Riccardo III: un Alessandro Gassmann gigantesco
21 Febbraio 2013In un contesto oscuro, tra conventi, palazzi di corte e foreste nere, che risaltano dallo sfondo con grande efficacia drammatica, grazie alle videografie di Marco Schiavoni, mago della tridimensionalità, si aggirano donne, uomini e cadaveri, quelli che intralciano la salita al potere di Riccardo di Gloucester, fratello del re. Non finiscono più, la serie di omicidi appare inarrestabile: Riccardo, interpretato da un Alessandro Gassmann nei panni simili a quelli di un supremo gerarca nazista, alto fino all’inverosimile tra i “piccoli” della corte, genio del male, usa come arma la lingua, scegliendo parole che feriscono e convincono. E’ davanti alla salma del marito ucciso dalla sua stessa mano che riesce a convincere Lady Anne a diventare sua sposa, è davanti al trono del fratello che si scagiona dalle accuse di aver contribuito alla morte dell’altro fratello Clarence: la lista delle malefatte non si esaurisce qui, il primo atto del dramma, dalla durata di un’ora e un quarto, narra la salita al potere. Riccardo appare deforme, con un braccio avvizzito e l’andamento claudicante, ma la sua vera mano è James Tyrell, vestito di nero come la morte, un’ala che scende sui poveri malcapitati. I lampi irrompono sulla scena, il castigo divino è in agguato e gli eserciti che avanzano, ricreati grazie a speciali trucchi oleografici, segnano la caduta di un uomo malvagio, senza possibilità di redenzione. Con la netta prevalenza dell’azione nel secondo atto, a tenere sospeso il pubblico ci pensa un confronto serratissimo tra Riccardo e Elisabetta, interpretata da una regale Marta Richeldi, attrice dello Stabile del Veneto con alle spalle una carriera onoratissima, accompagnata sulla scena dalla compostezza di Paila Pavese, duchessa di York, incapace di perdonare il figlio. E’ una tragedia lunga e sofferta, sicuramente l’adattamento di Vitaliano Trevisan, conosciuto da Gassmann al Premio Riccione per il teatro, l’ha snellita parecchio, con la riduzione dei quaranta personaggi dell’originale ai dieci dello spettacolo in scena fino a domenica al teatro Verdi.
Il viaggio nell’inconscio è compiuto e non possiamo fare altro che osservare che in effetti, un cavallo alla fine non ci sarebbe potuto stare, perché con la fantasia avevamo già galoppato abbastanza, immersi nell’atmosfera alla Tim Burton. Perfetto.
Camilla Bottin