Romolo il Grande

17 Marzo 2013 By Elena Bottin

Primi alla prima, i Mentalmente Instabili di Este, hanno voluto aprire sabato 16 marzo, la rassegna ‘Granze a teatro’ nella sala polivalente: in parole povere, in una palestra, in un paese che forse nemmeno compare sulla cartina, con una scenografia modesta, lontana dai fasti romani.
Questi elementi a loro sfavore sono stati valorizzati dal testo teatrale meraviglioso di Friedrich Durrenmatt: è in mezzo allo sfacelo che compaiono i grandi eroi, i veri attori.
Una «mobilitazione totale», secondo Mares, ministro della Guerra, non c’è bisogno di truppe, di legioni di attori professionisti: amatoriale è bello, rende l’idea della precarietà dell’Impero romano, perennemente in bilico a causa della minaccia germanica. Pochi elementi stilizzati in un regno, vent’anni di governo riassunti in un progetto politico così astuto da apparire senza senso, Damiano Fusaro nei panni di Romolo è straordinario, tiene desta l’attenzione del pubblico per quattro atti.
E’ una commedia difficile proprio perché sembra facile, uno scherzo che in realtà ha un’intonazione solenne: personaggi umani, terribilmente umani che soffrono, che si sacrificano per una patria che non esiste più. Tra le risate generali, il prefetto della cavalleria Spurio Tito Mamma non riuscirà a dormire, è nel sonno che perderà la fine dell’Impero romano. Ma in realtà, già il patrizio Emiliano, disonorato nelle prigioni germaniche, rappresenta un dolore senza tregua: Lahire Tortora ha trovato il suo ruolo, sguazza con garbo in un’altera freddezza che, contrapposta all’ozio di Romolo, accenna una tradizione di vita superata, presto abbandonata a favore dei calzoni. Lo stesso Odoacre sa che il nipote Teodorico lo sovrasterà, per i medesimi sogni di gloria dell’Impero romano: tre uova ha fatto la gallina che porta il suo nome, in questo fausto giorno, ma non ci saranno coltivazioni. Non ci sarà pace, solo altre guerre ancora. «Romolo!» richiama all’ordine il marito la madre della patria, una stupenda Veronica Galeazzo: l’ambizione romana deve avere fine, non ci può essere tragedia nei classici senza che appaia fuori luogo. Cesare Rupf, la new entry Wolfgang Nicoletto, incarnazione del capitalismo che tutto divora, offre la salvezza in cambio della figlia, una giovane e innamorata Rea, dalla voce di sirena. Tra il ministro degli Interni e della Guerra, assistiamo al rogo degli archivi: sembra una barzelletta, ma la buona recitazione non lo è.
Può offrire ali alla fantasia, anche se non c’è una scenografia adeguata: con loro aspettiamo la fine di un impero, ma sempre con il sorriso sulle labbra. Perché ci sono le galline, perché alla mattina possiamo alzarci e trovare il nostro uovo sulla tavola. Romolo, novello pensionato, potrà giocare a bocce e noi potremo finalmente ascoltare per intero l’invocazione d’aiuto dell’imperatore d’Oriente Zenone Isaurico. Grazia invoco
Anzi, pubblico invoco per le prossime repliche, questi ragazzi meritano anche se son “instabili”.

Camilla Bottin