati sul progetto dello Steam Punk stile prima guerra mondiale.
Morvan era interessato alla prima guerra mondiale
francese
a me invece interessava la prima guerra mondiale in generale perché è una
guerra strana, finisce la guerra convenzionale inizia una guerra fatta
di gas, di lanciafiamme; è una guerra che sta a metà fra
il futuro e il medievale e quindi si poteva giocare su divise pazzesche,
moderne ma con peculiarità antiche per esempio non c’è stato
bisogno di inventare la mazza spaccacranio, la mazza spaccacranio infatti
faceva parte dell’armamentario dei soldati, si usava per non
sprecare proiettili. E così ci siamo trovati, abbiamo discusso
un po’, abbiamo fatto un po’ di designer, in tutto 200.000
fogli di cose scritte, li abbiamo mandati ed è iniziato il progetto
con Delcourt.
Ti volevo chiedere appunto come riesci a
collaborare a distanza.
Io non ho mai lavorato con nessun altro
prima di Morvan, ho sempre scritto le mie storie
e penso che dopo questa parentesi continuerò a
fare le cose per conto mio. Di sicuro questo
mi serve come base per mettere le fondamenta
in un mercato che mi interessa; però scusa
com’era la domanda? Ah come lavoriamo? È un
po’ come una storia d’amore, ti
devi ritrovare su qualcosa, non è che
puoi solamente fare tutto quello che piace
all’uno o all’altro. C’è di
buono che lui è, secondo me, convenzionale
ma molto bravo. Ha un grande senso del ritmo,
sa che ha a disposizione 46 pagine e riesce
a gestirle in maniera perfetta. In più ha
un grande gusto del montaggio, ci siamo trovati
sul fatto di non usare la didascalia come modo
di raccontare, cioè che il fumetto fosse
parlato e fatto di immagini, a meno che la
didascalia non serva per raccontare la storia
in un altro modo. Ancora ci siamo trovati sulla
maniera di portare aventi il soggetto, io sono
libero di scrivere il soggetto insieme a lui.
Mi vengono le idee, gliele consegno sotto forma
di soggetto scalettato e gli dico “fa
quello che ti pare”. Tutto è migliorato
in virtù della qualità dell’inquadratura,
dal momento in cui si è cominciato a
studiare la sceneggiatura, a fare le inquadrature
differenti. Proprio per questo la libertà maggiore
a me concessa è quella di fare la regia,
Morvan si occupa della parte scritta di sceneggiatura,
mi dice il numero delle vignette e più o
meno il testo, e passa la mano a me così mi
riservo la libertà di stringere, ampliare,
chiudere, fare quello che mi pare. La regia è la
mia parte favorita. Sono 46 tavole e occupo
10 vignette quindi ho 460 pose, io voglio che
siano 460 pose uniche. Se hai una vignetta
di uno che urla e la fai 2 cm x 2 la delegittimi
della sua forza urlatrice, se invece la fai
metà pagina esplode in tutta la sua
potenza. Qui lui mi dà libertà,
ed io me la prendo. Chiaramente ci mettiamo
d’accordo, se ne discute, spesso ne discutiamo
per delle ore, la cosa bella secondo me è che
lui combatte molto con me e io con lui per
riuscire a trovare qualcosa di bello; di buono
c’è che se lui ti dice ‘non
mi piace’ è perché non
gli piace però se ti dice ‘mi
piace da morire’ sai che è vero
e questa sincerità mi piace moltissimo.
Certo di buono c’è una cosa, Morvan
lavora con un sacco di persone e gli fa piacere
che le sue storie siano disegnate da persone
diverse per avere situazioni e prodotti differenti.
Lui manda a me documentazioni e io gli mando
delle paginate di schizzi, di idee. Si fida
molto di me e io mi fido molto di lui, su questo
siamo davvero in grande sintonia.
Che tipo di colorazione è stata usata?
La colorazione non è opera mia, per una volontà direi
comune, è una colorazione al computer con il Macintosh fatta
dai Color Twins, coloristi importanti per carità, ma sicuramente è un
po’ fredda per i miei gusti…
La colorazione della tua prima storia, colorata con tecniche miste,
mi piaceva molto di più…
Sì, era più calda, ma quest’ultimo tipo di
colorazione ha delle cose buone, come delle cose che non mi piacciono,
però insomma alla gente piace così.
Il mercato francese è più abituato a vedere questo
tipo di colorazione?
Il mercato francese ha una cosa, il 98% della produzione francese è a
colori. Accettano comunque l’uso del bianco e nero o di un certo
tipo di colori, ma non è sempre accettato nelle storie di fantascienza.
Poi c’è un’altra cosa sui cui mi piace lavorare:
il design, fondamentale per un fumetto di fantascienza. A me piace
moltissimo questa commistione con la rivoluzione industriale fatta
di macchinari giganteschi, sembrava che per fare qualche cosa di grandioso
ci volessero cose gigantesche, la prima guerra mondiale era perfetta
per questo perché usavano cannoni da 50 metri. Ispirandomi a
questo ho realizzato migliaia e migliaia di schizzi, studiato nel particolare
ogni arma, ogni corazza. Quindi trovi non solo degli alieni, soggetto
molto difficile da disegnare se non si vogliono fare dei pupazzi di
gomma, ma anche dei caccia estremamente strani che mi hanno fatto morire.
Per esempio c’è un’astronave che è a forma
di dirigibile, cerco di dare una forma appropriata ad ogni cosa. Grazie
al cielo lo sforzo è stato ripagato, di complimenti per il design
ne abbiamo ricevuti davvero tanti. E’ comunque una colorazione
che ricorda il cartone animato: fondali il più realistici possibili,
facce e corpi tagliati con la mannaia con le ombre da cartone animato,
quasi una sorta di anime comics. È vero che il computer usato
in un certo modo consente di fare delle colorazioni acquerellate o “diverse”,
ma è anche vero che anche il tipo “standard” di
colorazione può non risultare fredda e poi non bisogna dimenticare
che esistono i tempi di produzione, quindi è quasi inutile parlarne
sennò uno farebbe un volume ogni 5 anni lavorandoci sopra giorno
e notte e, ovviamente, non è possibile.
Come cambia il modo di raccontare attraverso il fumetto nel mondo:
dall’America, al Giappone fino all’Europa?
Il Giappone è un mercato sicuramente più ricco dell’Europa,
per esempio c’è un mensile che si chiama Afternoon che
vende tre milioni e mezzo di copie, una volta ne vendeva 5 milioni,
ogni numero è un malloppo da 800 pagine e io fortunatamente
ero stato pubblicato in fondo dove mi si riusciva a leggere senza difficoltà.
Non bisogna dimenticare che in Giappone si devono scrivere e disegnare
40 pagine al mese, insomma, diventa un lavoro che per me non è congeniale,
quasi sempre un lavoro di squadra del tipo, uno fa le matite, un altro
disegna le macchine, chi i fondali e così via, un lavoro quindi
troppo spersonalizzato che alla fine porta ad un prodotto industriale,
modus operandi che non mi interessa assolutamente. Un esempio il mio
editor era quello di Gon, fumetto fantastico, un giorno ho scoperto
per caso, tramite contatti, che lo storybord era stato disegnato settanta
volte, cosa per me veramente impensabile. In America avrei continuato
però non si trattava di fare supereroi o prodotti americani
ma storielle brevi. Dopo però non ci sono stati più i
presupposti per continuare, mi ricordo che addirittura mi era stato
chiesto di disegnare una versione americana di Fatal Fury, ma poi non
se ne è fatto più niente. In America è così partono
cento progetti e ne va in porto uno. Il mercato italiano, a differenza
di quello francese, non consente di fare quel tipo di volume che interessa
a me perché non offre il tempo necessario per dare al prodotto
la giusta qualità: per lavorare bene a un volume si fa lo scenografo,
il costumista, il montatore, il regista e tutto curando nei minimi
dettagli i particolari. Il mercato italiano è fatto di un fumetto
popolare mensile o settimanale mente il fumetto francofono ti dà la
possibilità di fare un volume che concepisci come un romanzo.
Al massimo la cosa più seriale che ho visto in Francia è una
serie di 4 volumi, questo che cosa vuol dire, uno sa che inizia a comprarselo
che ha 15 anni e finisce a 19, non che inizia a 12 e finisce a 74 perché muore
lui, non perché finisce la serie. In Francia hai la possibilità di
avere tanti volumi di tante cose, il mercato italiano è debole
su questo. In Francia si può trovare Toto l’ornitorinco
per bambini, ma anche un volume come Persepolis sulla caduta dello
Scià di Persia negli anni ’70 e la venuta di Komeini.
Questa è la potenza del mercato francese, l’esser divenuto
adulto.
È vero però che l’Italia non è fatta
solo di Bonelli, ci sono grandi autori che reinventano il fumetto penso
a Dino Battaglia con le storie monografiche tipo Gargantuà e
Pantagruel oppure allo stesso Toppi che rivisita il western con innovazioni
grafiche e stilistiche impressionanti.
Comunque stai parlando di due mostri sacri del disegno, però è anche
vero che Mosquito sta pubblicando a tirature di 5 mila copie che vanno
a ruba tutti vecchi i volumi del Collezionista. Sergio Toppi è un
grandissimo disegnatore, uno che elabora da 50 anni la figura del corpo
umano davvero devastandola e risistemandola in maniera armoniosa, con
un talento spropositato; Battaglia è morto giovane però aveva
un talento grandioso. Due autori che hanno spezzato il fatto di ragionare
quadretto per quadretto e hanno trovato un’idea diversa ma troppo
personale. Un altro è Crepax, bravo nel senso che non mi piacciono
le storie che fa, non mi interessano molto, però ha delle intuizioni
come montaggio, notevolissime, è che secondo me per esempio
non le ha razionalizzate molto, però ha delle illuminazioni
a livello di montaggio, di montaggio tra l’altro da movimento
a movimento come può essere il gioco di sguardi costruito con
tre lineettine di un centimetro per uno, veramente notevole da studiare.
Guarda, anche la mia camera, io leggo, leggo, ti puoi immaginare..
Non
me ne parlare persino all’esame di maturità ho
portato, tra le altre cose, la storia del fumetto giapponese!
L’ultima cosa bella che sto leggendo con amore è il
Buddha di Tezuka, lo trovo veramente fantastico, poi è piacevole
da leggere. Secondo me poi il fumetto sta ritornando ad essere una
cosa il meno elaborata graficamente possibile ma da leggere con amore,
cioè con velocità perché allora funziona, non
ne posso più della sfumatura per la sfumatura va bene, è bello
da vedere, ma però alla fine se pensi quali sono i fumetti davvero
poderosi pensi a Pratt, a Charly Brown.
Adesso, in Italia, cosa ti piace? Cosa leggi?
Ogni tanto compro quello che esce. Di Bonelli ma c’è poco
da fare: c’è qualche buon disegnatore ma sono sempre le
solite cose. Non mi piace assolutamente Serra. Neanche un po’ quelle
serie lì come Gregory Hunter, Jonatan Steel. Gregory Hunter è inqualificabile,
tremendo.
Il Rat-man di Ortolani ti piace?
Sì, perché è divertente è fatto bene
poi tra l’altro ha delle vendite mostruose, mi sembra che stia
intorno alle 20.000 copie in Italia, e potrebbe esser spinto ancora
con un po’ più di forza. Non so se per esempio sia pubblicato
all’estero o meno.
Doveva venir pubblicato in America.
Ho saputo anch’io ma non saprei dire, sicuramente è bravo,
sicuramente è uno in gamba, ecco il peccato è questo… Il
fumetto italiano non esiste perché non esistono i diritti, non
esiste l’editoria italiana, poi è pieno di disegnatori,
di gente di buon talento, il problema vero è riuscire ad avere
abbastanza capacità e cervello per uscire da. Trovo sicuramente
ottimo il fatto che stiano ritornando in Italia i volumi cartonati
coprodotti con l’editore originale, chiaramente si tratta di
tirature ridicole nel senso che se si vendono mille copie del volume è un
bel successo per intenderci, per esempio del mio sono state stampate
duemila copie perché chiaramente è una serie quindi,
e del primo volume sono state vendute mille che non è male,
nel senso, il suo dovere l’ha fatto e con l’uscita del
secondo chiaramente trainerà le altre copie; è uscito
in Francia in Belgio, in Svizzera e in Italia per adesso…
Com’è andata all’estero?
Ha venduto un po’ più di 10.000 copie che è un
buon risultato, non è un botto colossale però siccome
di solito se ne vendono anche due-tre mila, sono soddisfatto. Poi quest’anno
ho avuto una nomination come miglior disegnatore italiano su Fumo di
china…in realtà non ho idea di chi abbia vinto perché nessuno
ha detto niente…
Non te l’hanno detto?
[ride]
No non so nulla può darsi anche che si sappia e sono io che
non mi informo, però sicuramente ho una bella accoglienza quando
vado in Francia a fare le Dedicasse, i disegni con si fanno file di
quattro cinque ore ogni volta, c’è sicuramente uno zoccolo
duro e la cosa straordinaria è che c’è gente di
venti e gente di settanta anni, comprese donne.
Oltre alla Mandiguerre stai lavorando a qualcos’altro?
Io sto facendo la Mandigerre che sono tre volumi e cerco di metterci
per tre quattro anni della mia vita, tutto quello che posso anche perché sto
imparando a lavorare in un modo differente, se prima lavoravo sulle
sei vignette adesso lavoro sulle dodici vignette a pagina. Incastonare
tutto e farlo rimanere comunque armonioso è un lavoro diverso.
Poi sto lavorando con un’altra persona con altre esigenze, quindi
sto facendo solo la Mandigerre; Ho già scritto e storybordato
al 90% un altro volume scritto disegnato e colorato da me, chiaramente è esclusivamente
matitato, cioè brutta copia in modo che io possa, non montato,
leggiucchiarlo e capire cosa va e cosa non va, mi manca un capitolo
come fine della storia, è un volume monografico una sorta di
commedia teatrale sui fumetti. Ecco si, voglio fare un flop da solo
[ridiamo entrambi], bello pieno da solo, voglio fallire completamente
da solo però lo voglio fare a tutti i costi, che rompe un po’ i
canoni della vignetta quadrato quadrato anche quello del fumetto di
avventura classico fatto in sette sipari, che è la cosa che
mi preme di più, ci sto lavorando nel tempo libero.
C’è già un editore?
Non c’è ancora un editore però se i rapporti
con Delcourt restano tranquilli lo pubblicherei volentieri per lui.
Delcourt sta diventando un colosso a spalle quadrate in Francia e non
solo in Francia, però se non dovesse volerlo lui, cosa di cui
dubito, ci sono un’altra dozzina di editori in Francia che ti
possono pagare per fare dei volumi.
Ho visto che alle volte usi la china, il bianco e nero, lavori col
graffiato e altre invece utilizzi il colore, tra l’altro, in
maniera sempre diversa.
Io ho una tecnica assolutamente da cartone animato, fondale iperrealista
sfumato, poi personaggi grotteschi che escono in primo piano rispetto
all’iperrealismo, lavoro per ‘selezione naturale’ come
fa lo sguardo, solo che l’occhio inquadra te come primo piano
e sfuma il resto ma cambia quando si ripropone quell’immagine.
Per una questione di costrizione mentale, se stiamo guardando una persona
sulla moquette, il nostro occhio percepisce la realtà così come è,
mentre quando bisogna disegnare la stessa scena è improponibile
riprodurre tutti i puntini della moquette perchè se glieli fai
tutti si perde la leggibilità della sena perché si sovrappone
piano a piano. Il disegno ha bisogno di essere il più decodificabile
possibile, più l’occhio lo gradisce meglio è. Manara
piace a tutti perché è un grandissimo disegnatore, da
accademia, un Canova quindi piace al neofita che dice “si capisce
tutto, è bravo” e piace anche a quello ne mastica da anni
perché capisce che è un bravissimo disegnatore. Toppi è più difficile
da leggere, un neofita dice che fa schifo, io da bambino lo odiavo
adesso mi fa impazzire, perché è più difficile
da leggere, perché Toppi mica va a pescare da un altro disegnatore,
va a pescare da Schiele, trasforma tutto, reinventa tutto. Nel mio
modo di colorare ho imparato ad usare tutto: uso i pantoni ma anche
le coline, la matita sporca ma anche la biro se devo fare qualcosa
di molto sporco, la ruggine, la ferraglia, ho invece qualche problema
per fare l’effetto ‘ultrapulito’, il computer è meglio
quando devi fare i marmi immacolati di una casa, io, al contrario sarei
un disegnatore proprio da discarica. Una volta il mio sogno era fare
i fumetti adesso che li faccio non so per quanto tempo avrò ancora
voglia di farli. L’idea è quella di finire la Mandiguerre
di farne un paio, forse tre volumi, poi fare sette otto libroni di
quelli poderosi e poi tentare una sorta di sortita come conception
designer, per mandarlo ai grandi studios dove fortunatamente ho un
amico che lavora alla Dreamworks, è un sogno però comunque
c’è tempo sia per lavorare ai volumi, che per fare anche
queste cose qui. Un conception design è questo: vogliono vedere
150 dinosauri diversi l’uno dall’altro è proprio
il concetto, lo schizzo, su quello poi lavorerà qualcun altro
però mi interesserebbe molto poi non ci riuscirò però anche
15 anni sembrava che non dovessi riuscire a fare delle altre cose.
Alla fine siamo in pochi italiani che lavorano in un certo modo, che
fanno un disegno di qualità, poi il mio tratto può non
piacere, è intriso di Giappone, secondo me il mio è uno
stile che sta a metà tra linea chiara francese e il cartone
animato giapponese. Poi tutto quello che posso ‘rubare’ lo
rubo, per me le linee di velocità hanno un senso e le utilizzo,
non le utilizzo a ogni vignetta, ma le utilizzo magari in una vignetta
ogni 50, lì dove mi serve; altra mia caratteristica che non
piace molto ai francesi è che ho bisogno di utilizzare le onomatopee
come dei disegni veri e propri: se ch’è un CRASH, un BOOM,
un suono metallico di esplosione, io non lo disegno rotondo come lo
fanno molti miei colleghi, perché è come il CIAO su un
quaderno di una ragazzina di 13 anni, invece è un suono metallico
e si deve percepire come tale, in Giappone c’è questo
di buono: il CRASH è fatto metallico e viene dritto fino in
faccia! In qualche modo mi piace fare il tecnico del suono, per me
le onomatopee, intese in questo maniera, sono fondamentali dal RATATATATA
delle mitragliatrici, al TUM TUM TUM di lui che cade per le scale.
Io cerco di tenere tutti gli elementi possibili per riuscire a fare
qualcosa di buono non me ne frega niente se sono giapponesi o americani,
quello che mi piace di più è riassemblare il tutto: tutto
quello che posso infilare di buono nelle tavole, lo infilo.
Sto pensando all’Immortale, le gocce di pioggia che cadono
diventano ideogrammi sonori...
Sì, è vero, è originale, fra l’altro
un bellissimo stile. In Giappone c’è questo che ci sono
storie di 1200 pagine in cui una camminata dura 10 pagine; in questo
io sono molto più europeo, preferisco le 46, le 70 pagine, oppure
il volumone da 100 però denso dove un salto temporale è un
salto temporale e una deissi temporale è una deissi temporale.
Cerco di utilizzare il montaggio in modo differente, per me fare queste
cose non è più disegnare o scrivere ma è montare
immagini, rubare cose, risistemarle e poi cercare di tirarci fuori
qualcosa di più vicino a quella che è la mia idea di
armonia.
Ho letto che tieni un corso di disegno alla Lanterna Magica.
Sì, questo è il quarto anno, sono tre corsi all’anno,
di una decina di lezioni, non c’è bisogno di essere disegnatori
basta essere interessati, si parte proprio con l’idea dello storyboard
che è fantastica perché uno può scrivere una storia
a fumetti senza essere un disegnatore, bisogna avere un po’ di
fantasia per scrivere un testo però si può lavorale davvero
per ovali e per forme verbarili Chiaramente due mesi e mezzo non vuol
dire niente, è solo un’infarinatura veloce per chi vuole
scoprire qualcosa di un po’ differente, ogni tanto però c’è qualche
bella sorpresa. Ogni tanto faccio qualche lezione a scuola, in un po’ di
biblioteche, in qualche università che ha due lire da darti,
comunque è piacevole e gratificante. Poi c’è il
salone del fumetto in Francia ma lì è un altro mondo,
hanno un sacco di soldi, ti pagano il biglietto aereo, gli alberghi,
pranzi, cene ti trattano da nababbo. Certamente il fumetto in Francia è come
il pallone per noi, non c’è una famiglia che non abbia
un Asterix o un Tin Tin. Ai saloni del fumetto ci sono le famiglie
che vengono coi bambini lì e si fanno fare i disegni e comprano
di tutto…
Una cosa che manca un po’ in Italia.
Diciamo che da noi manca una cultura dell’immagine, non
so se per il fatto che nel nostro paese è stato prodotto il
50 e passa percento di opere d’arte e quindi se pensi al disegno
pensi a Caravaggio, se devi scrivere devi scrivere come Dante. Il
fumetto ha solo 100 anni e la scrittura molti di più, per i
primi 50 anni, fino al dopoguerra, i fumetti sono stati fatti da persone
che non avevano un’idea di una struttura narrativa vera e propria,
erano persone che arrotondavano, poi è arrivato Hergè con
questa cosa piccola piccola: ha iniziato a pensare che se stralci
l’inizio, hai una parte centrale e magari hai già deciso
la fine, cambia tutto. Secondo me si deve lavorare con idee semplici,
questo sembra stupido ma se fai entrare un personaggio da sinistra
verso destra dà l’idea che lui entra in campo perché noi
leggiamo da sinistra verso destra, se, il contrario, lo fai uscire
da destra verso sinistra, l’ometto ritorna indietro, è una
scemenza ma noi ragioniamo così. Fondamentalmente quello che
mi interessa è cercare una serie di schemi narrativi differenti
partendo dall’inquadratura, in questo secondo volume ho cercato
innanzitutto di utilizzare molti più neri per renderlo molto
più cupo.
Lo hai quasi finito?
Sì manca pochissimo. Si tratta sempre della seconda parte
di un progetto più ampio quindi ha sempre lo stesso tipo di
soggetto, però, essendo sempre lo stesso tipo di universo, ho
cercato di dargli una forza differente usando dei neri diversi, dal
terzo volume, si capirà che il personaggio principale va in
trincea, quindi c’è l’addestramento, quindi si passa
ad un mondo a me più affine. mi son divertito molto perché l’ho
disegno in un modo diverso dal primo, ho cercato di mettere più neri,
come nel primo numero ho messo il Pedrocchi e il Palazzo della Ragione,
anche qua ci sono un paio di cosette sistemate ad hoc, macchine vere
risistemate, un grande disign di astronavi e di mezzi affini. Per il
prossimo numero ho mandato a Morvan un pacco di roba scritta, una serie
di disegni, io vorrei qualcosa molto più di trincea, più di
guerra mondiale, tank giganteschi che si muovono inclinati, voglio
qualcosa di più...
Francesco Verni