Pomo pero dime’l vero
22 Luglio 2013In un periodo di grandi dibattiti sulle identità locali, sulla loro essenza e sulla loro permanenza, può essere illuminante fare un salto nel passato, nella memoria di un territorio tanto ricco, e da molti punti di vista, quanto complesso com’è il Veneto. Meneghello, con i suoi testi, propone un viaggio popolare e coltissimo, esilarante e commovente, nell’infanzia di un Nord-Est che non c’è più. Con un’ironia che solo la distanza (geografica e anagrafica) può dare (Meneghello ha passato gran parte della sua vita in Inghilterra come docente universitario di letteratura italiana), ci racconta i suoi ricordi di bambino in un piccolo paesino del vicentino, Malo. In questo percorso a ritroso nella sua memoria personale attraversa territori universali: l’epica della nascita, la scoperta del linguaggio, il trauma della scuola, il brivido della sessualità, il potere della religione, l’entusiasmo e la violenza dei giochi e l’onnipotenza della morte. E il racconto non può prescindere dal linguaggio, cioè dal pensiero che lo ha generato; dialetto (dialetti) e italiano si mescolano in un vortice espressionista, quasi espressione di due mondi, di due anime contrastanti ma complementari. La parola si fa interprete, testimone (ultima) di una cultura orale, fragile, magica. Scrive Meneghello che “quando si dimentica una parola, con questa non si rinuncia solo ad un termine vuoto ma si perde la cosa stessa”.