Le massere

13 Gennaio 2015 By Elena Bottin

L’atmosfera di questo spettacolo è tutta pregna di quel brio e della vivacità propri delle frivolezze dei “chiassetti de carneval” e alla debolezza dell’intreccio, sopperisce dando la stura ad un’incredibile ricchezza di espressioni fra le più schiette e sapide del linguaggio popolare veneziano. È uno spaccato di quotidianità, colto con magistrale abilità accentuando il divertimento. L’occasione carnascialesca sa poi regalare attimi di quel fresco e sano “morbin”, di cui andavano tanto orgogliose le nostre antenate senza distinzione di ordine, grado o casta. Adorabile è poi il tocco con cui Goldoni disegna in questa commedia i suoi personaggi, per esempio, i simpatici vecchietti, sior Biasio e sior Zulian, che si nascondono gli anni vivendo nell’illusione di un’eterna gioventù: “Gh’ho dei ani, xe vero, ma tanto ben li porto, che no li sento gnanca. Xe vecio chi xe morto”. E non si arrende neppure all’inclemente incalzare del tempo donna Rosega, la “vecia in gringola”, che, pur avendo raggiunto l’età del crepuscolo, non sa rinunciare ai “spaseti de carneval”, una nuova linfa vitale, un “borezzo”, che sprizza da tutti i pori, mette al bando le malinconie tipiche compagne della vecchiaia, innalzando sul piedistallo l’importanza e l’autorevolezza che deriva solo dall’inveterata esperienza.