La Betìa

4 Luglio 2013 By Elena Bottin

La Betìa, composta dal Beolco intorno al 1524, si ricollega alla tradizione della letteratura pavana quattrocentesca dei mariazi (matrimoni). Si trattava di farse in versi incentrati sulla tematica delle nozze, che si riconnettevano al mondo dei circoli goliardici patavini, con un gusto antiletterario e antiaccademico evidente e manifesto. Ruzante amplia a dismisura la struttura, in fondo abbastanza ingenua, del mariazo primitivo e porta a compimento una commedia evidenziando una genialità teatrale di eccezione.
La storia racconta le vicende del villano Nale, uomo ammogliato, che convince la giovane Betìa a fuggire con Zilio, di lei innamorato, al fine di costringere con il fatto compiuto Mènega, madre della ragazza, ad accettare il matrimonio. Nale promette di aiutare i futuri coniugi ma il suo vero scopo è quello di diventare subito l’amante di Betìa. Quando le nozze sono già celebrate, Zilio scopre le intenzioni non disinteressate del suo amico e, venuto con lui a diverbio, lo colpisce con una coltellata. Tutti lo credono morto, mentre è rimasto illeso. Riapparirà poco dopo, avvolto in un lenzuolo, come il fantasma di se stesso. Ma così travisato scoprirà che sua moglie Tamìa ha già deciso di sposare l’amante Meneghelo. Nel tentativo di conquistare un’amante, Nale rischia dunque di perdere anche la donna che credeva sua.