Norma – Recensione
17 Ottobre 2015«Sgombre le Gallie dall’aquile nemiche» risuona il canto feroce dei druidi nella foresta oscura, guidati dal temibile Oroveso dalla barba fluente. A interrompere le ire del popolo è Norma, Somma Sacerdotessa, dallo sguardo altero che invoca la Pace attraverso i sacri riti: Roma «morrà per i vizi suoi», immagine toccante che nel secondo atto è simboleggiata dal crollo della Colonna di Traiano che, prima di cadere rovinosamente, si avvicina progressivamente agli occhi del pubblico, inghiottita dalle spire della selva gallica. Il regista Paolo Miccichè ha deciso di ambientare il dramma in un sistema di foreste, selve e monumenti sacrali che ricordano Stonehenge, selvaggi ma allo stesso tempo intrisi di una sacralità intensa e pura, proveniente dalla Natura. «Casta diva», cantata dal soprano spagnolo Saioa Hernández in una cascata di foglie verdi, in mezzo a un cerchio di vergini del Tempio, ha contribuito a immergere lo spettatore in una sospensione atemporale quasi mitica. Pochi gli arredi di scena, un tronco che all’occorrenza diventa il giaciglio dei sventurati figli di Norma e Pollione e la rampa al Tempio, perché la magia è data dal sistema di proiezioni su parete, due sono i “teli” che formano immagini sovrapposte, a volte alternate. La trama è nota: Norma, innamorata del romano Pollione da cui ha avuto due figli, ben celati agli occhi della comunità gallica, viene a sapere che un’altra vergine del Tempio, Adalgisa, è imbattuta nel suo stesso errore. Il secondo atto, intriso di passioni violente, capta gli occhi del pubblico sul vestito di Norma, rosso intenso, in preda al raptus omicida. Nella sua abitazione, nei pressi del Tempio, un lumino squarcia le ombre della notte: lei ama e odia quelle bimbe avute da Pollione, ma non riesce a sferrare il colpo finale. In questi sfondi, fatti di cerchi e spirali, richiamo sicuro alla simbologia celtica, i toni prevalenti sono il grigio e il nero, accesi nel finale dal rosso del rogo. Lo sguardo temibile del dio si accende di collera, vuoti gli occhi mentre la punizione incombe su Norma. Bellissimi gli interventi del tenore Luciano Ganci nei panni di Pollione, imponente nella sua corazza romana, e del mezzosoprano bresciano Annalisa Stroppa nei panni della giovane sacerdotessa Adalgisa, la “rivale-amica” di Norma. Adalgisa è vestita di un azzurro quasi verginale, la sua innocenza è proclamata. Nel cerchio s’innestano delle crepe, l’equilibrio è definitivamente rotto: la vendetta, reclamata a gran voce, si compie finalmente, a terra si creano delle fratture da colata lavica. Va segnalato che sul palcoscenico sono presenti tre giovani vincitori del Concorso Lirico Internazionale “Iris Adami Corradetti”: il tenore Luciano Ganci, finalista al XXV Concorso Internazionale Iris Adami Corradetti nel 2010, dopo la fortunata esperienza dello scorso anno come Pinkerton in Madama Butterfly, il giovanissimo basso rumeno, messinese di adozione, Cristian Saitta, secondo classificato nell’edizione 2012 nei panni di Oroveso e il mezzosoprano bresciano Annalisa Stroppa, terza classificata nell’edizione 2009, nei panni di Adalgisa. Completano il cast il tenore Antonello Ceron nel ruolo di Flavio ed il mezzosoprano friulano Alessia Nadin in quello di Clotilde. L’opera si è dimostrata coesa e la direzione dell’Orchestra di Padova e del Veneto, a cura del Maestro Tiziano Severin, è stata magistrale. Il prossimo appuntamento è previsto per domenica 18 alle ore 16 al Teatro Verdi.
Camilla Bottin