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Giovedì 7 marzo al MPX   

La fabbrica dei preti


Giuliana Musso, in abiti maschili, rappresenta quel lato ‘umano, troppo umano’ dei giovani seminaristi, classe 1962 – 65, protagonisti dei cambiamenti moderati, seppur epocali, in seno alla Chiesa, con il Concilio Vaticano II e l’elezione di papa Giovanni XXIII, autore delle ‘carezze del papa’.


Rappresentato al Multisala Pio X, in sala Petrarca, il 7 marzo, con l’approssimarsi dell’avvicendamento di figure nuove sul soglio pontificio, lo spettacolo, ricreato con pannelli bianchi e la proiezione delle ricerche fotografiche effettuate da Tiziana De Mario, mostra quella scissione così frequente che avveniva tra la dimensione affettiva e quella spirituale all’interno dei “piccoli” preti, straziati da grandi contraddizioni, divisi tra amore e obbedienza. Sì, obbedienza è il cardine della gerarchia ecclesiastica: in scena Giuliana, con voce neutra, legge da un tomo decine e decine di regole seminariali che oggi possono apparire ingiuste. Sullo sfondo si stagliano tre abiti, una tonaca, un abito da matrimonio e una tuta da lavoro: sono tre figure che irrompono, con voce prima sussurrata e poi gridata, con la mimica e la tonalità espressive di un’attrice che dimostra una bravura senza pari. Temi come l’omosessualità e la pedofilia, che a prima vista possono apparire scabrosi, vengono trattati con leggerezza, con grazia quasi: l’obiettivo è quello di ricreare uno spazio nuovo dove finalmente quello che è stato represso può emergere. La generazione di preti descritta nel libro ‘La fabbrica dei preti’ di don Pier Antonio Bellina, rappresenta ormai un ‘piccolo mondo antico’ lontano, ma ci deve far riportare agli occhi, con sguardo lucido, non tanto le asprezze della fede in un essere superiore, ma la capacità dell’uomo di sopportare il peso della fede.
Vittime imprigionate in un sistema rigido, i carnefici sono loro stessi inconsapevoli di affrontare la tempesta della vita: secondo Pasolini la Chiesa toglie realtà ai vari modi di essere uomini. Si parte dallo spretato perché innamorato della vita, incapace di distaccarsi da quelli che in seminario definiscono “esseri mitologici” portatori di male, le donne e si arriva al compagno, consapevole delle ingiustizie esistenti, con la presenza obbligatoria al funerale della contessa finanziatrice e il divieto di partecipare a quello di un parente. Per Bellina era un vero e proprio sistema funzionale a uccidere l’uomo e a creare un giovane idoneo a una missione superiore, staccato dalla sua dimensione terrena. E’ impossibile, ci fa capire Giuliana, con la sua visione staccata e garbatamente polemica che dedica la sua mise en scene a quella classe di seminaristi che si è trovata a officiare la messa in italiano, a poter smettere la tonaca nel mondo civile, ad aprirsi agli altri: piccoli cambiamenti, in meglio, nella speranza che la Chiesa nel futuro sappia ritrovare la sua dimensione umana.

Camilla Bottin

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