Mio figlio era come un padre per me
30 Gennaio 2015Si parla del doloroso tema del suicidio di due – tra i numerosi – imprenditori del nord est. « Uccidere i propri padri » sarà l’idea dei due figli che ne architetteranno l’omicidio. Il loro diverrà un piano impossibile dal momento in cui i genitori stessi avranno deciso di farla finita, lasciando in eredità ai propri figli «assenza di futuro e consumo del passato». Sempre presente sullo sfondo di questa vicenda c’è la crisi, non solo economica ma anche generazionale, sociale e culturale. La prima generazione ha lavorato. La seconda ha risparmiato. La terza ha sfondato. Poi noi. C’è una bella casa, destinata a diventare casa nostra. È qui che abbiamo immaginato di far fuori i nostri genitori. Per diventare noi i padroni. Non della casa, padroni delle nostre vite. Niente armi, niente sangue. Un omicidio due punto zero. Fuori dalle statistiche, fuori dalla cronaca, un atto terroristico nascosto tra le smagliature del quotidiano vivere borghese. Il modo migliore per uccidere un genitore è ammazzargli i figli e lasciarlo poi morire di crepacuore. Era il nostro piano perfetto. Poi è arrivata la crisi, a rovesciarci addosso lo specchio del nostro benessere. Alimentazione, sport, lavoro, affetti, infine la morte, tutto risponde ad un’oscillazione bipolare tra frenesia e stanchezza. Noi, in fondo, viviamo per questo: per arrivare primi, e negare di aver vinto. Il benessere condanna alla competizione ma il traguardo viene sottratto. Il traguardo è diventato una barriera. Generazionale. Sociale. Culturale.